Ci sono dischi capaci di suscitare in chi li ascolta delle emozioni uniche e particolari  che difficilmente è possibile riscontrare in altre opere. Prendiamo per esempio Closer dei Joy Division: se volessimo descriverlo utilizzando solo tre parole, potremmo definirlo cupo, agghiacciante e claustrofobico. Ascoltandolo per intero si avverte come una sensazione di soffocamento. Il respiro si fa più affannoso mentre le tenebre intorno a te ti avvolgono in una spirale, facendoti precipitare nel cuore dell’oscurità. Neanche un briciolo di luce riesce a filtrare durante questo delirante viaggio nei meandri più remoti della mente umana. Uscito postumo nel mese di luglio del 1980, Closer ha un impatto devastante nella storia della musica poiché rappresenta a tutti gli effetti un punto di non ritorno. Non è solamente il testamento spirituale del suo ideatore Ian Curtis ma anche il manifesto gotico per eccellenza. Se il precedente Unknown Pleasures rimaneva ancora fortemente ancorato agli stilemi del punk, quest’ultimo sembra discostarsene quasi del tutto dando inizio a qualcosa di nuovo mai sentito prima. Un disco che odora di morte e che lascia subito presagire il destino tragico di Curtis, sebbene il buio su di lui sia già calato da tempo.

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I Joy Division, così come tanti altri gruppi punk dell’epoca, sono stati tra i primi a dimostrare che non bisognava essere per forza dei virtuosi dello strumento per poter salire su un palco ed emozionare la gente. Reduci dal discreto successo del loro album d’esordio, i Division avevano intrapreso un tour in vari angoli del Regno Unito e nel Nord Europa, passando per il Belgio, la Germania e l’Olanda. I loro concerti registravano quasi sempre il tutto esaurito anche se molto spesso capitava che venissero interrotti a causa delle crisi epilettiche di Curtis, il quale a volte per esorcizzare tale malattia era solito ballare sul palco la famosa  “Danza Epilettica”. Molte volte il pubblico faceva fatica a distinguere i passi di danza dalle vere crisi che colpivano il cantante, che il più delle volte finiva col ritrovarsi steso per terra in preda agli spasmi muscolari per poi essere portato via dai suoi compagni. Una volta terminato il lungo ed estenuante tour la band fece rientro in patria e per Ian le cose cominciarono a prendere una brutta piega. Le crisi erano diventate sempre più frequenti e il rapporto con la moglie Deborah Woodruffe, sposata quando erano entrambi adolescenti, era sempre più in fase di deterioramento anche a causa della relazione extra-coniugale che Ian aveva intrapreso con Annik Honoré, una ragazza belga conosciuta durante il tour europeo. Nel marzo del 1980 Curtis, Hook, Sumner e Morris si ritrovarono presso i Britannia Raw Studios di Londra per registrare i nuovi album del secondo disco. Ancora una volta ad affiancarli nella produzione non poteva mancare Martin Hannett, il cui apporto era stato fondamentale nel precedente album per creare il famoso sound marchio di fabbrica  dei Joy Division.

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Closer presenta sonorità molto lugubri e decadenti rispetto al predecessore. C’è molta meno rabbia e più angoscia e depressione. I testi risultano più macabri e il tema della morte ricorre molto frequentemente tra una canzone e l’altra. Diversamente da quanto si pensa, le sessioni di registrazione si svolsero in un clima molto allegro e stimolante e del tutto contrastante con le atmosfere decadenti dell’album. Secondo le testimonianze dei componenti della band, i musicisti erano soliti farsi scherzi tra di loro. La band stava vivendo un periodo molto positivo: di li a poco avrebbe pubblicato il suo secondo album per poi intraprendere il suo primo tour negli Stati Uniti. I tempi di registrazione di Closer furono molto rapidi: il produttore Martin Hannett questa volta cambiò totalmente approccio per quanto riguarda la produzione, inserendo numerose incisioni di eco delle parti della batteria e della chitarra, come se i suoni provenissero dall’oltretomba. La voce di Ian gelida e priva di qualsiasi calore umano doveva ricalcare quella di un fantasma. Delle dodici tracce originariamente concepite solamente nove furono incluse nel lavoro.

“This is the way step inside” è il mantra ripetuto più volte da Curtis nella traccia d’apertura Atrocity Exhibition, con le sue percussioni tribali e ridondanti. Una marcia funebre con una ritmica paranoica e martellante, sorretta dal basso ipnotico di Hook e dalla chitarra sferzante di Sumner. La successiva Isolation ci conduce verso territori più synth-pop ma sempre intrisi di quel malessere esistenziale del poeta Curtis: qui a predominare sono le tastiere, le cui note risuonano metalliche e fredde. Un assaggio di ciò che troveremo nell’album d’esordio dei New Order e da molti considerato il terzo disco dei Joy Division. Il viaggio negli abissi più profondi dell’oscurità continua con Passover: gli spettri che popolano la mente del vocalist si materializzano per la prima volta grazie ai suoni ripetitivi della batteria di Morris che infonde nell’ascoltatore il senso di alienazione più totale. L’eco della voce di Curtis sembra provenire dalle viscere della terra. Colony costituisce un ulteriore tassello del malessere esistenziale del frontman, il quale si ritrova sempre più isolato dalla realtà che lo circonda. Anche la successiva A Means To An End non risolleva il morale, anzi lo annienta facendo cadere anche tutte le ultime certezze acquisite. La seconda parte dell’opera fa emergere tutta la fragilità e la sensibilità di Ian, a cominciare dalla struggente Heart and Soul, che ci regala uno degli episodi più memorabili del gruppo. Qui i quattro raggiungono vette di perfezione mai udite prima. Segue il trittico più bello che sia mai stato realizzato nella storia del rock: dalla dinamica 24 Hours la cui natura strumentale ricorda molto quella dell’album d’esordio passando per la marcia funebre di The Eternal, ricca di pathos fino alla conclusiva Decades che termina nel migliore dei modi uno dei capisaldi della musica dark-gotica. La consacrazione definitiva dei nostri.

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Alla vigilia dei preparativi per il tour dei Division in America accade l’inaspettato. La sera prima Curtis fa ritorno dalla moglie per convincerla a non firmare le pratiche per il divorzio ma fallisce. Ormai è troppo tardi. Nulla può essere più riparato. Se i compagni del gruppo si fossero presi la briga di leggere i suoi testi avrebbero capito subito le sue reali intenzioni. Il corpo di Curtis fu ritrovato la mattina del 18 maggio 1980, impiccato alla rastrelliera della cucina, dalla moglie sconvolta. Finiva per sempre la storia dei Joy Division. I compagni per rispetto alla sua memoria e per tenere fede ad un patto fatto in precedenza, decisero di comune accordo di sciogliere la band. Closer fu pubblicato postumo due mesi dopo il tragico avvenimento.

L’avventura dei Joy Division terminò ancor prima di cominciare. Come tutte le più belle cose è finita troppo prematuramente. Morris, Hook e Sumner fondarono un nuovo gruppo dalle sonorità completamente diverse. Diventeranno uno dei gruppi new wave più famosi degli anni ottanta ma il fantasma di Curtis aleggerà sempre su di loro. Unknon Pleasures e Closer costituiscono due capisaldi della storia della musica e hanno dimostrato come un semplice gruppo punk possa aver creato qualcosa di nuovo. Quel genere che oggi chiamiamo gotico e lo identifichiamo molto spesso in gruppi come i Cure di Robert Smith o i Siouxie and the Banshees, lo dobbiamo in particolar modo a loro.  Per citare una delle loro canzoni più famose: l’amore ci farà a pezzi!

[Mike]

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