The Piper at the Gates of Dawn

Pubblicato: 25 maggio 2016 da Mike in Cultura, Musica
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Rieccomi qua, pronto con una nuova recensione musicale, questa volta dal sapore molto psichedelico. Ho deciso di dedicare quest’articolo ai Pink Floyd (gruppo che non ha bisogno di presentazioni) e nello specifico al loro album che amo di più. Come forse avrete intuito, non mi limiterò a raccontarvi il loro periodo più conosciuto. Al contrario, il mio intento è quello di partire dall’inizio, dalle origini di tutto ciò. Ma state tranquilli, avremo modo in futuro di parlare anche di quelle gemme assolute come Dark Side of the Moon, Animal, Wish You Were Here e The Wall. Per adesso non dovete fare altro che lasciarvi incantare dal suono del Pifferaio alle porte dell’alba!

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I Pink Floyd nascono in un periodo molto importante della storia della musica. Siamo nella Londra degli anni sessanta, in pieno fermento culturale: una grande rivoluzione è in corso e si va man mano diffondendo per tutto il Regno Unito. E’ il periodo in cui l’arte incontra la modernità dando vita a inedite forme di comunicazione. Nasce la pop-art e Andy Wharol fonda la sua celebre Factory fatta di artisti, intellettuali e musicisti. Anche il settore della moda non rimane indifferente di fronte a tali innovazioni ed ecco che cominciano a spopolare le prime minigonne. La british-invasion musicale si prepara a lanciare la sua prima ondata pop guidata dai Beatles, che di li a poco daranno alle stampe il loro famosissimo Srgt. Pepper, che rimarrà in testa alle classifiche per parecchio tempo. In tutto questo, comincerà a muovere i primi passi un ragazzo proveniente dal Cambridge.

Il suo nome è Syd Barrett e ha due grandi passioni: la pittura e la musica, entrambe ereditate dal padre. E’ proprio all’età di quattordici anni che inizierà a strimpellare il primo strumento, l’ukulele. Successivamente si dedicherà al banjo e allo studio della chitarra. Col tempo il giovane Barrett inizierà anche ad appassionarsi al rock and roll di Elvis Presley e Buddy Holly, che diventeranno presto i suoi modelli di riferimento più importanti. Durante gli anni del college comincerà a prendere forma il suo “sogno nel cassetto”, ovvero quello di formare una band insieme ad alcuni amici e compagni d’istituto. Tra questi spicca il talentuoso Roger Waters, che aveva da poco cominciato a suonare il basso nei Sigma 6 insieme al suo amico Bob Klose ed altri studenti. L’entrata di Syd fece si che il gruppo cambiasse il nome in Spectrum Five. Questa inedita formazione comprendeva, oltre ai già citati membri, due nuovi ingressi: Nick Mason alla batteria e Richard Wright alle tastiere, entrambi vecchie conoscenze di Waters. La casa di Syd divenne il luogo ideale per le prove del gruppo, che si esibiva per lo più in occasione di qualche festa paesana. Nel frattempo Syd riprenderà i rapporti con un suo caro amico d’infanzia, David Gilmour, chitarrista di grande livello che militò per diverso tempo nei  Joker’s Wild, suonando prevalentemente cover dei Beach Boys. La svolta vera e propria arriverà solamente grazie all’incontro con il tecnico delle luci Mike Leonard, il quale mise subito a disposizione del gruppo la sua apparecchiatura tecnologica per accompagnarlo durante i concerti. Ciò darà il via ai primi famosi “light shows”, spettacoli dove la band si esibiva mentre delle coreografie di luci venivano proiettate su una parete o talvolta anche su loro stessi. Lo scopo era quello di creare delle atmosfere che rispecchiassero il più possibile la psichedelia spaziale delle canzoni. Sarà proprio in questi frangenti che Barrett inizierà a buttar giù nuove idee e un nuovo nome per la band. Il Pink Floyd Sound.

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Dopo l’uscita di scena di Bob Klose, la formazione comincerà a farsi notare attraverso le sue stravaganti esibizioni in diversi locali, tra cui lo storico UFO Club, uno scantinato piccolo e squallido, molto noto nei quartieri londinesi all’epoca. I loro light shows contribuirono notevolmente a incrementare la loro fama, al punto da far loro ottenere un contratto discografico. Nel frattempo il fenomeno della Swingin London aveva portato con sé anche le nuove droghe sperimentali, quali l’Lsd e la cannabis che non potevano mancare nei concerti dei Pink Floyd. Da quel momento in poi il giovane Syd comincerà ad abusare in maniera massiccia delle sostanze stupefacenti, che andranno sempre più a minare la salute mentale e psicofisica del ragazzo.

La registrazione di The Piper at the Gates of Dawn durò complessivamente cinque mesi. Ancora oggi i componenti della band ricordano quelle sedute come un vero inferno a causa dell’atteggiamento irrequieto di Syd. Se ne infischiava dei consigli che gli venivano dati e faceva tutto di testa sua. Non ascoltava nessuno. Con lui era come parlare al muro. Nonostante queste premesse non molto lodevoli, il risultato finale farà ricredere gli stessi compagni di Syd e la casa discografica che temeva un completo fiasco. L’album presenta testi dalla natura alquanto bizzarra. Si parla di canzoni che hanno a che vedere con lo spazio (il singolo Astronomy Domine e la lunghissima suite Interstellar Overdrive), con elementi fiabeschi (The Gnome, The Scarecrow e la gustosa Chapter 24). See Emily play è uno dei pezzi destinati a diventare il classico del repertorio. La sua natura acid-rock le permetterà di scalare le classifiche delle hit mondiali, piazzandosi al primo posto in molti paesi europei e non, compreso il Giappone. The Piper at the Gates of Dawn influenzerà per sempre la storia del rock psichedelico grazie alla sua natura stravagante e a volte poco comprensibile (la giocosa Bike è composta su un testo privo di significato). Alla sua uscita il disco ricevette critiche molto positive sia dalle testate giornalistiche che dalle riviste di settore. In particolare Paul McCartney espresse grande apprezzamento per il loro lavoro. Al termine delle sedute di registrazione, il gruppo si trovò impegnato nel lavoro di sponsorizzazione dell’album attraverso una lunga serie di concerti per il Regno Unito. Per Syd sarà l’inizio del declino. Sempre più provato dalla fatica estenuante dei concerti e dall’uso continuo di stupefacenti, finirà col perdere gradualmente le sue capacità mentali. Secondo le testimonianze di Waters e Mason, durante gli spettacoli Barrett sembrava essere del tutto assente. Rimaneva immobile sul palco, con la chitarra scordata mentre fissava il vuoto. Il più delle volte si dimenticava di presentarsi alle prove o peggio ancora ai concerti. La situazione era diventata insostenibile. Fu a quel punto che venne chiamato David Gilmour a dargli una mano. Di fatto The piper at the Gates of Dawn verrà ricordato come l’unico album al quale Barrett partecipò. Nel successivo A Saucerful of Secrets la sua presenza sarà limitata per solo qualche canzone. Waters e gli altri, consapevoli del fatto che ormai Syd rappresentava un ostacolo per la band, furono costretti ad allontanarlo. La scelta fu molto dolorosa per tutti. Gilmour, che inizialmente doveva solo aiutarlo, finì con il sostituirlo. I manager della band, che a quel tempo erano Jenner e King, non approvarono tale decisione e decisero di seguire Barrett nella sua carriera solista, convinti che la band prima o poi senza di lui si sarebbe sciolta. Come sappiamo le cose andarono diversamente. La carriera solista di Barrett sarà di breve durata. Due saranno i lavori prodotti, di scarso successo e registrati in condizioni veramente disastrose, con un Barrett sempre più assente e ingestibile. Dopodiché Syd farà perdere le sue tracce. Scomparirà nel nulla, ritirandosi a vita privata. Morirà nel luglio del 2006.

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Non si saprà mai con certezza cosa ha portato Barrett alla sua autodistruzione. Le droghe di certo hanno avuto la loro parte ma c’è dell’altro. La personalità di Syd è tra le più complesse della storia della musica ed è ancora oggi oggetto di molti studi. Molte sono state le diagnosi avanzate, dalla schizofrenia al disturbo bipolare. Recentemente è stata anche riscontrata una possibile sindrome di Asperger. Coloro che hanno avuto modo di conoscerlo più da vicino sapevano che soffriva di epilessia ma solo in modo parziale. Le sostanze stupefacenti e le luci dei concerti hanno di conseguenza aggravato la situazione, provocando le crisi all’epoca scambiate per malattia mentale.

I Pink Floyd hanno continuato per la loro strada ma non l’hanno mai dimenticato. La sua presenza aleggia fortemente anche nelle opere successive. Wish You Were Here è un album interamente dedicato a lui. Si narra che durante le session per il disco, un irriconoscibile Syd Barrett si sia ripresentato agli occhi di tutti. Ci volle del tempo perché riuscissero a riconoscerlo. Era pelato e visibilmente ingrassato. Fu un momento molto commovente nonostante nessuno riuscì a pronunciare parola. Per l’ultima volta il nucleo originale dei Pink Floyd era al completo, insieme a quel diamante pazzo di Syd Barrett.

 

[Mike]
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