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– Shiki


Salve a tutti e benvenuti alla mia prima recensione musicale!

Il disco che ho scelto di recensire in questo primo articolo è Nursery Cryme, della rock band inglese Genesis e dato alle stampe nel 1971 dalla casa discografica Charisma Records.

I Genesis sono un gruppo rock inglese fondato nel 1969 da alcuni giovani studenti della Charterhouse, un college situato nei pressi di Londra e frequentato per lo più da ragazzi benestanti, appartenenti  alla buona borghesia britannica. La formazione originale della band comprende: il leader e cantante Peter Gabriel, il tastierista Tony Banks, Anthony Philipps alla chitarra classica, Mike Rutherford alla chitarra elettrica e al basso e infine Chris Stewart alla batteria. Insieme registrano due album dagli esiti poco fortunati : l’ambizioso e quasi ignorato “From Genesis To Revelation” e il successivo “Trespass”, lavoro nel complesso più maturo grazie al delinearsi di quello stile che i critici definiscono come rock progressivo. Tuttavia la svolta vera e propria arriva solo nel 1971, a causa di diversi mutamenti fondamentali. Philipps lascia il gruppo e al suo posto subentra Steve Hackett, virtuoso della chitarra. Inoltre si unisce al complesso un giovanissimo Phil Collins, in qualità di batterista. Con questo ben collaudato team, i Genesis raggiungono il successo in Europa nel periodo 1971-1974, sfornando tutta una serie di capolavori del prog. Capostipite di questi è proprio “Nursery Cryme”, che vede la luce il 12 novembre del ’71. Tale titolo allude alle filastrocche per bambini, tipiche della tradizione anglosassone e che caratterizzano la traccia d’apertura del disco, “The Musical Box”.

Questa mini-suite, della durata di oltre dieci minuti, narra le vicende di un bambino che finisce decapitato da una sua coetanea, durante una partita di croquet. Il pezzo diventa col tempo uno dei cavalli di battaglia del gruppo, sia per il testo saturo di metafore e dall’aria molto fiabesca ma anche per l’ottima esecuzione dei musicisti, che passando da un tempo all’altro, riescono a non annoiare mai per tutta la durata della canzone. Terminato questo primo momento epico dell’album, l’ascoltatore viene trasportato verso atmosfere più delicate e rilassate, con “For Absent Friends”. Questa volta è Collins a vestire i panni del cantante solista, raccontando la storia di due vedove, che passano il tempo a rimembrare i giorni trascorsi con i loro rispettivi mariti. A differenza del brano precedente, questo è totalmente acustico. Sono la voce di Phil e la chitarra a farla da padroni, rendendo in pieno il senso di nostalgia dei protagonisti. La tranquillità però è destinata a durare poco, spazzata via da “The Return Of The Giant Hogweed”, articolata composizione che la dice lunga sul virtuosismo della band. Otto minuti di rock grintoso in cui c’è spazio per tutti : dalle chitarre di Hackett e Rutherford alle tastiere di Banks. Gabriel si divide tra canto e assoli di flauto, dimostrando anche ottime capacità di intrattenitore durante i concerti. Sul palcoscenico è lui l’attrazione principale, con la sua teatralità e i suoi celebri costumi. “Seven Stones” apre la seconda facciata del disco. Anche qui il testo mostra l’Inghilterra vittoriana che faceva da sfondo alle storie precedenti. Dal punto di vista melodico, il brano risulta essere molto articolato e allo stesso tempo malinconico, quasi a strizzare l’occhio ai King Crimson più sinfonici. Seguono due brevi intermezzi che anticipano il gran finale : il primo, “Harold The Barrel”, è un pezzo molto goliardico che ben si presta alle liriche surreali del testo; invece il secondo, “Harlequin”, è probabilmente l’unico motivo orecchiabile di tutta l’opera. La sua intensa drammaticità fa da preludio alla conclusiva “The Fountain of Salmacis”, breve suite dal sapore mitologico in chiave rock.  In ultimo ma non meno importante, la bellissima copertina dell’album realizzata da Paul Whitehead (curatore di molte altre cover dei Genesis). Essa vede ritratta la bambina protagonista di “The Musical Box” mentre impugna una mazza da croquet, sullo sfondo di un tramonto.

Sono molto legato a questo disco e mi sento di consigliarlo a tutti gli amanti del genere prog ma anche a coloro che vogliono semplicemente allargare i propri orizzonti musicali. Detto questo, la recensione termina qui. Grazie per la vostra attenzione e tanta buona musica a tutti!

 

[Mike]

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