Morgan rilegge De André : “Non al denaro non all’amore nè al cielo” (2005)

Pubblicato: 29 novembre 2017 da Mike in Cultura, Musica
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Coraggio.
Ci vuole molto coraggio quando si decide di mettere le mani su un lavoro altrui. Ancor di più se questo lavoro è una pietra miliare della musica italiana, concepita dal genio anarchico di De André. Il solo pensiero risulterebbe blasfemo. Quando nel lontano 2005 venne pubblicata la seconda opera solista di Morgan, le reazioni da parte del pubblico e della critica furono molto contrastanti. Chi da una parte lo accusava di troppa presunzione nel volersi misurare con un classico di quella portata, chi dall’altra lo difendeva, ritenendo l’operazione tutt’altro che mal riuscita. E’ stato un caso questo che ha fatto molto discutere in quel periodo. Un’operazione talmente rischiosa e delicata ma soprattutto mai tentata prima nel nostro paese: “coverizzare” un intero album, riproporlo in tutta la sua interezza. Uno dei primi remake nella storia della musica italiana che spinse molti a porsi una legittima domanda: era proprio necessaria un’operazione del genere? Probabilmente no, l’opera originale è perfetta così com’è. Però, però… ha un suo perché e mi sento di consigliarlo a tutti, anche a coloro che nutrono ancora dubbi a riguardo e si sono tenuti a debita distanza per paura di vedere (o meglio sentire) l’ennesimo scempio perpetrato ai danni di un capolavoro storico. Fortunatamente per noi, non è questo il caso.

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L’idea del progetto nacque per volontà della moglie di Fabrizio, Dori Ghezzi, che dopo la morte del marito si è ritirata dalle scene per dedicarsi completamente alla gestione del patrimonio artistico del cantautore. Attraverso la “Fondazione Fabrizio De André Onlus” si occupa di promuovere diversi eventi con lo scopo di mantenere vivo il suo ricordo, rivolgendosi soprattutto ai più giovani. E proprio loro sono i destinatari di questa particolare operazione “remake” della celebre opera tratta dall’Antologia di Spoon River. Per fare questo però fu necessario trovare qualcuno che avesse a cuore il progetto e riuscisse a mantenere una chiave di lettura quanto più possibile fedele e rispettosa all’originale. Dopo una lunga ricerca la scelta cadde infine su Morgan, dopo che la stessa Dori aveva assistito ad una sua interpretazione dal vivo della canzone “Un ottico” rimanendone piacevolmente colpita.

“Cercavo un artista che fosse all’altezza per far rivivere quel lavoro dedicato a Spoon River. Conoscendo Morgan ho scoperto che è colto, preparato. Poi l’ ho sentito cantare alcuni di quei brani a Roma e mi sono convinta che sarebbe stato bello farne un disco nuovo. Gli ho lasciato carta bianca e il risultato mi ha entusiasmato.”

(Dori Ghezzi)

L’ex leader dei Bluvertigo, che aveva già pubblicato il suo primo album solista(vincitore della Targa Tenco 2003 come migliore opera prima), accettò subito la proposta della Ghezzi, mettendosi immediatamente a lavoro. Ripartendo dagli arrangiamenti di Nicola Piovani, riscrisse tutte le partiture e riarrangiò tutti i pezzi.

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Pur essendo un’operazione quasi fedelmente rispettosa dell’originale, presenta alcune differenze che non stravolgono la natura del disco, ma al contrario, arricchiscono le atmosfere con l’aggiunta di diversi strumenti. Si parte con un breve incipit dove le note del “Suonatore Jones” aprono il concept anticipando quella che è la prima vera canzone. “Dormono sulla collina” (conosciuta anche come “La collina”) fa riferimento a tutte quelle anime strappate alla vita (chi per morte accidentale sul lavoro, chi per amore e chi perchè morto in guerra) e che ora riposano nel cimitero di Spoon River. Morgan non apporta grossi cambiamenti se non quello di aggiungere il pianoforte e il sintetizzatore. “Un matto” già presenta alcune sostanziali modifiche come l’aggiunta del clarinetto e l’effetto “bisbiglio” delle voci in sordina. Viene completamente riscritta la struttura iniziale del brano mentre sul finale viene inserita una vera esplosione dai toni free jazz con il clarinetto in primo piano. Protagonista di questa canzone è il matto Frank Drummer, ovvero da tutti identificato come “lo scemo del villaggio”, a causa della sua incapacità di esprimere i propri pensieri attraverso le parole. Nonostante i suoi numerosi tentativi di inserimento nella società (tra cui quello di imparare l’enciclopedia Treccani a memoria) finirà con l’essere deriso e isolato da tutti e per questo internato in un manicomio. La terza canzone è quella più famosa del disco e del repertorio del cantautore. “Un giudice” mette in mostra le vicende personali di Selah Lively, persona di bassa statura, vittima della derisione della gente. Anche qui, come nella canzone precedente subentra il tema dell’invidia: se nel caso del matto il protagonista rimaneva impotente agli atteggiamenti di coloro che lo circondavano, qui invece notiamo come il senso di invidia e frustrazione porti il protagonista a trasformarsi completamente, cominciando ad agire per vendetta. Completati gli studi di giurisprudenza e diventato giudice comincerà a punire tutti coloro che lo avevano preso in giro, mostrandosi più carogna di loro. Tuttavia sul finale dovrà inginocchiarsi dinanzi alla statura sconfinata di Dio, giudice onnipotente al di sopra di lui. Se nella versione di De Andrè il brano risultava essere più scarno, con protagonista la chitarra e pochissimi altri strumenti, nella versione di Morgan il pezzo acquista un sapore decisamente più rock grazie all’aggiunta della batteria e alla sostituzione dell’ocarina con il flauto a coulisse. Il tema del brano si ripete ogni volta con uno strumento diverso fino alla strofa finale dove convergeranno tutti insieme. Seguono le vicende tormentate del blasfemo Wendell Bloyd, che viene perseguitato e poi ucciso a forza di botte da due guardie bigotte per aver accusato Dio di aver ingannato l’uomo inventando la morte e le quattro stagioni. Una volta morto il blasfemo non accuserà più Dio ma chi usa la religione per esercitare il proprio potere sugli altri. Nel “blasfemo” di Morgan il tempo viene rallentato e vengono introdotte delle variazioni armoniche. Vengono inoltre apportate piccole modifiche al testo: il verso conclusivo viene ripetuto tre volte anziché due. Si arriva alla fine della prima parte dell’opera con l’ultimo brano portante il tema dell’invidia: “Un malato di cuore”, uno dei più commoventi ed emozionanti. Viene raccontata la delicata esistenza di Francis Turner, costretto a sfiorare la vita senza mai poterla vivere in pieno a causa del suo cuore malato. Provare anche solamente una forte emozione potrebbe costargli caro e per questo si trova limitato in ogni semplice azione del vivere quotidiano (dal bere a piccoli sorsi da una coppa al non poter correre insieme agli altri suoi coetanei). Questo accentua sempre di più il suo senso di solitudine ed invidia nei confronti degli altri. Tuttavia il suo personaggio, a differenza del matto, del giudice e del blasfemo, sarà l’unico a vincere l’invidia grazie all’amore di una donna che gli regalerà l’unica forte emozione della sua vita prima che il suo cuore smetta di battere. Anche qui il tempo subisce un forte rallentamento mentre l’accompagnamento vocale del soprano viene sostituito dal theremin. Nell’album originale alla fine del brano De André accenna brevemente “L’inverno” di Vivaldi con la chitarra, mentre nella versione di Morgan il tema viene riproposto per interno in una traccia separata.

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Il secondo tempo dell’album si apre sulle note di “Un medico”, storia del dottor Siegfried Iseman, il quale spinto da una forte passione per la professione medica comincia a curare gratuitamente i poveri ammalati, fino al punto da ridursi in miseria perdendo oltre il lavoro anche l’amore di sua moglie e dei suoi figli. Pur di risollevare la propria vita si ritroverà costretto a vendere “pozioni miracolose” per poi finire in prigione, additato da tutti come il professore imbroglione e truffatore. Rispetto alla versione originale qui vengono aggiunti numerosi strumenti come il pianoforte, il mellotron, il clarinetto e il sintetizzatore. Inoltre viene accennato brevemente “L’arte della fuga” di Bach con il clavicembalo. Dalla passione per la medicina si passa a quella per un’altra nobile professione: quella del “chimico”. Si racconta di Trainer il farmacista, capace di comprendere le reazioni che tengono uniti elementi come l’idrogeno e l’ossigeno senza mai riuscire a capire come uomini e donne riescano a unirsi attraverso l’amore. Per tale motivo non si sposerà mai e non conoscerà mai tale sentimento. Il destino beffardo riserverà al chimico una morte tanto stupida quanto idiota (“egli morì in un esperimento sbagliato/proprio come gli idioti che muoion d’amore”). Anche qui il pezzo viene impreziosito dall’aggiunta di vari strumenti come il piano elettrico, il contrabbasso e la chitarra elettrica. C’è anche l’accompagnamento di archi che eseguono il Canone di Pachelbel, parte del tutto assente nell’album del 1972. Piccola curiosità: questo brano venne scelto dalla casa discografica per partecipare in gara al Festivalbar nel 1972. De André tuttavia si rifiutò di partecipare alla manifestazione. Eccoci giunti al brano più psichedelico dell’opera: “Un ottico”, qui diviso in cinque parti. L’unica poesia tratta dall’Antologia di Edgar Lee Masters a non trattare il tema della morte. Questo si può capire anche dal fatto che la storia viene raccontata usando il tempo presente anziché il passato come per tutte le altre canzoni. La storia vede protagonista un ottico di nome Dippold, il quale costruisce delle lenti speciali che possano aiutare la gente a vedere oltre la realtà. Per questa canzone Morgan ha utilizzato il pianoforte, il clarinetto e un megafono per conferire quel senso di sdoppiamento delle voci che è possibile ascoltare nella seconda parte, a partire dalla seconda strofa. Il tutto contribuisce ad accentuare il carattere psichedelico del brano che termine con una improvvisazione jazz sul finale. L’ultima storia di Spoon River ci racconta le gesta del “Suonatore Jones”, uomo che preferisce coltivare il proprio tempo suonando il flauto piuttosto che lavorare la terra. Morirà povero ma privo di rimpianti: la libertà che la musica gli offriva era di gran lunga superiore a qualsiasi tipo di ricchezza economica. Nell’antologia di Masters Jones non suona il flauto ma il violino. La versione di Morgan differisce da quella di De André proprio per la presenza del violino e di strumenti come il pianoforte, la batteria, il basso e il theremin. L’album si chiude sulle note finali del tema iniziale, il tutto a rafforzare il concetto di concept-album.

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Questo esperimento operato da Morgan vide la luce nel 2005 grazie alla pubblicazione da parte della Columbia Records. Il risultato finale convinse non solo Dori Ghezzi ma anche un’altra persona che ha contribuito alla genesi di questo album cult: Fernanda Pivano, ovvero colei che ha tradotto le poesie di Masters che Fabrizio ha poi deciso di utilizzare per il disco. Il musicista di Monza ha eseguito diverse volte dal vivo l’intero album e ancora oggi nei suoi concerti non mancano i suoi omaggi al cantautore genovese.

La recensione termina qui. Se avete amato l’opera originale e volete immergervi di nuovo nel mondo di Spoon River vi invito a dare una chance a questo remake. Questo è tutto quello che avevo da dire su uno dei dischi che più di tutti hanno segnato la mia crescita musicale. Ancora oggi la ritengo la mia opera preferita di De André insieme a “Storia di un impiegato” e “Tutti morimmo a stento”. Altri dischi di cui mi piacerebbe tanto parlare. Noi intanto ci rivediamo alla prossima recensione!

[Mike]

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commenti
  1. Paolo Albera ha detto:

    Io sono tra quelli a cui è piaciuto molto (l’avevo preso poco dopo che era uscito)

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