Spirit Of Eden

Pubblicato: 12 luglio 2016 da Mike in Cultura, Musica
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Non sono molti gli artisti che possono vantare una produzione discografica di altissimo livello come quella dei Talk Talk. Questo perché non tutti sono stati disposti ad intraprendere scelte rischiose e necessarie come le loro. Quella di cui mi accingo a parlare non è una band come tante altre. Il successo, la fama e la gloria, lo spirito del rock’n’roll non hanno nulla a che vedere con la loro storia. Lo status di “rockstar” non rientra nei loro cromosomi genetici. Ciò che gli interessa veramente è fare ottima musica, puntare alla qualità del prodotto. Sono dei professionisti a completo servizio dell’arte e sono pronti a tutto pur di concretizzare il loro concetto di bellezza assoluta. Anche a costo di perdere ciò che hanno conquistato con così tanta fatica e sudore: la tanto agognata popolarità.

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I Talk Talk sono stati gli artefici di una delle metamorfosi artistiche più grandiose e sorprendenti che la storia della musica possa ricordare. La loro storia inizia in modo non pianificato, sotto il segno dell’imprevedibilità. Siamo all’alba degli anni ottanta e in un piccolo quartiere londinese, conosciuto come Tottenham, un giovane ragazzo di nome Mark Hollis comincia a muovere i primi passi nel mercato discografico. Aiutato dal fratello maggiore Ed, di molta più esperienza e ben inserito nel contesto musicale dell’epoca, inizia suonando nella band di quest’ultimo. Col tempo però le ambizioni del giovane Mark lo portano ad abbandonare il gruppo per crearne uno suo.

Dopo aver spedito alcuni suoi demo alle diverse industrie discografiche, riesce ad attirare verso di sé l’attenzione della casa discografica EMI, la quale gli procura un contratto e la possibilità di incidere un disco. Parallelamente prende forma il progetto Talk Talk grazie al reclutamento di tre musicisti: Lee Harris alla batteria, Paul Webb al basso e Simon Brenner alle tastiere. Ha così ufficialmente inizio la prima fase della carriera del gruppo, improntata verso sonorità new wave e synth-pop tipiche della stagione inglese appena esplosa, la new romantic. Con la EMI i Talk Talk pubblicheranno tre album dal crescente successo. I singoli “It’s My Life” e “Such a Shame” risulteranno i più venduti oltreoceano, facendo diventare il gruppo di Hollis tra i più famosi degli anni ottanta. E’ un momento d’oro per loro eppure Mark non è soddisfatto. Ha ben altri progetti che gli frullano in testa. Vuole abbandonare le mode musicali del momento per addentrarsi verso sonorità più minimaliste e spirituali. Il suo scopo è quello di spingersi oltre.

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E’ per questo motivo che possiamo definire “Spirit of Eden” un disco di rottura a tutti gli effetti. Un lavoro spartiacque che apre una nuova era per la band, la quale abbandona definitivamente lo stile commerciale dei precedenti lavori (seppur ottimi!) per approdare verso i territori della ricerca e della sperimentazione. ” The Rainbow”, brano di apertura dell’album, mette subito le cose in chiaro: tempi di durata più lunghi, brevi accenni di piano intenti a tracciare una melodia, la voce timida e sofferente di Hollis sorretta da pochissimi accordi e una batteria quasi del tutto assente. Una musica intensa e a tratti dolorosa che attinge in particolare dal vecchio blues degli schiavi neri. Per la prima volta le pause diventano elemento centrale, assumendo lo stesso valore delle note suonate. Segue la struggente “Eden” dove pianoforte e chitarre dominano costantemente la scena, riempiendo il vuoto lasciato dai sintetizzatori, completamente assenti. Anche qui i tempi di durata della canzone superano i limiti consentiti affinché il pezzo possa essere trasmesso nelle radio. E’ una strategia del tutto voluta. Su richiesta stessa della band infatti non è stata messa in atto nessun tipo di promozione per l’uscita del disco. Non sono stati realizzati videoclip musicali e non sono state rilasciate interviste di alcun tipo. Anche le attività dal vivo hanno subito una drastica interruzione. Dei brani contenuti nessuno presentava le caratteristiche adatte da potenziale singolo. L’uscita di Spirit of Eden nei negozi fu la più silenziosa di tutte le uscite discografiche.

Le successive canzoni dell’album confermano l’allontanamento del gruppo dagli standard pop dei lavori passati a favore di un jazz molto sperimentale. Per la prima volta nella storia del gruppo viene chiamata ad incidere un’orchestra di diversi elementi: dagli archi al fagotto, passando per l’oboe. E’ possibile ascoltare l’intervento di questi strumenti nelle minimaliste “Desire” e “Inheritance”, entrambi validissimi esempi di commistione tra generi differenti come il rock e il jazz. Forte è il richiamo ai gruppi della scena di Canterbury degli anni ’70.  “Inheritance” è sicuramente il pezzo che più di tutti si avvicina alla forma canzone. Concludono l’album le spirituali “I Believe in You” e “Wealth”. La prima si avvale della collaborazione di una corale che accentua ancora di più la natura spirituale e blues dell’album mentre la seconda è contornata da interessantissimi passaggi di organo, chitarra e contrabbasso. Nella sua durata totale il disco può risultare breve ma richiede un’attenzione particolare nell’ascolto. Ogni minima nota è fondamentale. Inutile dire che le vendite non eguagliarono più i risultati degli anni passati tanto che la band finì nel dimenticatoio. A nulla servirono i consensi favorevoli della critica a far risollevare l’interesse da parte del pubblico. La gente non riconosceva più i Talk Talk  degli esordi, quelli che aveva tanto amato. Come se si trovassero per le mani un disco di un altro gruppo. Per Mark Hollis e soci iniziò così il declino, seguito dal deterioramento dei rapporti con la loro casa discografica, che in un ultimo disperato tentativo di salvare la baracca, modificò uno dei pezzi dell’album in modo che le radio potessero trasmetterlo. Tutto ovviamente all’insaputa del gruppo, che una volta venutone a conoscenza, decise di rompere il contratto e ricorrere alle vie legali. Nel 1991 i Talk Talk pubblicarono il loro ultimo lavoro per poi sciogliersi definitivamente.

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Quanto a Mark Hollis, una volta archiviata l’esperienza Talk Talk, ritornò nel 1997 con un suo album solista di tutto rispetto. Un disco spoglio, minimalista e spirituale con il quale proseguire il discorso dei precedenti Spirit of Eden e Laughing Stock. Purtroppo nonostante gli anni passati, anche questo lavoro finì con il non ottenere i riconoscimenti adeguati. Hollis incassò il colpo da buon lord inglese e si ritirò per sempre dal mondo della musica. Ha sempre rappresentato la figura dell’anti-rockstar a causa del suo atteggiamento schivo e poco incline alla celebrità. Di carattere timido, durante i concerti si teneva a debita distanza dal pubblico, con il quale interagiva molto poco. Oltre al ruolo di cantante, all’interno del gruppo ricopriva anche altri incarichi: era lui che si occupava della stesura dei testi insieme al fido collaboratore Tim Friese-Green, da tutti considerato membro ufficiale della band. Hollis è sparito dalle scene musicali da ormai diversi anni. Nessuno sa più niente di lui anche se in rare occasioni non ha rifiutato alcune sporadiche partecipazioni per dischi di alcuni artisti emergenti, nascosto sotto pseudomino.

I Talk Talk hanno fatto una carriera breve ma intensa. Ci hanno lasciato 5 capolavori, due dei quali veramente superbi e che ancora oggi testimoniano quanto un musicista come Mark fosse avanti anni luce rispetto a tanti altri. Volete un consiglio? Riscopriteli. Ascoltate i loro dischi perché sono l’essenza dell’arte stessa. Il vostro stesso animo ne trarrà beneficio. Parola mia!

 

[Mike]

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