Ring & Ring 2 – la quadrilogia giapponese (prima parte)

Pubblicato: 14 aprile 2017 da The Butcher in Film e Serie TV, Recensioni Film
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The Ring di Verbinski è stata una di quelle pellicole che da piccolo mi ha segnato e da cui rimango affascinato tutt’ora. Fino adesso però abbiamo solo parlato dei lavori americani e penso sia giusto discutere anche delle opere originali giapponesi.

Ammetto di aver avuto difficoltà nello scrivere questo articolo. Non sapevo bene come approcciarmi con questi quattro film. Ho provato a fare recensioni su ognuno di essi ma non sono venute come speravo e per questo ho deciso di parlarne in due articoli.

Cominciamo dunque con il primo film, Ring del 1998, diretto da Hideo Nakata e tratto dall’omonimo romanzo di Koji Suzuki

Trama:
La giornalista Reiko Asakawa sta lavorando a un caso davvero particolare. Ci sono degli adolescenti che parlano di una videocassetta maledetta: se la guardi, dopo sette giorni muori. Purtroppo questa non è la solita storiella che raccontano i ragazzi per spaventarsi e la nostra protagonista se ne renderà conto quando guarderà il video contenuto nella videocassetta. Per uscire da questa situazione chiederà l’aiuto di Ryûji Takayama, il suo ex-marito. Entrambi dovranno trovare un modo per sconfiggere la maledizione.

Bisogna specificare fin da subito che questo Ring non è stato pensato per il cinema ma è nato come film tv. E con un budget anche abbastanza esiguo. Perciò non aspettatevi degli effetti speciali come nelle pellicole americane.
Nonostante tutti i limiti che ha la pellicola riesce sicuramente ad affascinare lo spettatore.
Ci sono parecchie differenze con il lavoro di Verbinski ma quelle che risaltano davvero all’occhio sono quelle culturali.
Il film giapponese è pieno di riferimenti alla cultura del suo paese e verranno aperti discorsi molto interessanti sugli spiriti e soprattutto sul mare, qui considerato quasi come un vero e proprio personaggio.

Parlando dei personaggi, ho apprezzato l’equilibrio che si crea nella coppia. Nel film americano, nonostante il loro rapporto venga sviluppato, alla fine è la protagonista a fare tutto quanto mentre l’altro si dimostra abbastanza inutile. Qui no, entrambi riescono a trovare indizi utili per proseguire l’indagine e scoprire chi ha lanciato la maledizione. Nessuno dei due è un peso per l’altro e riescono a sostenersi l’un l’altra.
Si dimostra molto affascinante il personaggio di Ryûji che possiede capacità extrasensoriali e per questo riesce a dare una svolta importante alla ricerca.

A livello oggettivo si respira una maggior tensione rispetto al remake. Si ha costantemente l’impressione di avere una spada di Damocle sul capo e che il tempo a disposizione sia davvero poco. Questa sensazione viene accentuata grazie anche agli spazi stretti in cui si muovono i nostri personaggi come se entrambi fossero in trappola. Anche la storia della figura chiave della pellicola, Sadako Yamamura, sarà molto interessante. Le sue origini sono ovviamente diverse da quelle di Samara ma a livello narrativo sono superiori e originali.

Questa è una pellicola che, seppur con certi limiti, data la mancanza di budget, è riuscita a tirar fuori un’atmosfera ben realizzata e a far entrare nella mente di tutti la figura di Sadako.

Come sempre non mi dilungherò per evitare spoiler a chi non l’ha visto.
Una pellicola che ha avuto un’enorme successo in Giappone da ottenere subito due sequel: Spiral e Ring 2. La particolarità di queste opere è che sono entrambi intesi come secondo capitolo. E’ come se fossero entrambi dei What If.

Inizierò col parlare di Ring 2 (uscito l’anno seguente e diretto sempre da Nakata) da molti considerato come il vero sequel del primo capitolo (cosa che penso anch’io).

Trama:
Gli eventi riprendono subito dopo il finale di Ring. La polizia sta indagando sulla morte di Ryûji Takayama e nel frattempo sono sulle tracce di Reiko Asakawa e di suo figlio, scomparsi poco dopo la morte del primo.
L’assistente di Ryûji, Mai Takano, è ancora sconvolta per la morte dell’amico e cerca di capire cosa sia successo iniziando a cercare Reiko.

A differenza di Spiral (e su quello ci sarà parecchio da dire) Ring 2 riprende le tematiche centrali del primo capitolo approfondendole ancor di più. Ad esempio la questione del mare, inteso come luogo dove giacciono gli spiriti. L’acqua salmastra sarà ancor più presente e darà spiegazioni sulla vera origine di Sadako. Torneranno nel cast anche la maggior parte degli attori del primo tra cui Mai Takano, interpretata da Miki Nakatani, che da semplice personaggio di contorno diventa la protagonista della pellicola cercando di salvare Reiko e suo figlio. Infatti Sadako non ha ancora finito con loro, anzi sembra lasciare traccie di sé in tutte le persone con cui è venuta in contatto anche coloro che l’hanno vista per errore.
Ed è anche questa una tematica interessante, ovvero che lei si attacca a qualsiasi persona come un virus per diffondere la sua storia.

E, come poi verrà ripreso dal The Ring 2 americano, Sadako vorrà prendersi il bambino anche se per ragioni completamente diverse.
Su questo lavoro si nota di più la sensazione di “spirale dell’odio” che continua a ripetersi e non sembra intenzionata a fermarsi.

Mi è piaciuto parecchio anche Sadako nel finale che, nonostante incutesse terrore, ha mostrato in pochi secondi un lato tragico della sua esistenza.

E con questo si conclude la prima parte sulla quadrilogia giapponese di The Ring. Spero vi sia piaciuto e vi aspetto con l’articolo su Spiral e Ring 0: Birthday.

[The Butcher]

P.S. Ora però io pretendo una fan art di Sadako con la “maschera” che indossa su Ring 2. La voglio subito!

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commenti
  1. kasabake ha detto:

    Non era pensabile che nella corsia (culturale? Ospedaliera-psichiatrica? Di fuga? Di accelerazione?) da te curata all’interno del vostro blog (si, la specializzazione degli interessi di ciascuno di voi è evidente) non ci fossero ancora dei post dedicati alla saga di The Ring: la sua influenza sul cinema horror anche occidentale va, infatti, palesemente aldilà persino dei meriti artistici assoluti delle singole pellicole e parliamo proprio del linguaggio, del modo con cui viene presentato il “mostro” ed infine della maledizione.
    Ancora una volta, con il garbo e l’understatement che ti contraddistingue, hai glissato sulle svolte chiave della trama, per gettare invece sul desktop del lettore il vero sottotesto che distingue in modo netto, aldilà dei budget e dello stile di ripresa, qualsiasi delle pellicole asiatiche della saga, da qualsiasi dei remake e sequel americani: la cultura metafisica e religiosa nippponica.
    Eh si, caro Butcher, perché il vero post che tu non hai mai scritto, ma che senza saperlo, sia tu che Shiki, avete iniziato a scrivere milioni di volte e che probabilmente vi terrorizza ed angoscia (come se viveste in una casa il cui soffitto fosse ricoperto da un unico immenso nido di vespe) per l’enormità dell’argomento, è quello sui demoni giapponesi!
    Si, perché ogni film asiatico da voi amato e studiato, ogni videogame giocato e recensito, ogni manga letto ed ogni anime guardato e criticato, hanno sotteso un discorso sulla cosmogonia dell’aldilà e sullo spiritualismo cinese e giapponese.
    Chissà che prima poi tu e Shiki (magari anche in un sito a parte e magari con il contributo di altri colleghi) non sforniate un compendio o una enciclopedia dei mostri e dei demoni orientali… se fossi il vostro editore ve la commissionerei…
    Siccome però non lo sono, mi limiterò per ora a leggere queste piccole perle, godendo già per la luce anche solo riflessa del post inesistente…
    Bravo, Butcher, bravo come sempre… sei una certezza.

  2. kasabake ha detto:

    Oops, partito solo un pezzo… Dicevo, porta i miei auguri di Buona Pasqua, oltre che a te, anche nel dojo di Shiki…

  3. Idreim ha detto:

    Complimenti per l’articolo, davvero^^
    Oltre ad aver imparato cose nuove (non sapevo, per esempio, che Spiral fosse legato a The Ring), mi hai fatto tornare voglia di rivedere i film XD
    Sono passati davvero tanti anni (frequentavo ancora il liceo ed esisteva ancora Blockbuster), per cui ricordo molto poco, ma leggendo

    “Si ha costantemente l’impressione di avere una spada di Damocle sul capo e che il tempo a disposizione sia davvero poco. Questa sensazione viene accentuata grazie anche agli spazi stretti in cui si muovono i nostri personaggi come se entrambi fossero in trappola.”

    ho potuto praticamente rivivere ciò che i film mi avevano trasmesso.
    Non ci feci caso all’epoca (onestamente credo non sarei stata in grado di notarlo da sola nemmeno adesso =p), ma sì, hai assolutamente ragione, c’è un’atmosfera claustrofobica ed è proprio la ristrettezza degli spazi a enfatizzarla.

    • The Butcher ha detto:

      Ti ringrazio tantissimo per il commento. Questi film sono stati una bella esperienza per me e sono contento di averti fatto venir voglia di riguardarli.
      Ti auguro una buona serata ;)

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