Ingresso Libero

Pubblicato: 22 giugno 2016 da Mike in Cultura, Musica
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Sono passati 35 anni da quel tragico 2 giugno del 1981, quando in un incidente stradale perse la vita a soli trent’anni Rino Gaetano. Una morte che ancora oggi pesa fortemente sulla coscienza del nostro paese perché poteva essere evitata. Se quella notte i numerosi ospedali contattati non gli avessero negato le cure necessarie per mancanza di posti, molto probabilmente Rino ce l’avrebbe fatta. Un destino beffardo il suo, che di certo ha contribuito a gettare luce sull’ombra della malasanità italiana. Ascoltando attentamente le canzoni del suo repertorio si può notare come l’Italia degli anni ’70 da lui disegnata, non sia poi così tanto diversa da quella di adesso. Anzi, per certi aspetti è regredita. La sporca politica, la poca sicurezza sul posto di lavoro e lo sfruttamento del proletariato urbano sono solo alcuni dei mali denunciati dall’artista nei suoi testi. L’eredità da lui lasciataci seppur breve (6 soli album) risuona pesantemente attuale. Come a dirci che in fondo, dopo tutto questo tempo, niente è cambiato sul serio. Se in vita il giovane Rino risultava essere una figura scomoda per i poteri alti, di certo dopo la sua morte il trattamento riservatogli è stato tutt’altro che lusinghiero. Se da una parte viene quasi completamente ignorato dalla televisione e dai media, dall’altra finisce con l’essere ricordato come autore di pezzi orecchiabili ma privi di senso. Mia intenzione è invece quella di far emergere il lato vero e sincero dell’artista, raccontandovi non solo quella che ritengo essere la sua opera migliore e all’epoca ingiustamente stroncata ma anche un pezzo importante della sua vita.

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Molto spesso la gente tende ad identificare Rino Gaetano come l’autore di canzonette allegre e spensierate, divertenti e frivole allo stesso tempo. Musica utile come sottofondo ideale per le feste con gli amici oppure da ballare la sera nei locali o nelle discoteche. Quasi nessuno che riesca ad andare oltre le solite “Gianna”, “Berta Filava”, “I Love You Maryanna” o “Ahi Maria”. Per intenderci, tutte belle canzoni che rientrano pienamente nel criterio di funzionalità per il quale sono state create: ottime hit capaci di scalare la classifica e conquistare tutti con la loro leggerezza e orecchiabilità. Due ingredienti essenziali per sbaragliare la concorrenza. E fin qui tutto perfetto….a parte un piccolo dettaglio: non incarnano il vero spirito del compositore. Per Rino infatti quelle canzoni non hanno mai significato nulla se non un semplice gioco ed è per questo motivo che il successo sanremese di Gianna (classificatasi al terzo posto, dietro a “E dirsi ciao” dei Matia Bazar e “Un emozione da poco” di Anna Oxa) lo scosse profondamente. Chi era il vero Rino Gaetano? Quali pezzi facevano emergere il suo lato sincero? Per capirlo bisogna tornare indietro, fino al 1974. In quell’anno viene dato alle stampe il suo primo album, Ingresso Libero. La copertina mostra la figura sfocata del cantautore muoversi sullo sfondo di un muro di mattoni mentre sul lato destro una grossa porta reca un’insegna, che sembra quasi invitare l’ascoltatore ad entrare a far parte di quello strano mondo. Nove sono le canzoni contenute all’interno. La prima di queste s’intitola “Tu, forse non essenzialmente tu” ed è incentrata sulla forte amicizia tra Rino e Bruno Franceschelli con il quale era solito frequentarsi al bar “Il Barone”. In un primo momento il cantautore non era convinto di interpretare i pezzi che scriveva perché riteneva la sua voce poco adatta. Non era intonata e risultava alquanto grezza e sgraziata per la poeticità e la delicatezza dei brani. Vincenzo Micocci, noto discografico che aveva preso sotto la sua ala il ragazzo, sfruttò questa sua caratteristica trasformandola in un punto di forza. Sarebbe stato il suo marchio distintivo. “Tu, forse non essenzialmente tu” riscosse un tiepido successo anche grazie alla sua uscita come singolo su 45 giri. Ciò attirò l’attenzione di Renzo Arbore, che rimase favorevolmente colpito dalla canzone tanto da trasmetterla di continuo nel suo programma radiofonico “Alto gradimento”. Arbore fu anche uno dei primi a captare le potenzialità di Gaetano e a recensire positivamente l’intero disco. Alla natura sentimentale del primo singolo fa da contrasto la sfera politico-sociale dei restanti brani, i quali non godettero dello stesso successo. “Ad esempio a me piace il Sud” è stata scritta per il cantante Nicola Di Bari, che la portò a Canzonissima. In seguito Micocci convinse Rino ad inciderla in modo da inserirla nel disco. E’ una tipica ballata che descrive minuziosamente la realtà del Meridione, attualissima ancora oggi per aspetti e contenuti. Gaetano si mostrava come il cantautore che parlava alla pancia della gente, evidenziando i problemi quotidiani e gli aspetti più negativi della società. Peccato che il suo modo di comunicare non veniva compreso dai suoi diretti destinatari, che molto spesso lo accusavano di non assumere mai una posizione politica. “A Khatmandu” è un riferimento molto evidente all’utilizzo delle sostanze stupefacenti e agli allucinogeni. La sfera emotiva ritorna con la struggente ballata romantica “Supponiamo un amore” e “I Tuoi Occhi Sono Pieni di Sale”, componimento poetico strutturato in sei strofe. L’amore che Rino nutriva per la poesia è assai evidente.

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La musica di Gaetano rappresentava un’assoluta novità in un panorama musicale italiano dominato dai Venditti e De Gregori di turno. Il suo repertorio attingeva molto dalla passione per il teatro e la letteratura (Majakovskij, Samuel Beckett e Carmelo Bene popolavano il suo intelletto) ma anche dal cabaret di Fred Buscaglione e dalla chansòn francese. Grande estimatore di Jannacci, Celentano e De André e di star internazionali del calibro dei Beatles e di Bob Dylan, Rino ebbe modo di formarsi nell’ambiente del Folkstudio, facendo dell’ironia la sua arma vincente. Con lui nei paraggi nessuno era al sicuro. Politici, attori, presentatori, benpensanti erano tutti bersagli ideali delle sue schermaglie. Lui era il cantautore che combatteva l’ipocrisia pubblico-borghese cantando di operai, emarginati e sfruttati come nel caso de “L’operaio della Fiat (la 1100)”, fedele specchio della situazione precaria alla quale erano costretti a lavorare i muratori, talvolta in condizioni al limite del pericolo. “Agapito Malteni il ferroviere” potrebbe essere il perfetto seguito della “Locomotiva” di Guccini, dalla quale prende ispirazione. In esso vengono raccontate le gesta di un uomo impegnato nel dirottamento di un treno per protesta. Tuttavia “Ingresso Libero” non riceverà mai la giustizia dovuta. Stroncato all’epoca dalla critica e quasi ignorato dal pubblico perché privo di un pezzo orecchiabile o quanto meno cantabile, si rivelerà un grosso flop anche a livello di vendite. Ancora oggi, a distanza di anni, continua a essere ignorato e questo non può che dispiacere. Ci si accontenta della frivolezza e della banalità, tralasciando magari messaggi più importanti come quelli contenuti in questo album che io personalmente definisco una delle cose più belle che siano state prodotte in questi ultimi trent’anni di musica italiana. Riascoltarlo oggi significa vedere davanti ai proprio occhi l’Italia di adesso. Un paese per niente pronto al cambiamento. Ho paura che nemmeno tra vent’anni saremo pronti a un disco di tale portata. Forse non lo saremo mai. Rino aveva capito il triste destino della canzone italiana quando tutta Sanremo premiò “Gianna”, pezzo che lui odiava e non sentiva affatto suo. Probabilmente lo aveva capito anche Luigi Tenco che anni prima si suicidò nello stesso teatro con tanto di lettera polemica a riguardo:

“Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda “Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona “La Rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.”.

Il caso di Rino Gaetano, seppur ben diverso da quello di Tenco, fa riaffiorare il medesimo problema. Un paese che attribuisce valore al nulla è un paese votato all’autodistruzione. Naturalmente nessuno potrà mai dire con sicurezza cosa spinse Tenco a spararsi un colpo di pistola alla testa ma allo stesso tempo sarebbe sciocco pensare che non ci fossero dei risentimenti da parte sua in merito al capitolo “Sanremo”. Dal canto suo Rino, una volta consacrato a star del mercato discografico, non accontentò più il volere del pubblico e dei produttori. Ritornò ad essere se stesso e a scrivere ciò che realmente sentiva dentro, infischiandosene del sistema. Poco importa se i suoi due ultimi album non hanno venduto come i precedenti. Questo è il Rino Gaetano che bisogna ricordare. Un uomo sempre un passo avanti rispetto ai tempi. Talmente avanti da prevedere anche il proprio destino:

” La strada era buia, s’andò al S. Camillo
e lì non l’accettarono forse per l’orario,
si pregò tutti i santi ma s’andò al S. Giovanni
e lì non lo vollero per lo sciopero.”

(Quando Renzo morì io ero al bar – Rino Gaetano)

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[Mike]

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commenti
  1. FMtech ha detto:

    Semplicemente splendido ricordo, ricco di dettagli e di informazioni davvero interessanti! Complimentissimi!

    • Mike ha detto:

      Ti ringrazio molto per le tue parole. Credo sia importante mantenere vivo il ricordo di tutte quelle persone che hanno avuto il coraggio di portare avanti le loro idee. Rino Gaetano, a suo modo, era uno di questi.

  2. Squalo Densetsu ha detto:

    Bellissimo articolo, scritto col cuore.

  3. kasabake ha detto:

    Splendido pezzo ed oserei dire anche necessario!
    In giro per il web e nello specifico su WordPress oramai si leggono solo le solite cose (spoiler sugli episodi delle serie Tv viste in lingua originale, recensioni che nessuno richiede su film di cui si è oramai già detto tutto, inutili tag-game fatti solo per “slinguazzarsi” a vicenda in modo ruffiano… e siamo già a livelli di interesse stellare, in confronto ai social nazional-popolari come Facebook dove coniglietti, che si sfrugugliano il naso, fanno a gara con le foto di cosa la gente ha mangiato per cena o delle vacanze che ha fatto in posti che chissenefrega…).
    Questo articolo non è la solita cosa (cosa già di per sè soprprendente), ma è anche scritto molto bene.
    Grazie di cuore.

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