Il Fantastico Viaggio Del Bagarozzo Mark

Pubblicato: 29 agosto 2016 da Mike in Cultura, Musica
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Quando si pensa ai Goblin il collegamento con le pellicole del regista Dario Argento diventa subito automatico. Molto spesso si commette però l’errore di identificare questi musicisti come “soli compositori di celebri colonne sonore per film dell’orrore”, dimenticando che i Goblin inizialmente sono nati come gruppo progressive. All’alba degli anni ’70 infatti il nostro stivale subiva l’influenza esercitata dalle band prog di matrice inglese come i King Crimson (iniziatori del genere), gli Yes, i Genesis o gli Emerson Lake & Palmer, solo per citare i più famosi. Londra era così diventata in poco tempo il fulcro della scena musicale e meta di viaggio per tantissimi musicisti che non volevano perdersi l’occasione di assorbire completamente la lezione dei maestri britannici.

Tra questi spiccano in particolare un gruppo di ragazzi italiani capitanati da Claudio Simonetti, figlio d’arte del noto compositore Enrico Simonetti. E’ l’inizio del progetto Goblin e dei suoi primi esperimenti musicali che tuttavia passano quasi inosservati. Il forte scoraggiamento per gli scarsi risultati ottenuti costringono così il gruppo a tornare in Italia dove l’incontro fortuito con il regista Dario Argento cambia di fatto le carte in tavola. Arrivano così le prime celebri colonne sonore come Profondo Rosso e Suspiria. Tuttavia non molti sanno che la band si è cimentata raramente anche con musica non concepita come colonna sonora. E’ il caso questo di “Il Fantastico Viaggio Del Bagarozzo Mark”, un’opera rock autonoma. Un disco molto particolare e sottovalutato che mi sento in dovere di consigliarvi e che non può mancare nella vostra discografia. Che siate amanti dei Goblin oppure no, dovete assolutamente ascoltarlo!

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Molti di voi magari si chiederanno perché, tra tanti capolavori come Profondo Rosso, Suspiria, Tenebre o La Via Della Droga, io abbia scelto di parlare proprio di questo. In primis perché è il primo disco con il quale mi sono avvicinato all’arte di Simonetti e soci. Secondo, guardate la copertina. Non è favolosa!? Sicuramente è molto bizzarra ma non lasciatevi ingannare da quel bagarozzo spalmato in primo piano. Non è un album allegro e fiabesco come può sembrare osservando la cover. Anzi, a dirla tutta è uno dei lavori più oscuri e tenebrosi da loro mai concepiti (non che abbiano mai fatto cose gioiose e solari, intendiamoci). Stiamo parlando di un concept-album il cui filo conduttore è la droga. Tema non per nulla nuovo ai nostri. Teniamo anche conto che l’album è stato pubblicato nel 1978, periodo nel quale la grande stagione del prog stava ormai volgendo al tramonto a causa dell’ondata punk proveniente dal Regno Unito. Potrebbe essere stata questa la causa principale dell’insuccesso del disco. Un flop talmente clamoroso da indurre gli stessi autori a non cimentarsi più in prove di questo genere. Di fatto questo insieme al precedente Roller (1976) costituiscono gli unici casi isolati di musica non legata a film nella loro discografia, con la sola differenza che il secondo è interamente strumentale. Il Fantastico Viaggio Del Bagarozzo Mark è l’unico lavoro dei “folletti” a contenere al suo interno parti vocali. A ricoprire lo “scomodo” ruolo di cantante (dico scomodo perché nessuno di loro aveva mai cantato prima d’ora) spetta a Massimo Morante, che sebbene non si trovi molto a suo agio in tale veste, riesce a dare un’interpretazione più che soddisfacente. I critici purtroppo non saranno della stessa idea e ci andranno giù pesante con lui. Tornando alla trama dell’album, viene narrato attraverso metafore e allusioni il mondo della droga e gli effetti da essa generati su chi ne abusa. Protagonista è Mark, abitante della terra di Goblin, dalle dimensioni molto ridotte. Un bagarozzo per l’appunto.

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Le atmosfere di quest’opera sono tendenzialmente dark e non potevano essere diversamente, data la scabrosità del tema affrontato. Perfetto esempio di tutto ciò sono le prime due tracce (“Mark il bagarozzo” e “Le cascate di Viridiana”) dove le tastiere di Simonetti predominano incessantemente dall’inizio alla fine, accompagnate da alcuni brevi interventi di Antonio Marangolo al sassofono e dalla chitarra di Morante. Il sax di Marangolo è protagonista assoluto nel pezzo finale “E suono rock”, unico brano del lotto dalle tinture hard-rock e tra gli episodi più memorabili della storia del gruppo. Ancora oggi infatti tale composizione viene sempre riproposta durante i loro concerti, per la gioia dei fan. L’oscurità riemerge di nuovo nelle tenebrose “Terra di Goblin” e “Notte”, fortemente caratterizzate dalla ritmicità del basso di Pignatelli e della batteria di Marangolo. La strumentale “Notte” merita una menzione a parte per via della sua atmosfera molto macabra e per la grande dose di suspense che riesce ad emanare. A causa di queste sue sonorità cupe e misteriose è stata scelta dal regista americano George Romero come colonna sonora della sua pellicola horror “Wampyr”, incentrata appunto sul mito dei  vampiri. Che lo vogliano oppure no, i Goblin hanno quasi sempre a che fare con il grande schermo. Ritornando al disco in questione è da segnalare la teatrale “Opera Magnifica” che nei suoi quattro minuti riesce a stemperare la tensione dei precedenti pezzi. La band avrà modo di eseguirla in televisione durante l’apparizione allo storico programma Rai “Discoring”. Forte di un ritornello orecchiabile, la canzone si discosta dalle tipiche sonorità dei folletti per via della sua natura giocosa e solare. Un caso più unico che raro nella storia dei Goblin! Non abituatevi troppo a questo “effetto sorpresa” perché le tenebre vi aspettano proprio dietro l’angolo, pronte a riaffiorare nelle inquietanti “La Danza” e “Un ragazzo d’argento”. Due gioiellini del progressive-dark made in Italy.

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(La formazione originale dei Goblin insieme al regista Dario Argento)

Termino questa recensione consigliandovi caldamente l’ascolto di quest’opera. Pur non essendo uno degli episodi più riusciti e memorabili della loro carriera non meritava di essere denigrato in tutto e per tutto. Personalmente la ritengo una vera chicca del rock italiano anche perché qui i nostri hanno potuto sperimentare per conto loro, senza dover seguire i rigidi canoni imposti dalle colonne sonore. Si sono sbizzarriti in completa libertà e sono riusciti a sfruttare al massimo le loro capacità. Una strada questa che speravo continuassero a proseguire e che purtroppo non è stata più presa in considerazione. E’ la dura legge del mercato a comandare. Ancora oggi questo lavoro non è stato rivalutato. Per questo vi invito fortemente a procurarvelo in ogni modo (tra l’altro costa veramente pochissimo) e a farvi una vostra idea perché dei Goblin se ne parla troppo poco e male.

Ps : ditemi pure cosa ne pensate di quest’album o dei Goblin in generale.
A presto con una nuova recensione musicale!

[Mike]

 

 

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commenti
  1. redbavon ha detto:

    Concordo con te Mike. Il disco è un buono, sicuramente vale un ascolto approfondito, se si ama il prog e vivaddio se ne può ascoltare un’interpretazione italiana. Non perché sia “casa nostra” o “made in Italy”, ma perché forse ha da dire qualcosa di diverso rispetto al panorama musicalmente colonizzato da UK e USA. Ho particolarmente apprezzato “Le Cascate Di Viriana”, due piccole “perle” sono “Un Ragazzo D’Argento” e “Opera magnifica” (il testo è fantastico)
    “E Suono Rock” buttata lì come ultima tracklist, chiusi nel nostro armadietto o sotto il letto, ci fa respirare, uscire dall’oscurità per fare quattro zompi lineratori e scalmanati.

    • Mike ha detto:

      Hai perfettamente ragione redbavon! In ambito prog in Italia è stata prodotta tanta di quella musica che non ha nulla da invidiare a quella internazionale. Pensiamo a gruppi come la Premiata Forneria Marconi, Le Orme, gli Osanna, La locanda delle fate o anche gli stessi Goblin. Questo disco in particolare, anche se uscito in un periodo di grandi mutamenti, ne è un perfetto esempio. Probabilmente non sarà un capolavoro ma offre degli spunti veramente interessanti. Tra le tracce che ho amato di più devo menzionare assolutamente Opera Magnifica. Ore e ore passate ad ascoltare solo quella. Una delle cose più belle mai sentite. Per me il punto più alto dell’opera insieme a Un Ragazzo D’Argento. Insomma questo è un disco che merita il beneficio dell’ascolto, se non altro per capire di cosa erano veramente capaci i Goblin al di fuori della musica concepita per il grande schermo.

      • redbavon ha detto:

        Quoto e per me Ragazzo D’Argento è il non plus-ultra come amalgama testo-musica. Opera Magnifica ha un testo fantastico, leggermente più deboluccia la parte musicale, comunque stacca il resto di parecchio. Un buon disco, non capisco le molte critiche che asfaltano questo lavoro: sicuri che tutti i dischi debbano essere un capolavoro per essere ascoltati? Io non lo penso.

        • Mike ha detto:

          Infatti mi è dispiaciuto molto leggere su DeBaser commenti del tipo “è un lavoro banale” oppure critiche da parte di persone che lo avevano stroncato a priori solo dopo aver ascoltato una canzone. Forse è un lavoro più leggero rispetto ai soliti “polpettoni” del genere ma non per questo scontato o banale. Questo anche perché già a fine anni Settanta la gente non ne poteva più dei virtuosismi di queste band e il movimento punk senza dubbio ha espresso più di tutti questo risentimento. La gente voleva tornare ad ascoltare il suono grezzo e primitivo della chitarra. Voleva tornare al buon vecchio rock’n’roll. Basti pensare alle magliette, tanto in voga all’epoca, con la scritta “I Hate Pink Floyd” che esprimevano in tutto e per tutto l’esigenza di ritornare al suono sporco e grintoso di una volta. I Sex Pistols hanno semplicemente cavalcato quest’onda emotiva pur non essendo dei maestri. Ecco quindi che la tecnica non era più un requisito fondamentale per salire su un palco e fare buona musica. In conclusione io credo che i Goblin con questo disco si siano in qualche modo adattati al periodo pur rimanendo alla fine sempre un gruppo di professionisti. Questo disco deve essere preso per quello che è tenendo anche conto del contesto nel quale è stato creato.

          • redbavon ha detto:

            Anche io ho letto di gente che ha sparato a zero per giunta dichiarando di avere ascoltato “una sola canzone”. Un bel genio di critico, devo dire. Non ricordo se fosse proprio su DeBaser. Tuttavia, i commenti su YouTube (commenti, non pseudo-critiche o analisi ben fatte come la tua) sono piuttosto positivi e, sopratutto, fatte da stranieri. Pensa tu!
            Poi si ricade spesso nel volere confrontare il sound con Alan Parson Project e, si finisce, nell’incartarsi con i Pink Floyd. Giusto fare confronti con il sound e cosa trasmette, ma dovrebbe finire lì in confronto. I Goblin sapevano suonare, gli enormenmente più famosi e cult Sex Pistols direi si arrangiavano. Ma, come hai ben descritto tu, i tempi stavano cambiando e la musica è figlia del proprio tempo, anche se poi “i classici” lo trascendono.

            • Mike ha detto:

              Ti ringrazio molto per il tuo apprezzamento! I commenti su youtube non li ho letti però mi fa piacere sapere che anche all’infuori del nostro paese gemme come questa vengano valorizzate.

              • redbavon ha detto:

                Ciao Mike, se può interessarti, in un racconto che sto pubblicando in più parti, ho inserito come “citazioni nascoste” alcuni versi delle canzoni di questo album. Prendilo come un mio ringraziamento per avermi rifatto venire la voglia di riascoltare questo album e parlarne.
                Il racconto ha il titolo “Batmancito” e le citazioni nascoste sono a partire dalla seconda parte.

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