La recensione di oggi ha come oggetto un disco che mi sta particolarmente a cuore. In effetti era già da diverso tempo che volevo parlarne e finalmente penso sia giunto il momento giusto per farlo. Di cosa sto parlando? Del Banco del Mutuo Soccorso, naturalmente, e della sua folgorante opera prima che porta il suo stesso nome. Pubblicato nella primavera del 1972 dalla casa discografica Ricordi, Banco del Mutuo Soccorso rappresenta una vera pietra miliare nella storia del rock progressivo italiano. Un lavoro talmente eccelso sia dal punto di vista lirico che compositivo da essere entrato di diritto nell’olimpo dei classici del genere. Vediamo insieme di capire il perché.

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Quello che vedete raffigurato qui sopra non è un semplice salvadanaio qualunque ma “il” salvadanaio per eccellenza. Una copertina celebre in tutto il mondo e concepita con l’idea di custodire al suo interno qualcosa di incommensurabile valore. Di fatto tutte le musiche e i testi che hanno reso immortale quest’opera sono talmente preziosi da avere una valenza culturale non comune. Per la prima volta la poesia e la letteratura si fondono in maniera perfettamente equilibrata e omogenea ai tipici tessuti rock, contaminati da elementi classici e barocchi. All’epoca dell’uscita del disco il Banco aveva già partecipato a diversi festival per gruppi d’avanguardia (in primis il prestigioso concorso di Caracalla a Roma) ottenendo anche importanti riconoscimenti. Ai critici e agli ascoltatori più attenti bastò veramente poco per intuire che quel gruppo avrebbe fatto parecchia strada e infatti la Ricordi non perse tempo e offrì al complesso un contratto discografico per la registrazione di 3 album. La formazione classica di quel periodo era composta da: i fratelli Nocenzi ( Vittorio all’organo Hammond, al clavicembalo, al flauto dolce e al clarino mentre Gianni al pianoforte e al clarinetto piccolo),  Marcello Todaro alla chitarra elettrica/acustica, Renato D’Angelo al basso, Pierluigi Calderoni alla batteria e Francesco Di Giacomo alla voce. Quest’ultimo oltre ad essere la voce solista si occupava anche della stesura dei testi mentre Vittorio Nocenzi componeva la musica. Il loro sarà un connubio perfetto tanto da sfornare i primi grandi cavalli di battaglia del gruppo. Veri e propri classici senza tempo che troviamo all’interno di questo loro album d’esordio. Sei brani tutti validissimi e che saranno riproposti numerosi volte dal vivo, anche a distanza di tanti anni.

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La brevissima traccia d’apertura “In Volo” ci fa immergere a capofitto in un’atmosfera tipicamente medievale grazie anche ai versi declamati da Vittorio e Francesco che rimandano subito all’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto:

Lascia lente le briglie del tuo ippogrifo, o Astolfo,
e sfrena il tuo volo dove più ferve l’opera dell’uomo.
Però non ingannarmi con false immagini,
ma lascia che io veda la verità e possa poi toccare il giusto.
Da qui, messere, si domina la valle.
Ciò che si vede, è
Ma se l’imago è scarna al vostro occhio,
scendiamo a rimirarla da più in basso,
e planeremo in un galoppo alato, entro il cratere ove gorgoglia il tempo.

Gli autori danno peso a questi precisi versi dell’Ariosto per rimarcare il loro intento filosofico di ricercare la verità delle cose. Ad accompagnare questi versi troviamo una musica particolarmente soffusa e trasognante, quasi sospesa nel tempo e che ci trasmette la sensazione di essere avvolti in un sogno. Sensazione questa destinata a durare poco, interrotta dal drastico attacco del secondo brano che riporta crudelmente l’ascoltatore alla realtà. Il rock carico e aggressivo di “R.I.P.- Requiescant in pace” ci fa “risvegliare” in uno scenario tutt’altro che confortante. Siamo in piena guerra e la prospettiva si sposta su un soldato che deve fare i conti con la propria coscienza, il cui pensiero è rivolto verso tutte quelle vite annientate in battaglia. Il taglio netto tra il pezzo introduttivo e questo è molto evidente, non solo dalla musica ma anche dai versi cantati da Di Giacomo. I testi si fanno improvvisamente carico della sofferenza e della ferocia tipiche della guerra:

Cavalli corpi e lance rotte
si tingono di rosso
lamenti di persone che muoiono da sole
senza un Cristo che sia là

Non c’è pietà per queste anime dannate che periscono sotto il peso di atroci agonie, senza il conforto di un Dio al quale poter credere. Scorrendo il testo si capisce come l’alone di morte avvolge tutto senza risparmiare niente:

Pupille enormi volte al sole
la polvere e la sete
l’affanno della morte lo senti sempre addosso
anche se non saprai perché.

In tutto questo il soldato si guarda attorno senza capire il motivo per cui sta realmente combattendo. La sua mente è offuscata dalla rabbia: perché infliggere tanta morte e devastazione? Per cosa sta lottando? A cosa lo sta portando tutto questo dolore?  La parte finale del brano cambia radicalmente trasformandosi in una malinconica ballata dove a emergere è il flauto di Gianni Nocenzi. Il soldato ha perso la sua guerra e la rabbia che un istante prima lo assaliva lascia così posto all’amara consapevolezza: a nulla sono serviti i suoi sforzi.

Su cumuli di carne morta
hai eretto la tua gloria
ma il sangue che hai versato su di te è ricaduto
la tua guerra è finita
vecchio soldato.
Ora si è seduto il vento
il tuo sguardo è rimasto appeso al cielo
sugli occhi c’è il sole
nel petto ti resta un pugnale.

Per il soldato non c’è più speranza. Mentre si prepara a lasciare il suo corpo, cerca, in un ultimo disperato tentativo, di cogliere l’infinito (il cielo), certo come non mai che la sua lancia non potrà più ferire l’orizzonte.

Credo che tra tutti i testi dedicati alla tematica della guerra questo sia quello che più di tutti riesce ad esprimere realmente le sensazioni di un inferno simile. Pura poesia. Pochissimi testi nella storia della musica sono riusciti ad essere così penetranti (la famosa Guerra di Pietro per esempio è uno di quelli). L’interpretazione vocale di Di Giacomo è qualcosa di straordinario: rabbiosa e grintosa nel primo tempo; triste e dolce nel secondo. L’ascolto prosegue con un intermezzo strumentale chiamato “Passaggio”, curato da Vittorio Nocenzi che si esibisce nell’intenso seppur brevissimo assolo al clavicembalo. Come in ogni gran disco prog che si rispetti anche qui non mancano i rimandi alla musica classica e in particolar modo a Bach. Se ci fate caso quando ascoltate un disco di questo genere, italiano o internazionale, è quasi sempre presente un omaggio ai grandi compositori classici. Naturalmente il più tributato di tutti è il noto compositore tedesco.

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Ed eccoci arrivati alla seconda suite dell’opera, dal titolo “Metamorfosi”. Qui il Banco da pieno sfogo delle sue capacità strumentali, muovendosi tra articolati intrecci armonici molto complessi. Di Giacomo compare con un breve e inciso inserto vocale sul finale, dimostrando un’ottima capacità di modulazione della voce:

Uomo
non so
se io somiglio a te
non lo so
sento che però non vorrei
segnare i giorni miei coi tuoi
No no

Ma attenzione: il meglio deve ancora arrivare! Seguono infatti i diciotto minuti della misteriosa suite “Il giardino del mago”, che ricopre quasi interamente la seconda parte dell’opera. La suite si compone di quattro movimenti e racconta la storia di un uomo che, in fuga dal mondo, giunge nel giardino di un mago molto potente. L’essere umano cerca di rifugiarsi al suo interno, per scappare dalle ingiustizie sociali della vita terrena, rimanendo suo malgrado intrappolato in questa sorta di dimensione parallela per sempre. E’ il pezzo forte dell’album, probabilmente il più bello. Fidatevi se vi dico che non vi annoierà neanche per un minuto. Interpretata dal vivo rende ancora di più.

Coi capelli sciolti al vento
io dirigo il tempo
il mio tempo
là negli spazi dove morte non ha domini
dove l’amore varca i confini
e il servo balla con il re
corono senza verità
eterna è la strada che va.

A chiudere questo meraviglioso viaggio è l’incalzante e ritmata “Traccia” strumentale con il quale il gruppo è solito chiudere i propri concerti. Un vero e gustoso divertissement.

Francesco Di Giacomo è scomparso qualche anno fa a causa di un incidente stradale a Zagarolo. Una perdita enorme non solo per il mondo della musica ma anche per la letteratura italiana tutta. Quel giorno non abbiamo perso solo un grande vocalist ma anche un immenso poeta. Mi rammarica molto il fatto che non venga ricordato dalle istituzioni: testi di alto spessore come questi andrebbero fatti studiare a scuola. Il problema nel nostro paese è la nostra mentalità ancora troppo ancorata al passato: molti sono convinti che la vera poesia sia solo quella contenuta nei vecchi libri di testo ma si sbagliano di grosso. La poesia vive in tante forme d’arte: nella musica, nel cinema, nella pittura e nella fotografia. Chi giudica non adatto assegnare un premio nobel per la letteratura a Bob Dylan o è invidioso o non si è mai preso la briga di andare a leggersi uno dei suoi testi: raccontano tante cose sulla storia americana degli ultimi settant’anni meglio di qualsiasi altro libro d’archivio. Impariamo a valorizzare meglio il nostro patrimonio artistico altrimenti le generazioni del futuro potrebbero non conoscere l’operato di un De André, o di un Leonard Cohen o di un Francesco Di Giacomo.

 

[Mike]

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