E’ da mesi che sono bloccata. Avevo annunciato che mi sarei presa una sorta di pausa, scrivendo sporadicamente ogni tanto, ma non pensavo che sarebbe passato tutto questo tempo senza che pubblicassi assolutamente nulla.
Ringrazio infinitamente la passione e disponibilità di The Butcher che ha mantenuto in vita questo posto nonostante la mia assenza.

Ho in mente da tempo di scrivere tantissime cose ma non parlerò perché sennò va sempre a finire che dico ma poi non faccio nulla.
Ma di certo mi è balenata in testa un’idea, tra le tante presenti; rimuginavo sul fatto che devo finire, migliorare, sistemare, ecc, l’analisi su serial experiments lain e ho avuto l’illuminazione. Pensando a scrivere l’analisi non ho fatto caso al fatto che non avevo mai pubblicato un articolo normale su quest’opera che è ormai parte importante della mia vita.
Quindi perché non farlo ora? E non a caso sto giocando per la prima volta il videogioco, uscito quasi in contemporanea all’anime. Mi sta affascinando tantissimo e mi ha riportato a vivere la storia di Lain Iwakura come se fosse la prima volta.
In seguito ne parlerò sicuramente, non appena lo avrò finito, ma nel frattempo dedichiamoci alla serie animata.
Ovviamente chiunque potrà leggere quanto segue visto che starò ben attenta a non fare spoiler di alcun tipo.

Nel 1998, esattamente vent’anni fa, venne trasmesso in Giappone, tra inizio luglio e la fine di settembre, il controverso anime fantascientifico serial experiments lain. Diretto da Ryūtarō Nakamura, scritto da Chiaki J. Konaka con il soggetto di Yoshitoshi ABe, dallo studio Triangle Staff, la coraggiosa impresa di parlare di temi importanti e complicati come la comunicazione, l’identità e la realtà prese forma attraverso l’uso delle vie del cyberpunk, la storia dell’informatica, le teorie di cospirazione e la filosofia. In soli tredici episodi dal formato classico di circa venti minuti la storia di Lain Iwakura, la giovane protagonista della vicenda, si districherà in un complesso viaggio in un mondo moderno con inquietanti tecnologie alternative e futuristiche che adesso, a venti anni di distanza, sono già realtà.

Trama: Durante una classica notte rumorosa, piena di luci lampeggianti, in un città che assume tutto un altro volto quando il sole cala, una giovane studentessa delle medie, con rassegnata felicità, decide di suicidarsi buttandosi dall’ultimo piano di un palazzo e scuotendo così, per un attimo, gli animi delle persone.
Siamo a Tokyo e la notizia di una strana email inviata dalla ragazza che è morta si diffonde presto nella scuola media che Lain Iwakura frequenta. Lei però resta all’oscuro di tutto: non accende mai il suo NAVI (personal computers altamente avanzati che permettono una vasta connessione al Wired, un’alternativa versione di internet) e dice di non capire molto di tecnologia. Incitata però dalle proprie compagne di classe un giorno anche lei controlla la casella email e trova un messaggio che non dovrebbe esistere in quanto è stato scritto, in tempo reale, da un ragazza ormai morta.
Le giornate di Lain erano grigie, monotone e vuote. Sempre uguali, anche se terribilmente rumorose. Questa scoperta, fuori dall’ordinario, sembra darle un appiglio su cui aggrapparsi. Intenzionata a scoprire cosa sta succedendo, più per se stessa che per il bene di qualcosa di superiore che lei nemmeno percepisce, chiede al padre un nuovo NAVI. Questo sarà per Lain solo l’inizio di un tortuoso viaggio in cerca della risposta alla domanda più grande: chi è Lain Iwakura?

Pubblicato nei primi anni 2000 dalla Dynamic Italia e Dynit in 4 VHS e 4 DVD, con un’ottima trasposizione in italiano, quest’opera mette alla prova lo spettatore fin dal primo episodio. Infatti ci troviamo catapultati in un mondo moderno pieno di luci e rumori tra cui sovrasta ogni cosa il ronzio dei pali elettrici che si vedono ovunque; fanno sempre da sfondo con la loro scura e intricata silhouette. Lain Iwakura ci viene presentata subito come una normale ragazzina di quattordici anni che va a scuola. Osserviamo lei compiere le azioni che probabilmente caratterizzano ogni sua giornata: esce di casa, percorre il viale a piedi, prende la metropolitana, arriva a scuola e prende il suo posto in classe, in un banco posto in prima fila, al centro. Non parla con nessuno e la sua espressione non muta mai. Sembra solo infastidita dal ronzio dei pali elettrici e dal farfugliare delle persone: un mondo rumoroso da cui lei è quasi completamente dissociata.
In effetti il primo episodio è totalmente concentrato sulla sua dissociazione: il mondo sembra mutare intorno a lei mentre cammina o si sposta da un posto a un altro, assumendo fattezze irreali (derealizzazione: quando ciò che ci circonda sembra appartenente a un sogno o comunque irreale). Quando è in classe non riesce a prestare attenzione alla lezione, le si sfoca la vista e il corpo diventa come un oggetto staccato dal suo essere (depersonalizzazione: quando una persona non percepisce correttamente il proprio corpo o parti del corpo, non si riconosce allo specchio e si sente come un robot o comunque qualcosa di artificiale). Questo primo episodio sarà quasi totalmente onirico, dove il confine tra realtà e sogno non è tangibile. Questa è la realtà di Lain, la vita che ogni giorno lei conduce, un’esistenza sconnessa dal mondo.
Siamo in Giappone, quando non c’era spazio per la propria identità e bisognava omologarsi per andare avanti, sperando di trovare un via d’uscita nella vita notturna o tramite il web. Ma qui questa pesante atmosfera è resa ancora peggiore di quanto fosse in realtà in quel periodo. Lain vive sottovuoto e questo ci viene trasmesso anche dai paesaggi e sfondi, volutamente delineati da colori con forti contrasti tra chiaro e scuro, come se l’intera vicenda fosse vissuta in una realtà virtuale, un’ologramma di qualcosa che a nessuno è permesso sperimentare.

E finora ho parlato solo del primo episodio.
Se sopravviverete a questo allora correte fino alla fine dell’intera serie.
Se invece avete faticato a finirlo oppure avete interrotto ancora prima di arrivare ai titoli di coda avete due strade: lasciate perdere, non fa per voi e non lo dico con cattiveria, davvero questo anime non è per tutti, da una parte fatico anche a definirlo un anime; oppure aspettate un po’ di tempo e riprovate daccapo.

serial experiments lain è un’opera pessimista dove la protagonista è un’antieroina che agisce solo per il proprio interesse. Attraverso la storia dell’informatica, le teorie del complotto, uno strano concetto di religione, la psicologia e la filosofia, seguiremo le impronte lasciate dai romanzi di Philip K. Dick, specialmente “Ubik” e “Le tre stimmate di Palmer Eldritch”, dove il distacco dalla realtà, i problemi d’identità e l’Iperrealtà la fanno da padroni.
La colonna sonora particolare, a tratti ipnotica, completeranno l’immersione in questo abisso pregno di umanità.
E noi, che siamo qui a vent’anni di distanza, possiamo vedere come tutto ciò, grazie ai social network, alla connessione totale e alle informazioni che corrono veloci nei nostri cervelli, sia divenuto realtà.
Come, anche molti anni prima, nei romanzi del grande Philip K. Dick, si era già palesato.

[Shiki Ryougi 両儀 式]

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commenti
  1. Liza ha detto:

    Dovro’ trovarlo…la tua analisi mi intriga 😊

  2. kasabake ha detto:

    E’ evidente che per te, carissima Shiki, Serial Experiment Lain sia diventato quasi un mantra o persino un cifra intellettiva ricorrente, forse un presagio o un simulacro di altre significanze esistenziali, qualcosa a cui tu dai un valore aggiunto che persino chi ti è vicino, che ti conosce o addirittura ti ama, può solo sfiorare, come l’impalpabile passaggio della luce notturna a qualla diurna eppure, con una perizia ed un’abilità che è solo dei veri artisti e professionisti, ti sei quasi estraniata da qualsiasi fantasma di psicosi che ti avrebbe impedito di toccare la tua creatura del desiderio e ti sei messa a schiena dritta sulla poltrona della tua stanza ed hai scritto quella che non ho alcun timore di definire la recensione definitiva di questo bellissimo e storico anime: conosco personalmente Claudio Cavazzoni della Dynit (per anni di frequentazioni in fumetteria e presso l’allora Dynamic Italia) e gli ho girato il tuo articolo perché voglio sentire da lui, senza alcun pudore o remora, se ha avrà le stesse sensazioni nel leggere quello che hai scritto e sto parlando dei peli sulle braccia, che mi si sono drizzati per aver riconosciuto la perfetta sintonia tra ciò che io stesso percepii nel vedere questa serie e la tua descrizione.

    Un lavoro encomiabile, davvero fantastico!

    • Il fatto che tu abbia girato il mio misero articolo a questo tuo amico mi ha riempito di orgoglio ma anche di ansia. Così come le tue parole. Grazie mille! Mi incoraggiano sempre a fare del mio meglio. ^-^

      • kasabake ha detto:

        Perdona la parentesi storica, ma per me è importante che tu possa inquadrare ciò di cui parliamo…

        L’animazione giapponese in Italia ha fondamentalmente due patrie e due famiglie: da un lato quella milanese della Yamato (con i robottoni classici e lo stile un po’ berlusconiano di vivere l’editoria, sempre in continuo compromesso tra fedeltà all’originale e voglia di risparmiare sulla qualità dei supporti e sull’economicità delle traduzioni, con una solidità finanziaria pari solo all’aggressività rampante che l’ha portata ad avere il più importante store di vendita in Italia assoluto ed un canale sulla piattaforma Sky) e dall’altro quella bolognese, molto più caotica e fragile, nata dalla prima esperienza un po’ naif e spartana della defunta Granata Press e poi reincarnatasi nella prestigiosa Dynamic Italia nel 1995, partorita dalla mente e dalla passione dei due maggiori cultori dell’animazione nipponica dell’epoca nel nostro paese ovvero Federico Colpi e Francesco Di Sanzo.

        Lo scarto qualitativo e di comprensione della modernità tra questi due contendenti fu da subito lampante e per quasi un decennio Bologna fu davvero la culla delle nuove direzioni del doppiaggio, che scavalcarono la cossidetta scuola romana (quella storica, che aveva dato le voci a tutti gli anime distribuiti e purtroppo anche storpiati da Mediaset) per portare maggiore fedeltà all’originale, finché i due soci della Dynamic Italia litigarono in modo sanguigno e brutale, fino a distruggere del tutto la loro creatura, con massima gioia del loro rivale Yamato. Ma non tutto era perso…

        Dalle ceneri della Dynamic Italia, stracolme di contratti firmati, licenze e doppiaggi in corso d’opera, nacquero tre diverse aziende, ognuna caratterizzata da una particolare tendenza artistica, ma anche da una sua precisa debolezza: la Dynit, con sede a Cadriano di Granorolo, a pochi passi da Bologna, amministrata dalla Prime Video e dalla Terminal Video Italia e curata artisticamente da Carlo Cavazzoni (quella con gli asset più potenti e storicamente saldi e la maggiore capacità di diffusione commerciale); la Shin Vision, con sede nel centro storico di Bologna in Via San Felice, laddove poi lavoreranno i Kappa Boys, diretta in modo assolutistico da Francesco di Sanzo e curata artisticamente da Gualtiero Cannarsi (quella più trasgressiva ed al passo con i tempi e che ebbe il merito di far conoscere tutti i prodotti dello studio Mad House); infine la d/visual, creata e condotta da Federico Colpi, con sede in Giappone (la più povera di diritti ma paradossalmente anche la più ben vista dai giapponesi, perchè Colpi aveva nel frattempo sposato una giapponese ed aveva assunto la cittadinanza nel paese del Sol Levante, cosa comunque ancora oggi di grande importanza nelle trattative commerciali per l’acquisiazione di nuovi contratti).

        Con il passare degli anni, la Shin Vision chiuse i battenti (i suoi prodotti erano nettamente i migliori, ma anche i più cari e praticamente solo per otaku all’ultimo stadio, con articoli da collezione che spesso contenevano gadget al limite del feticismo, meravigliosi e dannati), la Yamato consolidò il suo catalogo ed invase le edicole con il suo vecchiume evergreen ed infine la Dynit allargò il proprio orizzonte, portando al pubblico le nuove edizioni di Neon Genesis Evangelion e sdoganando al cinema i capolavori di Makoto Shinkai (autore inizialmente della d/visual ma poi passato in Dynit).

        Quando gestivo con gli altri soci la fumetteria, tra i miei più cari amici e frequentatori c’era proprio Carlo Cavazzoni, persona splendida, con cui condividevo l’amore per Hanno e con cui mi scambiavo gadget dal Giappone e che guardai ammirato scalare posizioni sempre più di prestigio nella sua casa editrice, collaborando con i vari Di Sanzo e Colpi ed infine andare da solo al timone artistico della Dynit: se c’è qualcuno in Italia che conosce bene Serial Experiment Lain è proprio Carlo, che è stato sin dall’inizio l’Executive director di ogni edizione, dalle VHS al DVD e non potevo non fargli conoscere il tuo pezzo! Carlo è una persona molto schiva, ma anche mite ed affatto presuntuosa, ma in genere evita la folla, perciò è praticamente impossibile che ti contatti in modo diretto, ma non appena mi dirà cosa pensa di ciò che hai scritto, io ti informerò e sono certo che troverà le tue parole molto belle.

        • Scusami se rispondo solo adesso, ma ho avuto da fare e poi mi è passato di mente ._.

          Comunque grazie per avermi chiarito bene le idee! E grazie ancora per aver girato a lui il mio articolo. Capisco bene il suo essere riservato, quindi non è un problema ^–^

          Spero di rileggerci presto con altri articoli che bollono in pentola ;) (esami universitari permettendo D:)

  3. gianni ha detto:

    E ben tornata! Con ritardo buon Natale\Anno

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