E venne il giorno

Pubblicato: 1 novembre 2018 da The Butcher in Film e Serie TV, Recensioni Film
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Questa è la prima volta che porto sul blog un film di M. Night Shyamalan. Ormai era da un po’ che volevo parlarne e finalmente ne ho l’occasione anche perché è un regista che ha lasciato una sua impronta e merita sicuramente un approfondimento. Non voglio però iniziare con i suoi lavori più famosi (ci tornerò in futuro) ma con una pellicola abbastanza martoriata sia da critica che da pubblico.
Il film in questione è un thriller-horror del 2008 scritto e diretto dallo stesso Shyamalan; ecco a voi E venne il giorno.

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Trama:
Durante una giornata come tutte le altre, al Central Park di New York iniziano a succedere degli strani eventi; le persone cominciano a perdere l’uso della parola, la coordinazione del proprio corpo e infine si suicidano. Questo evento si diffonde per tutto il Nord-est degli Usa e ciò costringe il professor Elliot Moore a lasciare la Filadelfia e a prendere un treno per Harrisburg insieme alla moglie Alma, all’amico Julian e Jess, la figlia di quest’ultimo. Purtroppo questa specie di contagio si sta propagando in fretta, si perde il contatto con le città e il treno deve fare una fermata di emergenza. I nostri protagonisti dovranno proseguire a piedi e cercare di allontanarsi il più possibile dal luogo del contagio.

Prima di guardare questa pellicola sentivo sempre le solite critiche verso di essa; e per critiche intendo scherzare parecchio su due scene considerate ridicole ovvero la sequenza in cui fuggono dal vento e quella dove Elliot parla con una pianta. La cosa che mi dava fastidio è che in pochi facevano effettivamente delle critiche costruttive su questo lavoro mentre il resto delle persone facevano battutine. Così ho deciso di vedere E venne il giorno e devo dire che alla fine non era poi così male.

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Prendiamo in esame i primissimi minuti di questo lungometraggio: sono stupendi. Vedere delle persone che di punto in bianco si comportano in quella maniera ha un enorme impatto visivo, creando una situazione surreale e grottesca.
E il tutto culmina con quella bellissima inquadratura fissa dove gli operai si buttano dall’edificio. Insomma, il film con il botto.

L’intera prima parte è molto ben fatta in cui osserviamo i cittadini che inziano pian piano a perdere la pazienza e a spaventarsi dato che nessuno riesce a capire perchè sta succedendo ciò o chi ha diffuso il contaggio. E, mentre in televisione vari esperti fanno ipotesi sull’accaduto, il contagio si espande e vediamo altri episodi simili a quello dei primi minuti che riescono sempre a colpire lo spettatore. E nel frattempo vediamo come anche in molti, davanti a un pericolo, preferiscano pensare solo a se stessi e a ciò che hanno, piuttosto che aiutare gli altri.

La seconda parte invece è quella che convince di meno, non tanto per gli eventi che accadono ma per come vengono mostrati. Mentre all’inizio c’era un ritmo molto equilibrato, dove le cose succedevano quando dovevano succedere e la storia procedeva con una certa calma, qui gli eventi accelerano. Tutto inizia a diventare più frenetico, cosa che un po’ rovina anche delle belle scene. Perfino la parte finale è troppo veloce e sbrigativa mentre ho adorato il finale, tipico delle pellicole del regista indiano, che ti lascia a bocca aperta.

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Una cosa che non mi ha tanto convinto è Mark Wahlberg nel ruolo del professor Elliot. In un certo senso è come vedere Jason Statham interpretare il ruolo di un mite prete, pacato e contro l’uso della violenza. (Vedere Wahlberg in questo ruolo mi ha fatto venire in mente questo paragone). In parole povere, non era un ruolo adatto a lui.

Per quanto riguarda il contagio una spiegazione ci viene data, ma a grandi linee, per fortuna. Sottolineo per fortuna in quanto a volte cercare di dare più spiegazioni possibili a eventi come quelli del film, rendendo la storia più forzata.

In definitiva E venne il giorno è un buon film con delle buone idee e una messa in scena fatta bene ma con alcuni difetti che lo penalizzano ma non lo rovinano.
Tra l’altro c’è una forte tematica riguardante la natura e la sua forza, tematica che ho volutamente evitato di parlarne in modo approfondito (motivi: spoiler).
A mio avviso non è il peggior film di Shyamalan; i suoi due peggiori a mio avviso sono L’ultimo dominatore dell’aria e After Earth , dove il suo stile e la sua regia si vedono ben poco (e, nel primo caso, si vede poco anche Avatar). Questo regista se lo cava molto bene quando la produzione e indipendente o semi-indipendente o non lavora a blockbuster. Sappaite solo che non vedo l’ora di vedere Glass.

[The Butcher]

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commenti
  1. kasabake ha detto:

    Pur non avendo quasi mai la capacità di mantenere un livello costante di alta qualità nei suoi film, Shyamalan è uno di quei cineasti che più ammiro e che guardo sempre con interesse e passione, poiché anche nei suoi film più brutti (solo due, tra l’altro, per me davvero tali), si può scorgere in più di un momento il guizzo del vero genio, come nel modo sempre anomalo ed obliquo di gestire gli attori.

    Qualità questa che ovviamente non gli impedisce di fare film profondamente sbagliati, come quelli da te citati e probabilmente le motivazioni di quelle disgrazie debbono essere ricercate, come hai brillantemente concluso nella tua analisi, proprio nella sua difficoltà a lavorare sotto la pressione di produzioni non indipendenti (non avendo quella capacità funambolica di scendere a compromessi che invece ad esempio con nota l’arte di Spielberg e di Nolan) deficit che, quando se ne è reso conto, lo ha spinto a rifiutare fortunatamente progetti miliardari, inizialmente affidatagli, come Indy 4 o alcuni capitoli della saga di Harry Potter.

    Terzultimo nella mia personale classifica di gradimento dei film di Shyamalan, questo da te recensito ha davvero dei momenti splendidi nella prima parte, creando una fredda ed anomala sensazione di angoscia che dimenticherò mai, come quando cala di colpo il silenzio nella folla e le persone cominciano a camminare all’indietro prima di togliersi la vita.

    Concordo al 100% con tutta la tua recensione e soprattutto su quella alterazione del ritmo nella seconda parte del film che rende tutto più affrettato con soluzioni spesso troppo sbrigative anche nella messa in scena malgrado si riescano lo stesso ad apprezzare piccole perle come il suicido dentro la mietitrebbia.

    Infine, anch’io come te ho amato moltissimo il finale dove non si possono non notare quelle note di ecologismo primitivo ed arcaico che mi ha ricordato il Miyazaki della Principessa Mononoke.

    Sul podio del mio gradimento ci sono tre film tra cui non saprei scegliere vincitore assoluto, poiché che tutti e tre regalano bellissime storie, interpretazioni straordinarie e trovate sceniche assolutamente uniche: Signs, Unbreakable e The Sixth Sense.

    Per te, invece, qual’è il podio?

    • The Butcher ha detto:

      Grazie mille per il tuo commento! Shyamalan è un regista che ho sempre apprezzato e che ho conosciuto, come un po’ tutte le persone della mia età, con il Sesto senso.
      Nel mio podio sono presenti il Sesto senso e Unbreakable ma non Signs. Un ottimo film che però perde tutto nella seconda parte, molto meno riuscita della prima. Invece nella top three ci metto The Village, anche quello uno dei suoi lavori più sottovalutati, un po’ per colpa della pubblicità ingannevole che ebbe ai tempi.

      • kasabake ha detto:

        Effettivamente concordo su te per quel che riguarda The Village, film ad onor del vero molto divisivo e che assieme a Signs ha ricevuto recensioni entusiastiche assieme a stroncature eccellenti ed assolutamente ingiuste…

        In effetti a ben guardare, caro Butcber, dopo il successo planetario ed il gradimento unanime del primissimo The Sixth Sense (in cui, oltre all’ottima messa in scena, il vero valore aggiunto era il clamoroso colpo di scena di ribaltamento del confine tra vivi e morti, realizzato 2 anni prima del bellissimo e concettualmente simile The Others di Alejandro Amenábar, ma entrambi nettamente debitori dell’idea originale che il monumentale scrittore statunitense Henry James ebbe alla fine dell’800), in tutti i film successivi sembra che il nostro stimato Shyamalan abbia usato una bellissima ma rischiosissima metodologia narrativa tutta giocata sull’alterazione dei ritmi narrativi del fantastico e della suspence, riducendo all’osso i momenti da jump scaring e dando loro una valenza catartica di rivelazione (le apparizioni repentine degli elementi metafisici o fantastici costituiscono svolte nella trama e non sono mai espedienti stupidi, come il rumore provocato da un gatto nello scantinato), ma alternando momenti appositamente lentissimi ed intimi che, se giustificati dalla trama e dalle spessore dei personaggi, funzionano bene, ma in caso contrario uccidono il film.

        Scusa la pesantezza delle mie digressioni, spesso al limite della maleducazione, ma sono pochissime le persone con cui parlare di horror e fantastico senza essere fraintesi!

        Alla prossima, amico.

        • The Butcher ha detto:

          Non devi scusarti di nulla! Anche per me è un piacere parlare di queste cose. In molti casi le persone tendono a considerare l’horror solo come un tipo di film pieno di jump scares mentre ancor peggio considerano la fantascienza e il fantasy in quanto dicono: “Che bisogno c’era?”. Quindi anche per me è un piacere parlare di queste cose con te visto che riusciamo a capirci bene.

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