Uno dei ritorni molto attesi di questo 2018 è stato sicuramente quello di Motta.
Anche io, come molti altri, sono stato piacevolmente conquistato dalla sua opera di esordio, tanto da nutrire moltissime aspettative per il suo successore. A distanza di due anni da “La Fine dei Vent’anni”, disco rivelazione del 2016 che inaugura l’avventura solista dell’artista pisano, si torna finalmente a parlare di lui con un lavoro molto diverso dal primo, molto più intimo e introspettivo. La domanda a questo punto è lecita: Motta alla sua seconda prova è riuscito a riconfermare il suo talento e a non deludere le aspettative? Sarà stato in grado di stupirci di nuovo? Secondo me si.
E vi spiego anche perché.

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Nato a Pisa ma di famiglia livornese, Francesco Motta esordisce nel mondo della musica con il gruppo Criminal Jokers, band dalle sonorità punk- new wave fondata nel 2006 e nella quale ricopre i ruoli di paroliere, cantante e batterista. Il gruppo pubblica due album molto interessanti: il primo nel 2010 cantato in lingua inglese e che vede la produzione di Andrea Appino degli Zen Circus (“This Was Supposed to Be the Future”) e il successivo “Bestie” che vedrà la luce solo due anni più tardi. Nel frattempo Motta si fa le ossa come polistrumentista accompagnando in tour diversi artisti tra cui gli stessi Zen Circus, Il Pan del Diavolo e la cantante Nada. Solo nel 2016 pubblicherà il suo primo album da solista, quello che lo lancerà al successo vero e proprio. “La Fine dei Vent’anni” vede la partecipazione di un altro talento tutto italiano, Riccardo Sinigallia che collabora nella stesura dei testi come coautore. L’album è un successo di pubblico e riceve numerosi riconoscimenti da riviste prestigiose e nello stesso anno si aggiudicherà diversi premi tra cui la Targa Tenco come “migliore opera prima”.

Dopo due anni, giungiamo a questo “Vivere o Morire”, anticipato il 28 gennaio dal primo singolo “Ed è un po’ come essere felici”, ottimo punto di congiunzione con il precedente album. Un Motta arrabbiato, che ci urla nelle orecchie. Il suggestivo videoclip che accompagna l’uscita del singolo è stato realizzato in collaborazione con la performer Silvia Calderoni . Già dai primi ascolti di questa canzone il mio parere non poteva che essere positivo: suono pulito e la voce di Motta che domina uno scenario quasi dark, dove le sonorità elettroniche salgono fino a culminare in un’esplosione accentuata dal tono di voce del cantante, che da calma e appiattita si trasforma in un grido di allarme, come un mare in preda alla tempesta.  Il disco tuttavia prosegue in tutt’altra direzione, mostrandoci il lato più intimo e acustico del nostro artista pisano. Egli infatti descrive queste sua nuova opera come la rappresentazione autentica del suo stato d’animo attuale. E’ un album che fondamentalmente parla d’amore. Già il secondo singolo rilasciato qualche mese dopo, “La nostra ultima canzone”, si presenta più spensierato e leggero rispetto ai toni più cupi e arrabbiati della traccia d’apertura. Il pezzo sicuramente  dalla natura più radiofonica. Alla produzione non troviamo più Riccardo Sinigallia, sostituito dal buon Taketo Gohara, il cui modus operandi abbiamo già apprezzato nelle collaborazioni precedenti con Capossela, Mauro Pagani o Brunori Sas. Si nota infatti una certa cura nei dettagli, in particolare nel suono più pulito .

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I testi sono il cuore pulsante di tutto e anche qui il nostro Francesco conferma le sue abilità di scrittura nella descrizione di un amore mai banale, fatto di gioie quotidiane ma anche di spiacevoli tormenti. In particolare nella canzone “La prima volta”, egli mette a nudo il suo stato d’animo attuale che lo vede coinvolto in un nuovo rapporto (chiaro il riferimento alla sua relazione con l’attrice Carolina Crescentini, la quale partecipa ai cori del brano). Ci sono anche momenti più brevi ma non per questi meno intensi come l’emotiva “Chissà dove sarai” con un trionfo di violini da far accapponare la pelle. Il pezzo più forte è tenuto alla fine: “Mi parli di te” è uno splendido valzer basato sul rapporto padre-figlio, dalla natura molto autobiografica. Ballatona tutta chitarra ed archi. A dare più sostanza al tutto ci pensano il ritmo sud americano di “E poi ci pensi un po’” e l’incalzante “Per amore e basta”. Il ritratto più fedele del Motta adulto di adesso è la stessa title-track a darcelo: il cantante pisano mette in gioco sé stesso, pur riconoscendo i propri limiti.

L’album è stato reso disponibile per l’acquisto dal 6 aprile 2018 nelle classiche versioni cd e formato digitale. In vinile sono uscite due versioni: una standard contenente il tipico disco nero e una versione deluxe. Quest’ultima, oltre a presentare il vinile con copertina apribile, si differenzia per la presenza del vinile colorato, di un poster e di una t-shirt.

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Vivere o Morire è un nuovo capitolo della vita di Motta. Un album che riflette il se stesso odierno, il suo rapporto con l’universo femminile e la sua evoluzione non solo umana ma anche artistica. Coloro che speravano in un “La fine dei vent’anni Volume 2” devono aspettarsi ben altro dall’ascolto di questi 9 inediti. Non c’è spazio per il rock energico dell’esordio ( o per lo meno il suo spazio è stato ampiamente ridimensionato) per dare spazio ad una sfera più intimistica e romantica. Tutto scorre fluido e senza particolari intoppi. Non per questo tali elementi rendono questo lavoro inferiore al precedente. Piuttosto aprono nuovi orizzonti per quella che è probabilmente una delle figure più interessanti del nuovo “cantautorato” italiano. Per tornare alla domanda iniziale Motta ha superato molto bene la sua seconda prova riconfermando il suo talento di musicista. Se dovessi dare un voto direi che un 8 pieno se lo merita eccome.

Sabato 21 aprile si è tenuta l’undicesima edizione del Record Store Day, un appuntamento fisso ormai per tutti gli appassionati della musica e del vinile. Oltre all’acquisto del nuovo album di Motta è stato possibile portare a casa alcune delle chicche messe a disposizione proprio per l’evento. Versioni limitate di alcuni 33 e 45 giri contenenti inediti, demo o versioni alternative di brani celebri. In particolare ho gradito molto le scelte di quest’anno sia in campo internazionale che italiano. Io sono riuscito a giudicarmi la limited edition di Moondance di Van Morrison (sono state rilasciate in tutto solo 10.000 copie), album qui riproposto in una versione totalmente inedita e spettacolare e l’ultimo disco di Bjork. Aspettatevi presto una recensione su quest’ultima.
A presto musicomani!

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[Mike]

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