E’ quasi passato un mese da quando il Duca Bianco ci ha lasciato e confesso che una parte di me ancora fatica a realizzarlo. Ricordo benissimo il giorno in cui mi recai al negozio più vicino per mettere le mani sul suo ultimo attesissimo lavoro, inconsapevole come tanti altri della tremenda verità nascosta in esso. Blackstar è un’opera complessa e visionaria, che raccoglie dentro di sé i linguaggi musicali più avanzati. Quello che Bowie ci ha lasciato è un disco avanti rispetto ai nostri tempi, da ascoltare con calma e in solitudine. Necessita di molto tempo per essere metabolizzato perciò non affrettatevi a giudicarlo subito al primo ascolto. Prendetevi tutto il tempo che serve. Soltanto allora potrete coglierne le meraviglie.

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Già da qualche anno correvano diverse voci che davano per imminente l’uscita di un nuovo album dell’artista inglese. Dopo il glorioso ritorno del 2013 con The Next Day, tutti attendevamo con ansia il suo prossimo rientro sulle scene, specialmente dopo la decisione di non fare più tour. La conferma non si fa attendere oltre e così l’8 gennaio del nuovo anno (giorno del suo 69esimo compleanno) esce Blackstar, un prodotto che ha tutte le carte in tavola per superare il predecessore. Le sue intenzioni sono chiare fin da subito : rompere ogni legame con il passato e percorrere nuovi sentieri. Tutto è una novità, a partire dall’organico di musicisti jazz che lo accompagnano traccia per traccia e scelti accuratamente da lui stesso : Donny McCaslin (sassofono), Ben Monder (chitarra), Tim Lefebvre (basso) e i più giovani Jason Lindner (tastiere) e Mark Guiliana (batteria). Gente proveniente dal mondo jazz, scelta appositamente per suonare rock, come più volte dichiarato dal fido produttore Tony Visconti, che ha seguito passo passo tutta la produzione del disco. L’opera inizia con la title-track omonima e fin dalle prime note si rimane del tutto spiazzati nello scoprire un Bowie molto insolito. Il brano, della durata di dieci minuti circa, può essere diviso in due tempi : il primo dai toni cupi e apocalittici, quasi ad annunciare una minaccia futura (la sua morte?); il secondo invece sembra quasi trasportarci verso una realtà metafisica, dove non tutto è ancora perduto. Nel video della canzone Bowie sembra atteggiarsi da sciamano mentre indica una remota salvezza (la resurrezione?) con l’ausilio di un libro raffigurante una stella nera. Come se la risposta fosse contenuta lì dentro. Ovviamente questa è solamente la mia interpretazione. Come al solito il Duca lascia all’ascoltatore tutti gli interrogativi e le possibili spiegazioni. Se volessimo provare a descrivere musicalmente un pezzo di tale portata potremmo definirlo un brano tra il prog e il jazz con alcune sfumature soul, il tutto condito da atmosfere elettroniche. Un incrocio tra i Radiohead di Kid A e lo Scott Walker più sperimentale. L’ascolto continua con la seconda traccia, Tis A Pity She Was A Whore. Una versione nuova della canzone già contenuta nella precedente antologia del 2014 e che qui si arricchisce di sonorità free-jazz, che la rendono ancora più sublime. Per arrivare a questo risultato, durante le sessioni di registrazione Bowie e i suoi erano soliti ascoltare alcuni pezzi di Kendrick Lamar, una delle fonti d’ispirazione del Duca. Il lato A si conclude con Lazarus, secondo singolo estratto dal disco. Anche qui rock “alla Bowie” con tanto di variazioni blues. Nel videoclip realizzato appositamente per l’occasione, troviamo il nostro David bendato e sofferente in un letto d’ospedale, proprio come un lazzaro. Nel testo sono infatti riscontrabili diversi riferimenti ai testi sacri e in particolare alla Bibbia ma anche qualcosa di particolarmente profetico.

« Guardate qui, sono in paradiso
Ho cicatrici che non possono essere viste
Ho una storia, che non può essere rubata
Tutti sanno chi sono adesso »

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Indizi non casuali e che inizialmente lasciano interdetti tutti, compreso il sottoscritto. Cosa ci starà comunicando Bowie? Perché tanto dolore? D’altronde è anche vero che le sue opere (specialmente le ultime) sono sempre state molto criptiche. Il lato B dell’album si apre con Sue (Or In A Season Of Crime), totalmente stravolta rispetto alla versione originale. Dimezzata nei tempi e caratterizzata da strutture fortemente drum’bass, precede la bellissima Girl Loves Me, dove il cantante torna a una scrittura più semplice e diretta. Dollar Days è una ballata malinconica e struggente, che saprà farvi ritornare in mente il Bowie di “Where Are We Now?”. L’opera si chiude sulle note dell’elettronica I Can’t Give Everything Away, brano più solare e ottimista.

Due giorni dopo l’uscita di Blackstar, il significato di quella stella nera sarà chiaro a tutti. Bowie era malato da diverso tempo ma nell’ambiente solo pochissime persone lo sapevano. I dottori gli avevano diagnosticato un cancro al fegato 18 mesi fa. Consapevole del poco tempo rimastogli a disposizione, ha dedicato anima e corpo nel nuovo progetto. Blackstar è stato il suo regalo d’addio per tutti noi, il suo canto del cigno. Mi piace pensare che qualche alieno sia giunto sul nostro pianeta per riprenderselo e riportarlo su Marte. Come se altre forme di vita nello spazio volessero godere della sua arte, della sua musica. Noi del pianeta Terra di certo continueremo a farlo.

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                                                                                             [Mike]

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commenti
  1. cinemadegenere2014 ha detto:

    Grande ultimo lavoro del Duca. David, ci mancherai.

    • Mike ha detto:

      Quando ho saputo della sua scomparsa non ho potuto trattenere le lacrime. Non mi era mai successo di commuovermi per la dipartita di un artista. Ma lui era Bowie.

  2. Pennadiparte ha detto:

    Mi piacciono queste riflessioni a freddo. Mi chiedo, considerando testi e musiche, secondo te quale sentimento prevale? C’è luce nel “messaggio” finale?

    • Mike ha detto:

      Non passa giorno che non lo ascolti. Credo che il brano finale si ponga completamente in contrasto con i precedenti. L’idea che mi sono fatto, ascoltandolo più volte, è che trasudi molta serenità. Coloro che sono stati vicini a Bowie nell’ultimo periodo lo hanno visto “in pace con se stesso”, totalmente dedito al lavoro. Ogni giorno per lui entrare nello studio di registrazione e provare con i musicisti era la cosa più stimolante ed eccitante in assoluto. La sua voce emanava una forza incredibile. Quindi si, per me c’è luce nel messaggio finale. C’è il senso della rinascita che supera qualsiasi cosa, anche la morte.

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