The Hope Six Demolition Project

Pubblicato: 1 agosto 2016 da Mike in Cultura, Musica
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Tra le nuove uscite discografiche di questo 2016 devo assolutamente menzionare l’ultima fatica della musicista britannica PJ Harvey, che arriva a cinque anni di distanza dal precedente e pluripremiato Let England Shake. Il disco in questione s’intitola The Hope Six Demolition Project e rappresenta la naturale prosecuzione del predecessore, sia per quanto riguarda gli aspetti musicali che tematici. Un lavoro che si sviluppa nel corso di un arco di quattro anni attraverso viaggi in terre lontane, molte delle quali segnate dalla guerra e dalla miseria. Kosovo, Afghanistan, Washington sono solo alcune delle tappe percorse dall’artista. Realtà non solo visitate ma anche fotografate istante per istante. The Hope Six Demolition Project è la testimonianza fedele e accurata degli orrori della guerra, della povertà, della solitudine ma anche della speranza come miglior strumento per credere in un futuro migliore. Pj Harvey, come un abilissima regista, riesce a focalizzare tutte queste esperienze in undici splendide canzoni, consegnandoci per l’ennesima volta un’opera piena di emozioni e ricordi, dal valore non solo artistico ma anche fortemente umano.

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Per questo nuovo disco di inediti la Harvey ha voluto fare le cose in grande. Non si è accontentata semplicemente di registrare delle canzoni in studio ma ha osato di più. Ha voluto trasformare questo processo creativo in una installazione artistica in modo tale da renderla visibile al pubblico. Così è nata Recording Process, un evento svoltosi tra il 16 gennaio e il 14 febbraio del 2015 presso la Sommerset House, dove la gente ha potuto assistere di persona alle sessioni di registrazione dell’album. Non è cosa di tutti giorni che un artista renda partecipe lo spettatore delle fasi di creazione della propria opera, ancor prima di metterla sul mercato. Per tale motivo The Hope Six Demolition Project non è un lavoro come tanti altri. E’ un album che parla di guerra e come tale il suo scopo è quello di coinvolgere l’ascoltatore fin dall’inizio. L’esigenza di tutto ciò nasce dalla volontà della musicista stessa di visitare e documentare tutte quelle realtà dove dolore e sofferenza sono all’ordine del giorno, vestendo i panni della cronista e foto-reporter.

The Community of Hope

E’ il brano che inaugura il lungo viaggio della cantante. Mostra una natura solare sebbene nasconda al suon interno delle profonde critiche nei confronti del governo degli Stati Uniti e in particolare verso il progetto Hope IV. Attraverso questo progetto infatti il governo americano si è reso responsabile di numerosi disagi alle famiglie del ceto più povero, facendo demolire i tanti alloggi pubblici dei quartieri poveri dello stato di Washington. Il brano, dalla melodia accattivante e dal ritmo molto incalzante, ha scaturito forti polemiche nei distretti politici di Washington per la sua natura d’opposizione nei confronti del progetto Hope IV. Il titolo dell’album fa riferimento proprio a questo.

The Ministry of Defence

Prosegue l’invettiva politica con questo secondo brano molto simile ad una marcia, dove la voce di Polli Jean intreccia abilmente parti cantate e parlate, mettendo in risalto il potere delle parole. In questo pezzo giocano un ruolo fondamentale le sonorità aspre e molto acide che riconducono al passato artistico della musicista, grazie anche alla durezza espressiva delle chitarre.

A Line in the Sand / Chain of Keys

A Line in the Sand  è sicuramenti tra i momenti migliori e memorabili dell’intera produzione della Harvey. Numerosi gli ingredienti che lo rendono uno dei brani più gustosi, a cominciare dal ritmo tribale e ipnotico che veste un ruolo di primo piano per tutta la durata della canzone. Le chitarre e il sax della Harvey, seppur poco attive nella prima parte, arricchiscono notevolmente con la loro esplosione verso la fine del brano. Chain of Keys si riallaccia alla precedente The Ministry of Defence, riprendendo le stesse sonorità del passato seppur con un’ottica questa volta più incline al sound attuale, per terminare con un magistrale canto ortodosso.

River Anacostia

E’ dal nome di un famoso fiume di Washington che prende il titolo la quinta canzone. River Anacostia è probabilmente la traccia più bella di tutto l’album. Merito dei suoi toccanti ritornelli e degli epici cambi di accordi che la caratterizzano. Ascoltandola si possono percepire echi alla Patti Smith (di cui Pj Harvey è una fedele seguace). Da menzionare in particolar modo la parte finale del brano, il cui ritmo e modo di cantare riprendono i tipici spiritual cantati dagli schiavi nelle piantagioni.

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Near the Memorials to Vietnam and Lincon

Da segnalare in questo disco le prestigiose collaborazioni di musicisti non solo internazionali ma anche provenienti dal nostro Belpaese. Enrico Gabrielli (dei Calibro 35) e Alessandro Stefana (storica spalla di Vinicio Capossela) danno il loro contributo in questo nuovo pezzo portando un po’ di sonorità italiche che fondono i tipici spaghetti western  con i classici suoni dei polizieschi anni settanta. L’apporto del flauto di Pan in Near The Memorials to Vietnam and Lincon apre alle strade della world music, corrente sempre presente nei dischi della Harvey, che con la sua voce impreziosisce la canzone.

The Orange Monkey / Medicinals

Come più volte ricordato in precedenza, il ritmo è l’elemento costante e fondamentale su cui si regge tutto il disco. I successivi The Orange Monkey e Medicinals confermano ancora una volta quanto detto. Se nel primo pezzo il ritmo mantiene un’andatura classica dal sapore anni ’60, nel secondo si abbandona del tutto a sonorità hip-hop.

The Wheel

Altro momento epico del disco. The Wheel è il singolo che anticipa l’uscita dell’album ed è stata suonata dal vivo per la prima volta nel mese di ottobre 2015, durante la lettura di un libro di poesie intitolato The Hollow of the Hand. Le atmosfere qui riproposte sono le stesse di Let England Shake: ritmica sincopata accompagnata da forti dissonanze e dalle digressioni del sax mentre la voce di Pj Harvey emerge dal profondo e sovrasta tutto. E’ uno brani più attuali, con diverse allusioni alla crisi dei migranti e alle problematiche che l’Europa si ritrova a gestire.

Dollar, Dollar

The Hope Six Demolition Project si conclude sulle note di Dollar, Dollar, ballata malinconica che si apre e si chiude con i rumori in sottofondo di bambini e automobili in un mercato.

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Pj Harvey è sicuramente tra le figure femminili più rilevanti della musica contemporanea, insieme ad altre grandi donne del calibro di Bjork, Kate Bush, Norah Jones e moltissime altre. I suoi concerti fondono rock e poesia in maniera unica e strabiliante . Molti la definiscono l’erede di Patti Smith ma lei ha sempre preferito prendere le distanze da tali affermazioni. Io la ritengo una musicista straordinariamente dotata, con un suo stile e un modo di affrontare la musica molto particolare e originale. Se avete amato il disco e volete ripercorrere con lei questo avventuroso viaggio non perdetevi i suoi prossimi concerti in Italia il 23 ottobre all’Alcatraz di Milano e il giorno successivo all’ObiHall di Firenze.

Vi conquisterà!

[Mike]

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