Questo film dimostra ancora una volta una cosa molto semplice ma che in tantissimi tendono a sottovalutare ovvero che, anche se una trama o una tematica non è originale, con una sceneggiatura scritta bene e una regia curata si possono creare piccole perle.

La pellicola di cui sto parlando è del 2013, scritta e diretta da Zack Hilditch, ed è These Final Hours.

Trama:
Un meteorite si è appena schiantato nel Nord Atlantico e la conseguente tempesta di fuoco creatasi raggiungerà l’Australia Occidentale in dodici ore. James, spaventato a morte da questa cosa, abbandona l’amante incinta per andare a un rave party e dimenticarsi della fine del mondo. Durante il tragitto però salva la vita di Rose, una bambina che era stata rapita da due uomini che volevano abusare di lei. Rose racconta di essersi separata dal padre e chiede a James di portarla a Roleystone, da sua zia, dato che quella era la loro destinazione.

La tematica della fine del mondo ormai è stata utilizzata in parecchi contesti e a volte in modi molto superficiali (o troppo buonisti). In questo caso invece c’è stato una grande cura per questo argomento, iniziando da come è stato caratterizzato il protagonista.
James è spaventato dalla fine imminente, non vuole morire e soprattutto non vuole soffrire quando accadrà e per questo decide di scappare, di fuggire da tutto quanto anche dalle persone che ama per poter dimenticare, anche se per un breve tempo, ciò che sta per succedere.
L’incontro con Rose rovinerà i suoi piani. Grazie a lei James sarà coinvolto in degli eventi che lo faranno riflettere e lo aiuteranno a ritrovare se stesso e la strada che aveva smarrito.

Anche i vari personaggi secondari saranno ben strutturati e, nonostante alcuni di essi compaiano per poco tempo, riusciremo a capire benissimo la loro personalità e il loro stato d’animo grazie a degli ottimi dialoghi o ai loro modi di comportarsi e reagire.

Saranno interessanti anche le situazioni che capiteranno al nostro protagonista. Durante queste dodici ore assisteremo a scene drammatiche e crudeli. Basti pensare un attimo al fatto che James salvi Rose da due uomini che volevano violentarla. E questa non sarà l’unica scena, ci saranno momenti in cui la follia e la crudeltà umana sfoceranno nella violenza, in cui le persone inizieranno perfino a giocare con le loro vite come se nulla fosse o altri che, per non soffrire quando arriverà il momento, la faranno finita insieme a coloro che amano.

Il regista riesce ad approcciarsi a questa fine del mondo in modo realistico senza essere troppo buonista (cosa che molto stranamente capita spesso nel film apocalittici) e mostrandoci persone spaventate, furiose, crudeli, rassegnate, persone che nella realtà potrebbero reagire davvero in questi modi.

Il breve rapporto che ci sarà tra James e Rose verrà sviluppato in modo molto maturo. Ovviamente all’inizio James vedrà Rose solo come un peso in più e infatti cercherà di liberarsene perché il suo obiettivo e quello di fregarsene di tutto e tutti e divertirsi così tanto da dimenticarsi completamente della fine. Sembra quasi non importargli più di niente ma il solo fatto di aver salvato Rose e di non aver guardato altrove dimostra che c’è ancora qualcosa di cui gli importa, qualcosa per cui vale la pena andare avanti nonostante la fine sia imminente e questo lui lo capirà pian piano.

La sceneggiatura è molto solida e costruita bene ma anche la regia si da il suo da fare regalandoci sequenze meravigliose come quella presente verso la fine (non vi racconto cosa succede perché è spoiler); il modo in cui è stata girata, la musica azzeccata e la bravura degli attori hanno creato un momento bellissimo e pieno di emozioni che è riuscito a commuovermi.

Sono sicuro che alcuni potrebbero avere dei dubbi su questo film visto che la fine del mondo è un argomento utilizzato troppe volte ma io ve lo consiglio caldamente. These Final Hours che si concentra sui personaggi; parla di loro e non dell’apocalisse. Una pellicola che riesce a dimostrare un’incredibile umanità (e io ho il debole per film del genere).

Spero che la recensione vi sia piaciuta. Al prossimo articolo!

[The Butcher]

Quante volte ci è capitato di ascoltare una canzone alla radio che non sentivamo da tempo immemore, senza però ricordarne l’autore? Probabilmente moltissime volte. Anche a me è capitata una situazione del genere molto tempo fa: mi trovavo dentro un supermercato in balia dei classici tormentoni radiofonici, quando ad un tratto le mie orecchie furono conquistate da una canzone che niente aveva a che fare con tutto il resto. Un pezzo di una bellezza unica, dal sapore nostalgico con un tipo che cantava accompagnato solo dal pianoforte. Riconobbi il brano, lo sentivo dentro di me e aveva quel sapore del “già sentito” solo che in quel momento non ricordavo chi fosse a cantarla. Mi informai e ben presto risalì all’autore della composizione: tale Al Stewart. Ovviamente non mi fermai solamente a questo: volevo saperne di più su questo cantautore e decisi di rispolverare il suo disco più celebre. L’album del gatto.

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Scozzese di nascita, classe 1945, Al Stewart comincia a comporre le sue prime canzoni folk presso i club e i college della Gran Bretagna, ispirandosi a modelli del calibro di Bob Dylan. Le sue sono canzoni intimiste e dalla natura romantica che tuttavia non vengono molto apprezzate in patria. I suoi primi lavori discografici infatti rimangono piuttosto anonimi sebbene contengano al loro interno molti spunti di scrittura interessanti. Il suo stile tuttavia è ancora molto acerbo e poco identificabile. Tuttavia nel 1974 Stewart comincia a diventare molto popolare in America tanto da spingerlo ad affrontare un tour negli Stati Uniti, riscuotendo un discreto successo. Questi avvenimenti gettano le basi per quella che sarà la sua fase più matura. Comincia ad incidere dischi più riflessivi e impegnati come il famoso Past, Present and Future, concept album dove traspare tutto il suo amore per la storia e la letteratura. I testi subiscono un’evoluzione e Stewart comincia ad assumere una sua identità come musicista e songwriter, anche se la vera e propria consacrazione avverrà solamente nel 1976, anno della sua svolta a livello internazionale con il celeberrimo  Year of the Cat. Mai prima di allora Al Stewart aveva goduto di tanta popolarità e successo: è un momento d’oro per lui grazie anche a quella sua hit per eccellenza che lo lancerà in vetta alle classifiche di tutto il mondo, a cominciare dalla sua stessa terra d’origine. Ma veniamo al disco.

Registrato in Inghilterra, grazie anche al supporto del produttore Alan Parsons (una maestranza nel campo dei suoni), l’album viene immesso nel mercato dalla casa discografica RCA, con la quale l’artista aveva da poco firmato un contratto. Nel giro di poco più di un mese l’album diventa disco di platino grazie anche all’enorme successo riscosso dal singolo omonimo. Tuttavia quando all’epoca Stewart scrisse la sua hit di maggior successo non poteva certo immaginare che in futuro sarebbe rimasto legato a quella canzone per sempre. Le altre tracce dell’album non hanno avuto la stessa attenzione eppure non sono da meno a livello strumentale. Questo è uno di quei dischi che io definisco perfetti, dalla prima all’ultima traccia: ogni canzone è ricca di pathos emotivo (prendiamo per esempio l’assolo di violino di “Broadway Hotel” che è veramente da pelle d’oca o la incalzante “On the Border” con quella sua chitarra flamenca irresistibile). Tante le ballate folk come l’iniziale “Lord Greenvile” che con i suoi maestosi archi conquista al primo ascolto, passando per la orecchiabile “Sand in your Shoes”, impreziosita da echi di dylaniana memoria. I testi sono ricchi di numerosi riferimenti storiografici e giocano sulla metafora dello scorrere del tempo. Vengono abbozzate delle ambientazioni e delle situazioni non sempre chiare, anzi il più delle volte confuse. Come a sottolineare che non esiste un vero e proprio ordine cronologico. Oltre alle ballate in questo disco c’è spazio anche per alcuni episodi più rock come la brillante “If it Doesn’t Come Naturally Leave It”, dove viene trattato il tema del “blocco dello scrittore”, e la ritmata “Midas Shadow”, ritratto perfetto di  un uomo abbandonato dal successo e per questo motivo entrato in profonda crisi con se stesso. Da evidenziare inoltre la cura maniacale che Stewart pone nella metrica e nel linguaggio, facendo bene attenzione a non usare parole o temi già utilizzati da altri suoi colleghi. Da lodare inoltre l’apporto di Alan Parsons nella scelta dei suoni: la sua esperienza come ingegnere del suono da anche qui i suoi frutti riconfermando ancora una volta il suo enorme talento di produttore (delle sue doti aveva già dato assaggio con “The Dark Side of the Moon” e nel 1977 si ripeterà con l’ambizioso “I Robot”, secondo album del suo famoso progetto musicale).

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Di perle questo album è stracolmo e non poteva non chiudersi con l’evergreen che ha fatto la fortuna del suo autore: “Year of the Cat”. E’ la traccia più bella di tutte per il suo forte impatto emotivo. Una ballata folk- jazz aperta da uno dei riff al pianoforte più belli di sempre e che racconta il viaggio di un uomo in Nordafrica e del suo incontro con una donna appassionata di astrologia, della quale non sa nulla ma di cui si invaghisce fortemente. La traccia dura sui circa sei minuti e al solo ascoltarla vorresti non finisse mai. La canzone prima di terminare con un piacevole effetto di dissolvenza ci regala uno struggente assolo di sax, ultimo grande momento di pathos del disco.

Come già detto prima Al Stewart ancora oggi viene ricordato principalmente per questa sua hit. I suoi dischi successivi, seppur abbiano avuto un discreto successo in patria, non hanno ripetuto il miracolo di Year of the Cat. Stupisce che il suo nome non sia finito nell’olimpo dei grandi così come stupisce il fatto che questo gioiello di disco non sia stato incluso in nessuna classifica dei migliori dischi di quell’anno. Ciò nonostante Al Stewart è ancora vivo e vegeto e continua ancora a fare concerti e ad avere un vasto seguito di fan. Un titolo questo che non può mancare nella vostra collezione insieme ad altri tre o quattro della sua produzione che meritano nonostante la loro poca fama. Alla prossima!

 

[Mike]

 

Ps : molto originale l’artwork che rimanda in tutto e per tutto al nostro amico felino!

E’ incredibile come ogni volta i film della DC riescano a far parlare di se, nel bene e nel male (specialmente nel male). Anche questa volta si è acceso un dibattito interessante su questa nuova pellicola del DC Extended Universe. Il motivo? Le critiche che sono state fatte negli Usa e in Italia. Mentre nel primo caso abbiamo diversi critici e recensori che hanno elogiato la pellicola come miglior film del DCEU, dandogli dei voti veramente alti, in Italia invece la maggior parte dei siti o delle recensioni non hanno fatto altro che sottolineare i vari difetti dell’opera e il suo non essere originale.
Alla fine chi ha ragione? Dopo essere uscito dalla sala penso proprio che ci siano state delle estremizzazioni da ambo i lati.

Il film di cui sto parlando è Wonder Woman, pellicola ispirata all’omonimo personaggio dei fumetti creato da William Moulton Marston, diretto dalla regista Patty Jenkins.

Trama:
La protagonista della storia è Diana, principessa delle Amazzoni. Lei abita sull’isola di Themyscira dove viene addestrata per diventare una guerriera invincibile. La sua vita cambia quando Steve Trevor, un pilota americano, precipita sulla sua isola. Diana lo salva e lui le racconta del terribile conflitto che sta avvenendo nel mondo degli uomini (la Prima guerra mondiale). La principessa delle Amazzoni, non potendo sopportare la sofferenza umana e la perdita di vite innocenti, decide di lasciare l’isola in compagnia del pilota per porre fine a questa folle guerra.

Attendevo parecchio questo film per vari motivi: prima di tutto perché ho sempre apprezzato il personaggio di Wonder Woman, che ho conosciuto grazie alla serie animata della Justice League e in seguito attraverso i fumetti, poi per il fatto che questo fosse il primo blockbuster diretto da una donna. Purtroppo nel mondo del cinema ci sono poche donne regista (ma molte di loro sanno il fatto proprio, vedi film come Babadook o The Invitation) e niente per quanto riguarda i blockbusters. Quindi penso proprio che un film di questo tipo possa dare un po’ di speranza a tutte le donne che cercano di farsi strada nell’ambito cinematografico.
L’ultimo punto per cui attendevo la pellicola era anche la speranza di poter vedere finalmente un film su una super eroina che fosse almeno gradevole. Infatti questa non è la prima trasposizione cinematografica di un’eroina dei fumetti. Abbiamo avuto pellicole come Supergirl (quella degli anni ’80), Catwoman ed Elektra e purtroppo si sono rivelate dei pessimi lavori.

Dopo tutto questo discorso su quanto attendessi questo film, Wonder Woman mi è piaciuto? Personalmente l’ho apprezzato e, nonostante alcuni difetti, l’ho trovata veramente come il miglior lavoro del DCEU.
Partiamo con ordine.

Uno dei pregi più grandi della pellicola diretta dalla Jenkins è la protagonista, Diana. In questo film la vedremo intraprendere un viaggio in cui dovrà crescere e trovare se stessa. Lei è la classica eroina che vuole fare del bene e proteggere gli innocenti e all’inizio anche molto ingenua su come sia la guerra e soprattutto di come sia veramente l’uomo e queste cose Diana le imparerà strada facendo attraverso diversi incontri e situazioni. Alla fine ci ritroveremo davanti a un’eroina matura che ha trovato la sua strada e il suo vero io. Ad aiutare l’evoluzione del personaggio ci pensa anche l’attrice Gal Gadot che riesce a dare una buona interpretazione di Wonder Woman superando le mie aspettative. Non bisogna dimenticarsi di Steve Trevor, interpretato da Chris Pine, che non viene oscurato dalla protagonista o relegato in secondo piano, ma aiuta Diana a capire meglio il mondo degli uomini e si dimostra un personaggio ben caratterizzato e per nulla banale. Purtroppo non posso dire la stessa cosa per i personaggi secondari che hanno del potenziale per nulla sfruttato. La stessa cosa vale per i cattivi. Raramente nei cinecomic accade che i cattivi siano veramente interessanti e Wonder Woman purtroppo non è l’eccezione. Sia Maru/Dottor Poison che il Generale Ludendorff sono poco caratterizzati e non riescono a dimostrarsi dei veri pericoli. L’ultimo antagonista (sì, ce n’è un altro) aveva buone speranze di poter dare una spinta in più ma non ha avuto abbastanza tempo per essere approfondito a dovere diventando così un’ennesima occasione sprecata.

La trama del film è molto semplice e anche il modo in cui procede è lineare ma risulta alla fine piacevole anche per via di qualche scenetta divertente, combattimenti niente male in cui vengono utilizzati i rallenty (tecnica che nella maggior parte dei casi trovo esagerata ma che in questo caso non mi ha dato fastidio e di cui non se ne è fatto un abuso spropositato) e piccoli momenti di riflessione dei personaggi sull’uomo e sulla guerra.

Il montaggio è fatto bene (cosa che in Batman v Superman e specialmente in Suicide Squad non succedeva) anche se qualche siparietto comico l’avrei accorciato un pochino e avrei tolto invece qualche altra scena.
Le ambientazioni sono affascinanti partendo da Themyscira, luogo splendido e idilliaco, proseguendo con una Londra inquinata e finendo con un campo di battaglia tetro e oscuro come se si volesse sottolineare ancor di più il cammino di crescita di Diana (o forse sono io che vedo cose).

Una cosa che ho molto apprezzato è il fatto che Wonder Woman non sia stata in alcun modo sessualizzata e qui si nota la mano femminile della regista che ci mostra Diana meravigliosa in tutta la sua forza e la sua bellezza senza dover fare inquadrature dubbie.
Ciò che invece mi ha fatto dispiacere è che non si siano trattate di più certe tematiche femministe. Ci sono momenti in cui si fa riferimento alla condizione della donna durante quel periodo (lo dimostra ad esempio la scena dove tutti i superiori di Steve sono riuniti e guardano in modo beffardo Diana), ma purtroppo finisce tutto lì e ciò è un vero peccato perché in un film di questo tipo avrebbe dato maggio peso alla storia.

Per concludere Wonder Woman non è il capolavoro osannato dalla critica statunitense ma non si merita tutte le recensioni negative che ha avuto in Italia. E’ un ottimo film d’intrattenimento che riesce a fare il suo dovere parlando di tematiche importanti come la guerra e la natura umana e riesce perfino a fare qualcosa che molti cinecomic non fanno: lasciare un messaggio. Un messaggio che per quanto semplice possa essere in un film destinato al grande pubblico e con i tempi che corrono oggi non può che far piacere. Il messaggio che ci lascia è che anche se il mondo vive un momento di guerra e odio grazie all’amore l’uomo può diventare un essere migliore. Come ho detto è un messaggio semplice ma con tutte le cose orrende che stanno succedendo oggi è importante che questo messaggio d’amore venga diffuso. Un film che vi consiglio di guardare anche se penso che avrebbe potuto essere ancora di più di quel che è.
Grazie mille di essere passati e al prossimo articolo!

[The Butcher]