Devo assolutamente finire di scrivere altri articoli, a cui tengo molto, ma penso che sia importante parlare prima di quanto ho vissuto sabato 18 febbraio (2017), al convegno La scoperta delle Aspergirls, durante la giornata mondiale sulla Sindrome di Asperger.
L’evento si è tenuto a Roma, al Salesianum: centro congressi, organizzato dalle persone di Spazio Asperger, con la partecipazione di Rudy Simone, importante autrice americana di molti libri sulla sindrome, specialmente nelle donne.
Non mi soffermerò a raccontare di come è andata la giornata, di cosa si è parlato e delle persone che c’erano. Non parlerò nemmeno del viaggio che io e mia madre abbiamo fatto, della grande fatica e stanchezza che ho provato, dell’ansia, ecc, ecc.
Anzi, sinceramente sto andando a piede libero, per sfogare ciò che quel giorno ho capito. Ho preso coscienza di talmente tante cose tutte insieme che quasi non riuscivo a trattenermi dal piangere. Ma in fondo mi consolo del fatto che molte altre persone, sia tra il pubblico che non, hanno davvero pianto come fontane.
Da quando ho avuto la diagnosi ho capito tantissime cose che prima erano un complicato mistero, ma queste consapevolezza è arrivata per gradi, negli anni.
Prima mi è stato detto che ero DSA, precisamente dislessica e discalculica grave, ed ero un miracolo, un caso più unico che raro. Sono stata invitata a un convegno, mi hanno fatto i complimenti e mi hanno detto che ho un intelligenza sopra alla media, e tutto questo perché? Perché per anni ho lottato da sola, senza che nessuno capisse e mi aiutasse nelle mie “disabilità”. Ho anzi trovato delle strategie, in maniera del tutto inconsapevole, per andare avanti nella scuola, facendo solo la figura della capra ignorante che non studia, non si impegna, che può fare di più.
Oh, certo che potevo fare di più! Se solo avessi saputo prima perché ogni cosa era così faticosa.
Ma questo non è bastato. La diagnosi di DSA non spiegava perché i suoni erano troppo rumorosi per me e il tocco sulla mia pelle così insopportabile. Non mi dava risposte sul mio ragionare e perdermi nei dettagli, tanto da trovarmi stanca morta senza aver combinato nulla di concreto. Non mi diceva che ero autistica.
Poi è arrivata la diagnosi di Sindrome di Asperger e TUTTO ha avuto un senso, finalmente.
E’ inutile raccontarvi della mia infanzia, ma finalmente sia io che la mia famiglia avevamo la spiegazione a tutto: ecco perché non parlavo, ecco perché avevo le crisi, ecco perché sembravo sorda, ecco perché facevo sempre gli stessi giochi, ecco perché ero così ingenua ma allo stesso tempo precoce e intelligente, ecco perché ero immatura ma loquace, ecco perché ero così ripetitiva, ecco perché non capivo come comportarmi con gli altri.
Ora sono adulta però e son arrivata fino a questa età senza sapere assolutamente nulla: per me era tutto normale perché era il mio normale modo di essere e non sapevo che il mondo era diverso agli occhi degli altri. Ho creduto di essere pazza per molto tempo perché a un certo punto alcune cose le noti ma se non capisci il motivo è ovvio arrivare a pensare alle cose più orribili.
Stress post traumatico e depressione cronica, son queste le comorbilità che mi porto dietro. Principalmente la prima a causa del trauma che è stato per me crescere in un mondo che non capivo, dove ero sbagliata e il perché era semplicemente dettato dalle frasi: è pigra, è maleducata, è antipatica, è strana, è un disastro.
Ma se ero ormai consapevole di tutte queste cose dopo la diagnosi, cos’è che mi ha “sconvolto” al convegno?
L’introspezione che ho subito.
Perché è stato come sentire tante persone parlare di me, della mia vita e del mio possibile futuro. E questo, sappiatelo, vi stravolge.

Ma tali condizioni erano solo espressioni di un autismo che sarebbe stato evidente a chiunque l’avesse osservato più da vicino. […]
E’ tutto secondario rispetto all’Asperger. Divento depressa e ansiosa perché la vita è difficile: NON IL CONTRARIO.

Questo avrei potuto scriverlo io, parola per parola, ma effettivamente l’ha fatto un’altra ragazza Asperger di nome Maya, che ora ha 24 anni.
Strano, no?
L’aspettativa di vita di una ragazza con sindrome di Asperger è bassa e questo perché è più facile che subisca abusi e/o si suicidi a causa della forte depressione.
Rinchiudersi in casa, con le proprie routine e ossessioni diventa una cosa davvero allettante ma invece, dalla stessa Rudy Simone, ci è stato detto che dobbiamo uscire. A lei credo, ha visto sua sorella morire, viaggia per parlare di autismo e ha conosciuto la Temple Grandin, donna che ammiro tremendamente.
Ma uscire è metaforico e questo lo capisco persino io che tendo a prendere tutto con il significato letterale: uscire dal guscio, mettersi in gioco, trasformare i propri interessi speciali in un futuro.
E io ci sto provando sempre di più ultimamente; sopratutto dopo che ho avuto la risposta ai perché ho anche trovato uno scopo. Prima erano semplici interessi ossessivi utili solo a comprendere questo mondo in cui una persona come me, anche se lievemente autistica, è un alieno per la società. E diventa ovvio capire che in realtà servivano solo a sfogare l’ansia.
Al convegno e nei libri è stato detto che la paura è un sentimento comune a tutte le persone con autismo, che sia grave o lieve.
La depressione è una conseguenza più subdola, invece.
Una ragazzina di quindici anni, asperger, ha tentato il suicidio perché secondo lei non ha fatto nulla di davvero importante nella vita. Sembra sciocco, ma io penso la stessa cosa quasi ogni giorno e ho 25 anni.
Non riusciamo a vedere l’insieme e ragioniamo strettamente in dettagli. L’essere vivi, in salute, in un buona famiglia, dopo aver affrontato difficoltà e aver raggiunto successi non basta perché non è nulla di davvero importante. Spiegarlo a chi non ragiona come me risulta davvero troppo difficile ma pensate semplicemente a dettagli della vostra vita e non all’insieme: allora di certo crederete che niente in quei dettagli è davvero importante e degno di nota.
Una cosa importante che ho compreso questo 18 febbraio è che non bisogna nascondersi e restare a lamentarsi in un angolo. Era un dubbio che mi attanagliava da molto tempo: alcune mi dicevano di non dirlo, altre che bisognava farsi vedere e altre ancora non sapevano che rispondere.
Adesso io penso che, se si vuole davvero cambiare le cose e allentare i laccio dell’ignoranza che stringe in una morsa l’Italia, bisogna parlarne. Prima avevo qualche dubbio ma ora non più.
Si è parlato di come il mondo della scuola e degli insegnanti sia totalmente incapace di individuare i bambini/ragazzi asperger e gifted, sopratutto le femmine. E questo perché le donne sanno essere dei camaleonti: osservano e imitano per cercare di sembrare normali e lo fanno inconsapevolmente. Indossano una maschera, fin troppo stretta, che più che ingannare il prossimo inganna loro stesse.
E anche gli psichiatri non si salvano, perché non vogliono aggiornarsi e rimangano ai trattamenti di venti e/o trenta anni fa, effettuando diagnosi sbagliate di psicosi e schizofrenia persino, e assegnando farmaci inutili e deleteri. Non tutti ovviamente, ma l’Italia purtroppo è vecchia, fatta di vecchi e vive su regole vecchie.
Un’altra cosa importante è stato sentire parlare di “cattiva reputazione”. Gli autistici possono farsi una cattiva reputazione semplicemente perché sono spesso ingenui e non hanno la “Teoria della mente” che permette alle persone di comprendere le intenzioni altrui attraverso il linguaggio del corpo, il tono della voce e un’infinità di altri segnali che una come me non vede o comunque fa fatica a captare. Specificatamente noi donne/ragazze/bambine asperger possiamo passare dall’essere completamente assenti per qualcuno al troppo costanti, quindi pressanti e ossessive. Ma questo semplicemente perché vogliamo avere tutto sotto controllo, capire bene ogni dettaglio e quindi non sbagliare, senza capire invece che proprio così commettiamo l’errore. Quindi o tutto o niente; con questo ragionamento dicotomico noi viviamo la nostra vita e i rapporti con il prossimo e quindi, io nel personale, son arrivata a sentirmele dire di tutti i colori, dal “sei egoista” al “sei troppo presente”. Ma chi davvero tiene a me è rimasto e quindi anche se ancora combatto contro questo mio modo di vedere il mondo (bianco o nero) io me ne frego altamente di chi pensa che nel mio comportamento e nelle mie attenzioni ci siano secondi fini non discussi, tentativi strani e malizie. Questo è parte del mondo non autistico e quindi non mi appartiene. Nemmeno riesco a comprendere come si possano vedere tanto male in semplici attenzioni o mancanza di esse.
Di certo sono egocentrica e questo è un tratto comune. Lo so, non posso cambiarlo e lo accetto. Ma non egoista, opportunista, un parassita o semplicemente debole. Se ero debole e vittima mi sarei già ammazzata e non lo dico tanto per dire.
Riconosco la mia forza e la mia personalità, sicura di chi sono, nei miei pensieri e ideali. Prima ero semplicemente cieca.
Quindi ho vissuto una totale introspezione della mia vita autistica. Della mia vita nella sua interezza e tutto nel giro di una giornata.
Questo sconvolgerebbe chiunque.

[Shiki Ryougi 両儀 式]

In America è ormai uscito il terzo capitolo di The Ring con il titolo Rings e le critiche che sono state rivolte a questa pellicola non sono molto incoraggianti. Nonostante tutto quando uscirà in Italia (a Marzo più o meno) andrò a vederlo visto che sono molto legato al primo film.

E, aspettando l’uscita di Rings, ho deciso di fare una recensione sui primi due film: The Ring (2002) diretto da Gore Verbinski e The Ring 2 (2005) diretto da Hideo Nakata.

Iniziamo con la trama del primo:

Rachel è una giovane giornalista di Seattle e vive insieme a suo figlio, Aidan. Un giorno la cugina di Aidan, Kate, a cui lui era molto legato, muore in circostanze misteriose. La madre di Kate supplica Rachel di scoprire come è morta sua figlia e la giornalista scopre che la ragazza una settimana prima del decesso aveva guardato insieme ad altri amici una strana cassetta. Tutti quelli che la guardano muoiono dopo sette giorni e la stessa cosa è capitata al gruppo di Kate.
Rachel deciderà di indagare più in fondo e andrà nel luogo dove i ragazzi hanno visto la videocassetta, non aspettandosi di trovare qualcosa di terrificante.

Da piccolo (più o meno dai 10 ai 16 anni) questo era uno degli horror che più mi terrorizzavano. Probabilmente a terrorizzarmi era il concetto di superare le barriere della televisione ed entrare nella realtà. Forse era questo il motivo che mi impediva di guardarlo con calma. Adesso ho visto molti horror e questa pellicola non mi spaventa più, anzi mi affascina parecchio.
Bisogna subito precisare che quest’opera è il remake di Ring, film giapponese diretto da Nakata stesso.

Posso dire che se tutti i remake venissero fatti in questo modo la gente passerebbe meno tempo a condividere lo proprie ansie e paure.
Di certo Verbinski sa il fatto suo e dimostra di essere un regista all’altezza delle aspettative.
Per la maggior parte del tempo osserveremo Rachel indagare sull’origine della videocassetta e in seguito, come molti di voi sapranno, sulla famiglia Morgan. Queste scene sono girate veramente bene, gli indizi che pian piano la protagonista trova non sono ridicoli o campati per aria come succede molte volte. L’intero film sarà un ricerca della verità sui Morgan, sulla casetta e sul perché chiunque la guardi muore dopo sette giorni. Oltre ciò saranno presenti altri momenti horror, soprattutto quando un’entità inizierà a manifestarsi alla protagonista (che ovviamente ha visto la casetta). Altro fattore vincente del film è proprio quest’entità. Nonostante la sua grande importanza, comparirà pochissime volte sullo schermo ma riuscirà ad essere un personaggio centrale per la trama.
Le atmosfere presenti nella pellicola sono molto azzeccate con colori spenti e oscuri (ma non troppo) che tendono al grigio. In certi frangenti ci sono delle scene luminose che vanno in contrasto con tipo di atmosfera ma che riesce a creare scene suggestive (il tramonto nella baita).
Le musiche sono affascinanti e descrivono bene momenti di tristezza e di mistero allo stesso tempo. Da notare poi che nelle scene di tensione non viene fatto uso di tracce sonore create appositamente per dare ansia allo spettatore. Quest’ultimi espedienti non mi piacciono molto e poche volte sono riuscite a creare veramente tensione. Il fatto che invece in The Ring non ci sia alcun suono o musica durante questi determinati momenti è un punto positivo in quanto crea vera angoscia.

Ci sono molte scene girate magistralmente ma una tra tutte mi ha sorpreso. In questa scena vediamo la protagonista uscire fuori dal balcone e gettare un’occhiata al palazzo di fronte. Da lì riesce a vedere molte persone che abitano in quei appartamenti incollati davanti al televisore, come a voler sottolineare che la televisione è entrata a far parte della vita di tutti noi e che noi ne siamo diventati succubi.

Un film che tutt’oggi riesce ad affascinarmi e che mostra come dovrebbe essere girato un remake.

Ora passiamo al secondo capitolo, The Ring 2:

La regia cambia e passa di mano a Hideo Nakata e anche il modo in cui la pellicola si approccia con il gruppo. Mentre nel primo si basava tutto sulla ricerca della verità, qui i nostri personaggi principali, Rachel e Aidan, devono cercare di fuggire da Samara che sembra voler a tutti i costi Rachel per se. I due dovranno cercare di nascondersi da quest’entità ma quest’ultima deciderà di prendere di mira Aidan per poter raggiungere il suo scopo.

Possiamo definire The Ring 2 quasi come un horror On the road e si tornerà a una classica storia in cui una famiglia viene perseguitata da un essere soprannaturale. Cosa che non è negativa di per sé, se fatto bene. E qui diciamo che la materia non è stata trattata male.
Lo considero al di sotto del primo ma ha comunque cose valide da mostrare.
Primo fra tutti il fatto che il rapporto tra Rachel e Aidan verrà approfondito molto di più rispetto al primo film. Nella pellicola precedente si avvertiva una certa incomunicabilità tra i due e per questo motivo anche una certa distanza. In questo opera invece i due si avvicineranno e riusciranno a trovare un modo per comunicare e capirsi meglio. Un evoluzione molto interessante che rimane uno dei punti forte del secondo capitolo.

Ci sono state anche alcune sequenze ben girate come la scena della doccia oppure l’attacco da parte dei cervi (forse una di quelle fatte meglio).

Alcuni difetti invece possono essere alcuni cliché che vengono proposti. Mentre alcuni li trovo leggermente fastidiosi altri invece sono stati utilizzati bene creando una buona atmosfera.
Un’altra cosa per cui sono rimasto dispiaciuto sono stati i personaggi secondari. Nel primo c’erano figure in secondo piano ben delineate con uno scopo, anche se non di vitale importanza. Qui invece sono per lo più figure più o meno piatte che interagiscono con i protagonisti. L’unica figura veramente di rilievo è il personaggio interpretato da Sissy Spacek anche se viene mostrato per poco tempo.

Comunque sia rimane un seguito valido che chiude la storia iniziata con il primo. Il terzo capitolo penso sarà una specie di ritorno di Samara (e spero che me lo spieghino). Quindi per il momento non posso far altro che aspettare e sperare che non sia così brutto come molti affermano.

Grazie per essere arrivati fin qui e al prossimo articolo.

 

[The Butcher]

In questo articolo vorrei spostarmi brevemente sul versante orientale e parlare di un’opera coreana. Questa sarà la prima volta che parlo di un film dell’oriente, nonostante ci avessi pensato cento volte, e solo oggi pubblico la mia prima recensione su ciò.

La pellicola in questione è Two Sisters, horror uscito in Corea nel 2003 e in Italia nel 2004, diretto da Ji-woo Kim e ispirato al romanzo Janghwa Hongreyon-jon.

Trama:
Le due sorelle Soo-yeon e Soo-mi tornano dopo molto tempo a casa dal padre. Insieme a lui però ci sarà anche la loro matrigna, Eun-joo, che entrambe detestano e temono. Dopo il loro ritorno nella casa sembrano succedere degli strani eventi di cui sono protagoniste le tre donne mentre il padre sembra non accorgersi di niente.

Ho definito Two Sisters un horror ma non è solamente quello. E’ anche un thriller psicologico realizzato in maniera eccelsa. Iniziamo con ordine.
La regia di Ji-woo Kim è molto curata. Riesce a descrivere bene la situazione in cui si trovano i personaggi narrando una storia con un montaggio lento e mai noioso.
La storia che ci viene narrata è interessante anche perché non parla semplicemente di eventi sovrannaturali in una casa, ma parla del contesto familiare. La famiglia in questione è molto frammentata. Soo-mi odia a morte la matrigna che non accetta come sua nuova madre e allo stesso tempo disprezza il padre per aver portato quella donna nella loro vita. La matrigna stessa sembra essere disgustata dalle due ragazze e non appena ne ha l’occasione si vendica sulla minore, Soo-yeon. Il padre è una figura interessante che però sembra essere tagliato fuori dalla situazione tra le figlie e la nuova moglie e ciò che sta succedendo intorno.
In questo caso però non è come in certi horror in cui la figura maschile sembra non accorgersi di niente perché ha dei prosciutti sugli occhi, ma è come se ciò che succede alle ragazze non potesse in alcun modo raggiungerlo.

Si parla parecchio dei personaggi, anzi possiamo dire che sia basa quasi completamente su di essi. E tutto questo grazie a una sceneggiatura scritta bene e a degli attori che fanno bene il loro lavoro, che non recitano solo delle battute imparate a memoria, ma che si muovono nelle inquadrature entrando perfettamente nei personaggi. Le loro interpretazione sono di alta qualità, tutti quanti risultano veri e realistici nei propri ruoli.
Attori che si calano in una famiglia che cerca inutilmente di sembrare la classica famiglia felice, di far finta che vada tutto bene, ma così non accade. Ci provano poco e falliscono miseramente. Alla fine saranno l’odio e la diffidenza a prevalere.
Solo le due sorelle riescono ad andare d’accordo, a essere sincere e felici insieme. Ci affezioneremo molto a loro due in quanto unici elementi che possiamo considerare positivi.

Tornando alla storia invece ci saranno molti elementi horror e misteriosi che pian piano prenderanno forma. La parte horror non è predominante ma quando fa mostra del suo potere di certo non te la dimentichi.
Nella prima parte ci faremo tante domande: C’è davvero qualcosa di sovrannaturale? Perché il padre sembra così distante? Cos’è successo davvero alla famiglia? Ci faremo spesso queste quesiti e quando sei sicuro di aver capito più o meno dove vuole andare a parare la pellicola, ecco che arriva il colpo di scena. Un plot twixt semplice ma congegnato veramente bene che cambierà le carte in tavola. Un colpo di scena che per fortuna non è forzato in quanto alcuni indizi ci erano già stati dati in certe scene durante la visione.
Da questo punto in poi le cose si fanno complesse, gli eventi saranno confusi per i protagonisti e la storia non procederà più in modo cronologico ma inizieranno ad esserci alcuni flashback che spiegheranno cosa stia realmente accadendo. Se non si è abbastanza attenti si potrebbero perdere alcuni particolari interessanti. Una seconda visione del film è d’obbligo per cogliere tutti quei dettagli che sicuramente sono sfuggiti la prima volta, soprattutto alcune simbologie davvero belle.

Non credo che ci sia altro da aggiungere. Tecnicamente è curato sotto ogni punto di vista (fotografia ottima, inquadrature azzeccatissime e movimenti della macchina lenti e ben fatti) e la sceneggiatura è molto interessante.
La vera componente horror in quest’opera non sta nelle entità sovrannaturali ma nel contesto familiare. Molte volte parlare di argomenti legati alla vita vera possono essere più terrificanti di mostri o altro. Dover affrontare i demoni interiori, affrontare la dura realtà, sono questi gli argomenti che valorizzano quest’horror.

Giusto per farvelo sapere, è stato fatto un remake americano di questo film nel 2009; il film si chiama Uninvited ed è stato diretto da Charles e Thomas Guard. Vi posso dire tranquillamente che Two Sisters è proporzionalmente bello alla bruttezza di questo remake. Neanche ci provano a fare le cose per bene.

Grazie mille di essere passati e ci vediamo al prossimo articolo.

[The Butcher]