[Blade Runner] Come gocce di sangue

Pubblicato: 14 dicembre 2017 da Shiki Ryougi 両儀 式 in di Shiki, Diario
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Non amati, non desiderati, non nati.
Creati, usati, poi dimenticati.
I raggi del sole filtravano debolmente attraverso le spesse nuvole scure, illuminando con
poco calore il viso perfetto di colei che apparentemente doveva avere poco più di vent’anni.
Un fiore sbocciato in mezzo al nulla, una rara meraviglia; questo avrebbero detto di lei,
all’infinito come una macabra cantilena che ti accompagna fin dentro al nulla.

Questo breve racconto è collocabile tra gli eventi del primo e del secondo film, un anno prima del Black Out del 2022. Per comprenderlo appieno è consigliabile averli visti entrambi. Inoltre ho introdotto un concetto non discusso nei film (se ne parla nel romanzo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” di Philip K. Dick da cui sono tratti i film Balde Runner e Blade Runner 2049), cioè la palta (kipple), il caos, l’inesorabile entropia che sta sommergendo ogni cosa.

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[Shiki Ryougi 両儀 式]

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Il 2017 è stato un anno davvero ottimo per gli horror, ma in generale, lo sono stati questi ultimi anni con l’uscita di pellicole stupende quali Babadook, It Follows, The VVitch, The Neon Demon, Train to Busan, Lasciami Entrare e tanti altri film stupendi. Purtroppo però continuo a vedere una certa categoria di horror che non mi piacciono per niente ma che riscontrano un ottimo successo tra i ragazzini. Quei filmetti senza arte ne parte dove si pensa che per intrattenere e spaventare il pubblico basti mettere jumpscares ogni cinque minuti. Sono pellicole che non ho mai sopportato ma che purtroppo riescono effettivamente a divertire i più piccoli (e in certi casi anche i più grandi) e che coninuano a uscire sempre di più (ad esempio gran parte dei film della Blumhouse).
Chiariamo che io non ce l’ho con lo jumpscares in se; è un metodo che se utilizzato bene fa il suo effetto e ciò lo si può vedere ne film di Wan o nell’ultimo It dove non sono mai fuori contesto. Però gli esempi in questo caso sono pochi e il pubblico ormai preferisce questo tipo di horror.

Così quando esce un horror come Under the Shadow sento in giro gente dire che è noioso senza provare a capire il contesto in cui è ambientato e le tematiche presenti.

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Trama:
Siamo a Teheran nel 1980 dopo la rivoluzione iraniana e durante la guerra tra Iran e Iraq. Shideh è una donna che cerca di completare i suoi studi universitari di medicina ma per via del suo pensiero politico durante la rivoluzione (era comunista) le viene negato questo diritto e ciò la distrugge. Intanto il marito, che è medico, è costretto ad andare al fronte e quindi lascia Shideh e sua figlia da sole. Durante la sua assenza però un missile colpisce il condominio in cui vivono senza esplodere e conficcandosi nell’appartamento sopra il loro. Ma il missile ha portato con se anche qualcos’altro che inizierà a tormentare la protagonista e sua figlia.

Under the Shadow è un horror del 2016 diretto da Babak Anvari, che realizza con questo lavoro il suo primo lungometraggio.

Uno dei motivi principali per cui sicuramente questo film ha “annoiato” è per la sua mancanza di jumpscares. Non ci sarà un solo momento in cui sentiremo il sonoro alzarsi all’improvviso e, soprattutto, non saranno presenti le classiche musiche che dovrebbero creare la tensione nel pubblico.
Il film infatti è quasi sprovvisto di colonna sonora e la suspense verrà esclusivamente creata dal silenzio in cui vivono le due e specialmente dal senso di solitudine che crescerà constantemente, come se pian piano le ragazze venissero abbandonate dal resto del mondo.

L’altro motivo è la prima metà in cui l’orrore non sarà presente. Ed è una cosa che ho molto apprezzato e di cui sono contento. Molti horror tendono a partire subito in quarta mentre questo si prende i suoi tempi e ci descrive in maniera egregia le figure di Shideh e sua figlia Dorsa e del contesto storico in cui vivono.
I primi cinque minuti sono stati un colpo al cuore per me vedendo come Shideh cercasse di continuare i suoi studi universitari e di come la sua richiesta sia stata respinta prepotentemente da una persona insensibile e ottusa. I miei complimenti vanno alla prova attoriale di Narges Rashidi che solo attraverso i suoi occhi fa capire come questo rifiuto l’abbia distrutta e delusa. Questo suo stato d’animo si rifletterà poi sulla sua famiglia.

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La regia di Anvari è molto precisa e qui riesce a descrivere in maniera oggettiva come una nazione fino a quel punto moderna e libera sia caduta sotto un regime estremista e di come certe persone come Shideh si siano dovute ambientare.
Soprattutto per lei che è una donna dalla mentalità aperta e molto decisa la cosa è stata più dura da digerire.
Ci sono parecchie scene che mostrano ciò ma l’esempio maggiore è quello in cui la vediamo indossare il velo all’esterno e, appena tornata in casa, se lo toglie subito. Vengono mostrate anche altre follie di questo estremismo come il fatto che i videoregistratori siano vietati (lei ne ha uno che utilizza per vedere videocassette di aerobica).
Under the Shadow parla molto bene di cosa ha portato la rivoluzione iraniana e la guerra. Se siete interessati all’argomento vi consiglio Persepolis (sia fumetto che film) in cui l’autrice parla della sua vita prima e dopo la rivoluzione.

Tornando al film, la visione che abbiamo di Shideh è quella di una donna emancipata, che vive in un mondo che può soffocarla e dove neanche suo marito riesce a comprenderla.
Dopo la partenza di quest’ultimo arriva il missile e insieme a esso il jinn, il demone del vento.
Questi esseri fanno parte della cultura islamica e sono perlopiù cattivi ma alcuni di loro possono diventare benevoli nei confronti dell’uomo; purtroppo non è questo il caso.
E il fatto che questa creatura arrivi insieme al missile è una chiara metafora dell’orrore che la guerra porta con se. Sarà anche evidente ma è realizzato benissimo.

E infine il jinn, il terzo motivo per cui alcuni dicono che è noioso. Infatti la creatura apparirà più o meno per tre minuti scarsi e sempre coperto da un mantello.
Non vedere mai il vero aspetto dell’essere lo rende parecchio affascinante e quelle poche volte che appare riesce a inquietare. Una delle scene che più mi hanno impressionato si svolge sotto il letto e giuro che è riuscito a cogliermi alla sprovvista.
Il jinn, pian piano e in maniera subdola, inizierà a perseguitare Shideh e Dorsa, inclinando ancor di più il rapporto tra le due che, fin dall’inizio, non era dei più armoniosi; ma è anche con l’arrivo del demone che vedremo Shideh tirare fuori tutta la sua forza e determinazione e mostrerà l’affetto che prova verso la figlia (tra l’altro la bambina, Avin Manshadi, recita veramente bene).

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In un certo senso Under the Shadow può essere paragonato a Babadook sia per il rapporto genitore/figlio, sia per la creatura che appare pochissimo ma non dimentichi più, sia per la costruzione narrativa; entrambi però hanno dei contesti molto differenti.

Per concludere ho amato questa pellicola ma, se cercate un filmetto dell’orrore pieno e strapieno di jumpscares che vi intrattenga per qualche oretta, evitate questo film; se invece cercate un horror intelligente e costruito benissimo allora Under the Shadow fa per voi.

[The Butcher]

Coraggio.
Ci vuole molto coraggio quando si decide di mettere le mani su un lavoro altrui. Ancor di più se questo lavoro è una pietra miliare della musica italiana, concepita dal genio anarchico di De André. Il solo pensiero risulterebbe blasfemo. Quando nel lontano 2005 venne pubblicata la seconda opera solista di Morgan, le reazioni da parte del pubblico e della critica furono molto contrastanti. Chi da una parte lo accusava di troppa presunzione nel volersi misurare con un classico di quella portata, chi dall’altra lo difendeva, ritenendo l’operazione tutt’altro che mal riuscita. E’ stato un caso questo che ha fatto molto discutere in quel periodo. Un’operazione talmente rischiosa e delicata ma soprattutto mai tentata prima nel nostro paese: “coverizzare” un intero album, riproporlo in tutta la sua interezza. Uno dei primi remake nella storia della musica italiana che spinse molti a porsi una legittima domanda: era proprio necessaria un’operazione del genere? Probabilmente no, l’opera originale è perfetta così com’è. Però, però… ha un suo perché e mi sento di consigliarlo a tutti, anche a coloro che nutrono ancora dubbi a riguardo e si sono tenuti a debita distanza per paura di vedere (o meglio sentire) l’ennesimo scempio perpetrato ai danni di un capolavoro storico. Fortunatamente per noi, non è questo il caso.

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L’idea del progetto nacque per volontà della moglie di Fabrizio, Dori Ghezzi, che dopo la morte del marito si è ritirata dalle scene per dedicarsi completamente alla gestione del patrimonio artistico del cantautore. Attraverso la “Fondazione Fabrizio De André Onlus” si occupa di promuovere diversi eventi con lo scopo di mantenere vivo il suo ricordo, rivolgendosi soprattutto ai più giovani. E proprio loro sono i destinatari di questa particolare operazione “remake” della celebre opera tratta dall’Antologia di Spoon River. Per fare questo però fu necessario trovare qualcuno che avesse a cuore il progetto e riuscisse a mantenere una chiave di lettura quanto più possibile fedele e rispettosa all’originale. Dopo una lunga ricerca la scelta cadde infine su Morgan, dopo che la stessa Dori aveva assistito ad una sua interpretazione dal vivo della canzone “Un ottico” rimanendone piacevolmente colpita.

“Cercavo un artista che fosse all’altezza per far rivivere quel lavoro dedicato a Spoon River. Conoscendo Morgan ho scoperto che è colto, preparato. Poi l’ ho sentito cantare alcuni di quei brani a Roma e mi sono convinta che sarebbe stato bello farne un disco nuovo. Gli ho lasciato carta bianca e il risultato mi ha entusiasmato.”

(Dori Ghezzi)

L’ex leader dei Bluvertigo, che aveva già pubblicato il suo primo album solista(vincitore della Targa Tenco 2003 come migliore opera prima), accettò subito la proposta della Ghezzi, mettendosi immediatamente a lavoro. Ripartendo dagli arrangiamenti di Nicola Piovani, riscrisse tutte le partiture e riarrangiò tutti i pezzi.

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Pur essendo un’operazione quasi fedelmente rispettosa dell’originale, presenta alcune differenze che non stravolgono la natura del disco, ma al contrario, arricchiscono le atmosfere con l’aggiunta di diversi strumenti. Si parte con un breve incipit dove le note del “Suonatore Jones” aprono il concept anticipando quella che è la prima vera canzone. “Dormono sulla collina” (conosciuta anche come “La collina”) fa riferimento a tutte quelle anime strappate alla vita (chi per morte accidentale sul lavoro, chi per amore e chi perchè morto in guerra) e che ora riposano nel cimitero di Spoon River. Morgan non apporta grossi cambiamenti se non quello di aggiungere il pianoforte e il sintetizzatore. “Un matto” già presenta alcune sostanziali modifiche come l’aggiunta del clarinetto e l’effetto “bisbiglio” delle voci in sordina. Viene completamente riscritta la struttura iniziale del brano mentre sul finale viene inserita una vera esplosione dai toni free jazz con il clarinetto in primo piano. Protagonista di questa canzone è il matto Frank Drummer, ovvero da tutti identificato come “lo scemo del villaggio”, a causa della sua incapacità di esprimere i propri pensieri attraverso le parole. Nonostante i suoi numerosi tentativi di inserimento nella società (tra cui quello di imparare l’enciclopedia Treccani a memoria) finirà con l’essere deriso e isolato da tutti e per questo internato in un manicomio. La terza canzone è quella più famosa del disco e del repertorio del cantautore. “Un giudice” mette in mostra le vicende personali di Selah Lively, persona di bassa statura, vittima della derisione della gente. Anche qui, come nella canzone precedente subentra il tema dell’invidia: se nel caso del matto il protagonista rimaneva impotente agli atteggiamenti di coloro che lo circondavano, qui invece notiamo come il senso di invidia e frustrazione porti il protagonista a trasformarsi completamente, cominciando ad agire per vendetta. Completati gli studi di giurisprudenza e diventato giudice comincerà a punire tutti coloro che lo avevano preso in giro, mostrandosi più carogna di loro. Tuttavia sul finale dovrà inginocchiarsi dinanzi alla statura sconfinata di Dio, giudice onnipotente al di sopra di lui. Se nella versione di De Andrè il brano risultava essere più scarno, con protagonista la chitarra e pochissimi altri strumenti, nella versione di Morgan il pezzo acquista un sapore decisamente più rock grazie all’aggiunta della batteria e alla sostituzione dell’ocarina con il flauto a coulisse. Il tema del brano si ripete ogni volta con uno strumento diverso fino alla strofa finale dove convergeranno tutti insieme. Seguono le vicende tormentate del blasfemo Wendell Bloyd, che viene perseguitato e poi ucciso a forza di botte da due guardie bigotte per aver accusato Dio di aver ingannato l’uomo inventando la morte e le quattro stagioni. Una volta morto il blasfemo non accuserà più Dio ma chi usa la religione per esercitare il proprio potere sugli altri. Nel “blasfemo” di Morgan il tempo viene rallentato e vengono introdotte delle variazioni armoniche. Vengono inoltre apportate piccole modifiche al testo: il verso conclusivo viene ripetuto tre volte anziché due. Si arriva alla fine della prima parte dell’opera con l’ultimo brano portante il tema dell’invidia: “Un malato di cuore”, uno dei più commoventi ed emozionanti. Viene raccontata la delicata esistenza di Francis Turner, costretto a sfiorare la vita senza mai poterla vivere in pieno a causa del suo cuore malato. Provare anche solamente una forte emozione potrebbe costargli caro e per questo si trova limitato in ogni semplice azione del vivere quotidiano (dal bere a piccoli sorsi da una coppa al non poter correre insieme agli altri suoi coetanei). Questo accentua sempre di più il suo senso di solitudine ed invidia nei confronti degli altri. Tuttavia il suo personaggio, a differenza del matto, del giudice e del blasfemo, sarà l’unico a vincere l’invidia grazie all’amore di una donna che gli regalerà l’unica forte emozione della sua vita prima che il suo cuore smetta di battere. Anche qui il tempo subisce un forte rallentamento mentre l’accompagnamento vocale del soprano viene sostituito dal theremin. Nell’album originale alla fine del brano De André accenna brevemente “L’inverno” di Vivaldi con la chitarra, mentre nella versione di Morgan il tema viene riproposto per interno in una traccia separata.

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Il secondo tempo dell’album si apre sulle note di “Un medico”, storia del dottor Siegfried Iseman, il quale spinto da una forte passione per la professione medica comincia a curare gratuitamente i poveri ammalati, fino al punto da ridursi in miseria perdendo oltre il lavoro anche l’amore di sua moglie e dei suoi figli. Pur di risollevare la propria vita si ritroverà costretto a vendere “pozioni miracolose” per poi finire in prigione, additato da tutti come il professore imbroglione e truffatore. Rispetto alla versione originale qui vengono aggiunti numerosi strumenti come il pianoforte, il mellotron, il clarinetto e il sintetizzatore. Inoltre viene accennato brevemente “L’arte della fuga” di Bach con il clavicembalo. Dalla passione per la medicina si passa a quella per un’altra nobile professione: quella del “chimico”. Si racconta di Trainer il farmacista, capace di comprendere le reazioni che tengono uniti elementi come l’idrogeno e l’ossigeno senza mai riuscire a capire come uomini e donne riescano a unirsi attraverso l’amore. Per tale motivo non si sposerà mai e non conoscerà mai tale sentimento. Il destino beffardo riserverà al chimico una morte tanto stupida quanto idiota (“egli morì in un esperimento sbagliato/proprio come gli idioti che muoion d’amore”). Anche qui il pezzo viene impreziosito dall’aggiunta di vari strumenti come il piano elettrico, il contrabbasso e la chitarra elettrica. C’è anche l’accompagnamento di archi che eseguono il Canone di Pachelbel, parte del tutto assente nell’album del 1972. Piccola curiosità: questo brano venne scelto dalla casa discografica per partecipare in gara al Festivalbar nel 1972. De André tuttavia si rifiutò di partecipare alla manifestazione. Eccoci giunti al brano più psichedelico dell’opera: “Un ottico”, qui diviso in cinque parti. L’unica poesia tratta dall’Antologia di Edgar Lee Masters a non trattare il tema della morte. Questo si può capire anche dal fatto che la storia viene raccontata usando il tempo presente anziché il passato come per tutte le altre canzoni. La storia vede protagonista un ottico di nome Dippold, il quale costruisce delle lenti speciali che possano aiutare la gente a vedere oltre la realtà. Per questa canzone Morgan ha utilizzato il pianoforte, il clarinetto e un megafono per conferire quel senso di sdoppiamento delle voci che è possibile ascoltare nella seconda parte, a partire dalla seconda strofa. Il tutto contribuisce ad accentuare il carattere psichedelico del brano che termine con una improvvisazione jazz sul finale. L’ultima storia di Spoon River ci racconta le gesta del “Suonatore Jones”, uomo che preferisce coltivare il proprio tempo suonando il flauto piuttosto che lavorare la terra. Morirà povero ma privo di rimpianti: la libertà che la musica gli offriva era di gran lunga superiore a qualsiasi tipo di ricchezza economica. Nell’antologia di Masters Jones non suona il flauto ma il violino. La versione di Morgan differisce da quella di De André proprio per la presenza del violino e di strumenti come il pianoforte, la batteria, il basso e il theremin. L’album si chiude sulle note finali del tema iniziale, il tutto a rafforzare il concetto di concept-album.

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Questo esperimento operato da Morgan vide la luce nel 2005 grazie alla pubblicazione da parte della Columbia Records. Il risultato finale convinse non solo Dori Ghezzi ma anche un’altra persona che ha contribuito alla genesi di questo album cult: Fernanda Pivano, ovvero colei che ha tradotto le poesie di Masters che Fabrizio ha poi deciso di utilizzare per il disco. Il musicista di Monza ha eseguito diverse volte dal vivo l’intero album e ancora oggi nei suoi concerti non mancano i suoi omaggi al cantautore genovese.

La recensione termina qui. Se avete amato l’opera originale e volete immergervi di nuovo nel mondo di Spoon River vi invito a dare una chance a questo remake. Questo è tutto quello che avevo da dire su uno dei dischi che più di tutti hanno segnato la mia crescita musicale. Ancora oggi la ritengo la mia opera preferita di De André insieme a “Storia di un impiegato” e “Tutti morimmo a stento”. Altri dischi di cui mi piacerebbe tanto parlare. Noi intanto ci rivediamo alla prossima recensione!

[Mike]