Archivio dell'autore

Certe volte credo che le persone critichino i film solo per avere più seguito. C’è un determinato gruppo di recensori che non criticano male una pellicola perché effettivamente non è stata fatta bene, ma perché sanno che così otterranno una maggiore quantità di pubblico (molte volte senza neanche spiegare a dovere perché secondo loro non funzionava). Questa cosa mi innervosisce parecchio in quanto il loro comportamento, la loro “critica” può allontanare gli spettatori da film validi, come ad esempio il nostro XX – Donne da morire (il sottotitolo italiano è orrendo).

MV5_BM2_U5_Nzlh_MGYt_ODUz_OS00_Nzk0_LWE1_YTYt_ZDE0_Yz_Mw_Mz_I0_ODJl_Xk_Ey_Xk_Fqc_Gde_QXVy_Nj_Y0_Mjcw_ODM_V1_UY1200_CR92_0_630_1200_AL

Questa pellicola è un’antologia horror composta da quattro episodi più delle scene in stop-motion che uniscono il tutto ed è stato realizzato interamente da donne. Le registe sono Jovanka Vuckovic, Annie Clark, Roxanne Benjamin e Karyn Kusama mentre i lavori in stop-motion sono stati realizzati da Sofia Carrillo.
Non è la prima antologia horror che vedo in questo periodo. Ho già visto lavori ottimi come Holidays e Tales of Halloween (li ho apprezzati parecchio), ma la differenza tra questi due film e XX è che i primi avevano una tematica su cui i registi dovevano lavorare (in Holidays le varie festività e in Tales of Halloween… Halloween), mentre qui invece è stata lasciata totale libertà alle registe sull’argomento da trattare. La cosa sorprendente però è che tre su quattro hanno parlato della maternità. Di certo è una cosa molto interessante visto che nessuna di loro sapeva che lavoro avrebbero portato in scena le altre.

Il primo corto che viene mostrato è The Box di Jovanka Vuckovic.

Trama:
Una famiglia si trova su un treno e il figlio nota che accanto a loro c’è uno strano uomo con un enorme pacco rosso. Il ragazzo vuole sapere cosa c’è dentro e l’uomo glielo mostra. Questo sarà l’inizio della tragedia perché da quel momento in poi il ragazzino non avrà più fame.

A mio avviso questo è l’episodio più originale dei quattro. Il fatto che sfamando la sua curisità il ragazzo smetta di mangiare è qualcosa di intrigante. Ovviamente questo evento si ripercuoterà sulla famiglia che inizierà a essere sempre più preoccupata per la sorte del figlio. Le figure dei genitori sono caratterizzate abbastanza bene; il padre è visibilmente in ansia e cerca di affrontare la cosa, ma lo fa nel modo sbagliato mentre la madre è sì preoccupata ma si comporta in maniera piuttosto passiva.
Adoro le scene che si svolgono durante i pasti dove si concentra maggiormente il dramma e dove l’ansia e la preoccupazione cresce. Anche la fotografia utilizzata mi piace, da l’impresione che intorno ai personaggi ci sia un’oscurità che si avvicina sempre di più.
Un corto che vuole anche fare una critica sociale sullo spreco del cibo e che riesce bene nel suo intento.
Ho apprezzato molto il finale aperto. Forse alcuni non saranno d’accordo con quella scelta, ma io l’ho trovata perfetta per questo corto dato che vuole lasciare allo spettatore un senso di “fame”.

hero_XX

Il secondo episodio è scirtto da Roxanne Benjamin e Annie Clark e diretto da quest’ultima; il suo titolo è The Bithday Party.

Trama:
Mary sta preparando la casa per il compleanno di sua figlia Lucy, ma quando trova il marito David morto nella sua stanza, lei farà di tutto per nascondere il cadavere e rendere perfetto questo compleanno.
Questo è il debutto alla regia per Annie Clark, meglio conosciuta con il soprannome di St. Vincent. Prima di prendere la macchina da presa infatti era una compositrice e cantautrice.
La prima volta che vidi questo episodio ne rimasi sopreso perché non mi aspettavo di ritrovarmi davanti a una commedia nera.
Una commedia nera fatta anche bene.
Ottima l’interpretazione di Melanie Lynskey nel ruolo di Mary, determinata a far funzionare la festa e donna tremendamente stressata.
Bella anche la fotografia che sembra quasi voler rendere l’ambientazione e i personaggi finti, come se fossero appunto cose false e meschine.
Essendo una commedia nera il suo compito sarà anche quello di farvi e ridere e posso dire che con me è riuscito. Sono stato quasi sempre con il sorriso stampato in faccia mentre osservavo la povera Mary che trascinava il cadavere del marito cercando di evitare la figlia e altre persone indesiderate. A complicarle il lavoro sarà anche la casa che sembra formata più da vetri che da mura.
Come esordio alla regia Annie Clark se l’è cavata bene e sono curioso di vedere i suoi prossimi lavori.

4_2

Il terzo episodio è quello che da molti è stato considerato “l’anello debole” di questa antologia (altri invece dicono che è quello della Clark il peggiore). Per me è un corto riuscito ma se ne parlerà a breve.
Ecco a voi Don’t fall, scritto e diretto da Roxanne Benjamin.

Trama:
Quattro amici stanno facendo un’escursione in un deserto e trovano per caso degli antichi dipinti su una roccia. Gretchen, che aveva toccato i dipinti e si era ferita a una mano, viene attaccata e posseduta da un mostro.
Come detto prima questo episodio viene aspramente attaccato perché non originale. Capisco che in quanto sceneggiatura questo corto (e The Bithday Party) non raggiungano i livelli di quelli della Vuckovic e della Kusama, ma non per questo è brutto, anzi è fatto molto bene.
Il corto della Benjamin è molto curato e diretto pure bene. Una cosa che ho spesso detto è che non sempre conta l’originalità della trama, ma il modo in cui viene messa in scena. Se ragionassimo tutti con il concetto che una storia per essere bella dev’essere originale allora anche film come The Conjuring o The VVitch dovrebbero essere considerati brutti.
Tornando all’episodio, la Benjamin rispetta bene i tempi della regia riuscendo a essere lenta nei momenti di tranquillità e molto dinamica nelle scene in cui la creatura attacca nella parte finale creando così la giusta tensione.
Ottimo anche l’utilizzo degli effetti speciali: la trasformazione della ragazza nel mostro è stata resa benissimo e c’è anche un buon utilizzo del sangue quando ce n’è bisogno. Sicuramente la Benjamin se l’è cavata, molto meglio di tanti altri registi. Del corto adoro soprattutto la scena finale dove la fotografia e la regia danno il meglio di sè. Non sarà un episodio originale, ma è diretto bene.

7

Infine eccoci al quarto episodio del film. Diretto e scritto da Karyn Kusama (che già ci aveva incantato con The Invitation) il corto si intitola Her only living son.

Trama:
Cora è una madre che vive da sola con suo figlio Andy. Tra qualche giorno sarà il compleanno del figlio che compirà 18 anni e lui sembra comportarsi in modo sempre più aggressivo nei confronti di sua madre e soprattutto degli altri. E’ arrivato perfino al punto di ferire una sua compagna di classe. Stranamente però le persone della cittadina sembrano perdonare questa violenza e anzi elogiano Andy come una persona straordinaria. Cora sa qualcosa e deve cercare di avvicinarsi a suo figlio.

Questo è l’episodio più lungo dell’antologia e anche quello più riuscito. Come ho già detto, tre degli episodi parlavano della maternità e il corto della Kusama è uno di questi (come potete immaginare gli altri due sono The Box e The Birthday Party) ma qui più che mai si sente la centralità dell’argomento. Nonostante il poco tempo a disposizione riesce a costruire bene il rapporto tra i due personaggi e, essendo tutto dal punto di vista di Cora, vedremo il dolore di lei nella lontananza e nella violenza del figlio e la paura di perderlo. La regia di Kusama è molto curata e riesce a riempire le ambientazioni di vari particolari come ad esempio alcuni oggetti di scena che descrivono la vita che hanno vissuto i due. Tutto sarà incentrato sull’amore della madre per il figlio e della sua lotta per non vederselo portare via.

xx_horror_anthology_700x373

Prima di concludere voglio scrivere il mio apprezzamento per le scene in stop-motion di Sofia Carrillo. Queste scene sono slegate dalla storie degli episodi e saranno messe alla fine di ogni corto. Adoro tantisimo la stop-motion e ho apprezzato la sua messa in scena. Era in tutto e per tutto una fiaba nera e aveva come protagonista questa casa per bambole vivente (design davvero bello).

Per il resto non posso fare a meno di complimentarmi con le registe per il lavoro svolto. Ovviamente non è un capolavoro ma quest’antologia vale molto e spero che la guardiate in tanti. Bisogna anche dire che, a parte la Kusama, tutte le altre stanno cercando di farsi largo nel mondo del cinema (Annie Clark è al suo debutto, mentre la Vuckovic e la Benjamin avevano diretto qualche altro corto). Spero vivamente che riescano a dirigere qualche film interessante e a farsi una carriera.

Grazie mille per l’attenzione

[The Butcher]

Annunci

Nell’ultimo periodo sto cercando di riguardare e scoprire alcune opere filmiche italiane che hanno reso famoso il nostro cinema e che hanno ispirato tanti grandi cineasti. Oltre ai già famosi Rossellini, Fellini, Visconti,  ecc… ho deciso di approfondire di più alcuni registi che ingiustamente non vengono quasi mai citati (o, peggio ancora, non sono conosciuti) e tra questi colui che mi ha preso e colpito di più è Mario Bava.
Di questo grandissimo regista avevo già visto alcune opere, soprattutto le sue più famose come I tre volti della Paura, Operazione Paura e il nostro La Maschera del Demonio. Ora sto recuperando anche gli altri film e lo sto amando ancor di più rispetto a prima. Chi è appassionato di cinema ovviamente conosce benissimo Bava e non credo abbia bisogno di presentazione, ma spero con questo articolo di far conoscere anche a persone che si stanno approcciando alla settima arte o che ancora non la conoscono bene, perché Bava è probabilmente (anzi, togliamo il probabilmente) uno dei migliori registi che il cinema italiano e mondiale abbia mai avuto.
E quale modo migliore di parlare di Mario se non attraverso uno dei suoi lavori più famosi e più belli?
Il film che vi sto per proporre è un horror/gotico del 1960 con Barbara Steele, Andrea Checchi e John Richardson ovvero La Maschera del Demonio, basato sul racconto Il Vij di Nikolaj Vasil’evič Gogol’.

la_maschera_del_demonio_mario_bava_1960_poster

Trama:
Nel 1600 Asa, una strega, viene condannata al rogo insieme al suo amante e, prima di bruciarli, gli vengono messi in faccia la maschera del demonio che indica la loro natura demoniaca. La strega scaglia una maledizione contro la sua stessa famiglia che l’ha portata alla morte, giurando di mettere fine alla loro dinastia. Purtroppo il rogo non va come previsto in quanto un’improvvisa tempesta scatenata dalle forze del male impedisce il rito di purificazione. La strega viene allora sepolta nella cripta della sua famiglia dove vi rimane per duecento anni. Duecento anni dopo infatti due viaggiatori liberano per sbaglio Asa che può finalmente mettere a compimento la propria vendetta.

Questo è stato il primo lungometraggio per Mario Bava ma il regista aveva già all’attivo una lunghissima esperienza cinematografica. Infatti all’inizio Bava era direttore della fotografia fin dagli anni’40 e fu anche aiuto regista in film come I Vampiri e Caltiki il mostro immortale, entrambi di Riccardo Freda, dove non solo girò delle ottime sequenze ma curò anche gli effetti speciali (la creatura di Caltiki venne realizzata da lui e non era altro che trippa per macelleria). Lo stesso Freda ammise l’enorme contributo che ebbe Bava per la realizzazione della pellicola.

Quindi Bava aveva dietro le spalle un bel po’ di cultura cinematografica quando realizzò questo capolavoro (e qui la parola capolavoro non può che essere azzeccata). Segnò un momento importante per il cinema italiano visto che questa pellicola fu il primo film gotico italiano (ma non il primo horror italiano. Quello fu I Vampiri di Freda).
Oltre questo La Maschera del Demonio lasciò una grande impronta anche a grandissimi registi quali Martin Scorsese (che ha sempre affermato di apprezzare i film di Bava), Joe Dante, John Landis (soprattutto nel film Un lupo mannaro americano a Londra), Quentin Tarantino e specialmente Tim Burton. Infatti nella filmografia di Burton si può notare parecchio l’influenza che ha avuto Mario Bava per il regista e in special modo la Maschera del Demonio. Se non fosse stato per quel film probabilmente non sarebbe mai esistita una perla come Il mistero di Sleepy Hollow (lì infatti si vede da ogni parte Bava). E sempre in Sleepy Hollow che Burton omaggia il regista nostrano e la sua prima pellicola inserendo un enorme tributo ovvero la scena in cui la madre del protagonista esce dalla vergine di ferro e sulla faccia ha le stesse identiche ferite di Asa quando ritorna in vita.

La_Maschera_Del_Demonio1

Un film che ha fatto la storia e che dimostra la bravura di Bava come regista. Cercherò di parlarne come meglio posso e spero che apprezziate lo sforzo di un principiante nel parlare di un’opera di questa risma.

Una particolarità che salta subito all’occhio è l’influenza dell’espressionismo tedesco. Qui Bava si dimostra un grande conoscitore di quella branchia del cinema e la usa al meglio creando contrasti e giochi tra luci e ombre straordinarie e, essendo stato un direttore della fotografia, sa bene come utilizzarle e quando. Ciò riesce a creare delle atmosfere incredibilmente suggestive e dei momenti angoscianti e pieni di suspense. In aiuto a ciò vengono anche le ambientazioni tipiche dei film gotici come chiese diroccate, fortezze enormi e vuote e le foreste. Tutto ciò dimostra un’enorme attenzione per i dettagli e nonostante il tutto sia stato ambientato in un piccolo set si rimane affascinati dal modo in cui sia stata creata la scenografia.
Bava riesce anche a realizzare degli effetti speciali che sono artigianali ma fanno il loro dovere. Un esempio è la scena in cui Asa si “rigenera” dopo che la sua tomba è stata aperta, scena che mi è rimasta particolarmente impressa e che considero molto suggestiva e inquietante.

Il nostro regista si dimostra anche molto capace con la macchina da presa scegliendo ottime inquadrature e utilizzando un montaggio e un ritmo perfetto.
A dimostrare quello che ho detto basti solo descrivere la scena in cui ad Asa viene messa sul volto la maschera. La lentezza di come gli viene appoggiata la maschera sul viso dove all’interno sono presenti dei grandi spuntoni, l’inquadratura del boia che carica il martello e l’inquadratura successiva dove il martello colpisce la maschera e gli spuntoni vanno in profondità nel viso di Asa ed esce quello spruzzo di sangue (oltre al grido disumano che lancia la Steele). Questa sequenza è resa perfettamente da tutto quello che ho citato prima e immagino le facce che fecero gli spettatori nelle sale cinematografiche quando si ritrovarono davanti a una scena così violenta per i tempi. Nonostante sia passato tantissimo tempo questa scena riesce ad impressionare anche oggi per il ritmo che le è stato dato, per le sue inquadrature e soprattutto per l’utilizzo magistrale delle luci. In quest’ultimo caso è un fattore vincente l’utilizzo del bianco e del nero che Bava riesce a piegare come vuole lui e, come detto in precedenza, a suggestionare ancor di più con giochi di luce e ombre. Riesce ad impressionare tantissimo anche il sangue che esce dalla maschera, scurissimo quasi a indicare la natura malvagia della strega. Se una scena del genere fosse stata realizzata a colori, avrebbe sì fatto impressione (perché Bava è Bava), ma mai come col bianco e nero.

la_maschera_del_demonio_recensione_23945_1280x16

Bisogna anche ringraziare il regista per averci fatto scoprire Barbara Steele che in seguito lavorerà insieme a Fellini in e poi sarà protagonista di tanti film horror (soprattutto italiani) diventando un’icona di quel periodo. Nel film la Steele interpreta due ruoli: la strega Asa e la principessa Katia, una discendente della strega. Personalmente l’ho adorata più nel ruolo di Asa che in quello di Katia. Con Asa riusciva ad essere seducente e inquietante allo stesso tempo, caratteristica fondamentale per il suo personaggio (la scena in cui è appena tornata in vita e ha le cicatrici sul viso è un esempio perfetto di quello che intendo).

Rileggendo adesso quel che ho scritto ho notato che ho parlato molto più di Bava e di ciò che ha lasciato con questo film, più che del film stesso.
La Maschera del Demonio è una delle pellicole più importanti del cinema italiano e se siete fan del gotico e dell’horror non potete non recuperare questa opera d’arte.

Parlerò di altri film di Bava, anche di quelli “minori”, quindi, non so quando ci metterò, aspettatevi di tanto in tanto qualche mio articolo a riguardo.

[The Butcher]

Ultimamente sto vedendo alcune produzioni italiane interessanti. Certo non sono tante, ma almeno ci sono e ciò significa che qualche produttore ha deciso finalmente di fare il proprio lavoro e di rischiare un pochino.
Monolith di Ivan Silvestrini è un film che aspettavo da molto tempo in quanto, nonostante gli attori e le ambientazioni siano americane, la pellicola è un prodotto italiano.
Oltre a Sky Cinema e a Lock & Valentine il film è anche prodotto dalla Sergio Bonelli Editore (la casa di Dylan Dog, per intenderci), mentre la distribuzione è stata affidata a Vision Distribution.

Una cosa interessante è che Monolith è tratto dall’omonima graphic novel di Roberto Recchioni (famoso fumettista e colui che adesso cura Dylan Dog). Non l’ho ancora letta, ma dopo aver visto questo film penso che lo farò con piacere.

locandina

Trama:
Resistente e ipertecnologica, Monolith è l’auto più sicura che esista al mondo. E’ su quest’auto che troviamo Sandra, insieme al figlioletto David, mentre si dirige dai genitori del marito. La donna però, dopo qualche videochiamata, sospetta del tradimento da parte dell’uomo e decide così di cambiare direzione e di controllare cosa stia facendo veramente. Mentre si trovano su una strada nel deserto, Sandra investe un cervo e quando scende dall’auto David la chiude fuori per sbaglio. In mezzo al deserto, senza alcun aiuto (il cellulare è rimasto nell’auto), Sandra dovrà trovare un modo per aprire l’auto e salvare suo figlio.

Di certo molti di voi avranno notato qualche somiglianza con alcuni fatti d’attualità in cui dei bambini vengono chiusi in macchina sotto il sole. Questi tragici eventi sono stati una fonte di ispirazione per Monolith anche se in questo caso la situazione è un po’ diversa.

Un’altra tematica molto interessante e che è sottintesa (anche se non troppo) è la sicurezza.
In questi tempi ci sono molte persone che cercano sicurezza e per questo motivo chiedono un maggior controllo. Monolith è la rappresentazione perfetta della sicurezza in tutte le sue sfumature; resistentissima, comoda, quasi totalmente automatica e con un’intelligenza artificiale molto avanzata. Ma con una tale sicurezza, dove si necessita per forza di una tecnologica di cui non possiamo fare a meno, alla fine succede che perdiamo il controllo della situazione e di noi stessi, limitandoci nella libertà delle nostre azioni.
Ed è quello che succede a Sandra quando la macchina non le da più retta.

monolith_banner

Il film comunque si concentra molto sulla protagonista e sul rapporto che ha con il figlio e delle difficoltà che sta affrontando nella sua vita. E questa è una cosa che ho davvero gradito di Monolith. La pellicola non si concentra sulla macchina, non parla della macchina, ma di una donna che non è ancora pronta per essere madre.

Nella prima mezz’ora avremo un’ottima presentazione di Sandra. Ci verrà mostrata come una persona che tiene molto a suo figlio ma è molto goffa e insicura nei suoi confronti. Una scena che dimostra gli sbagli che fa con David è quando gli compra delle biglie. Lui ha più o meno due anni e a quell’età i bambini tendono a mettersi le cose in bocca e infatti stava per farlo con una biglia. Questo è un piccolo esempio. Lei non riesce ancora ad accudirlo e a essere una madre per lui e questa cosa viene anche sottolineata da David che non la chiama “Mamma” ma solo “Sandra”. E questa cosa la fa soffrire parecchio.

Oltre ciò neanche la sua vita va nel verso giusto. Ha dovuto lasciare la carriera per la famiglia e suo marito la tradisce con un’altra donna. Dire che è stressata è dir poco.
Il quadro che otteniamo alla fine è quello di una donna normale (ci tengo a sottolineare la parola normale) che, in una giornata nera, si ritrova a dover affrontare una situazione terribile.

1459242436024

La regia di Ivan Silvestrini non è per niente male e ho apprezzato molto delle inquadrature fatte nel deserto. Infatti ci da una bellissima panoramica di queste zone desertiche americane che sono davvero immense e sembrano sottolineare la solitudine della protagonista.
Una cosa che non ho tanto apprezzato è la scelta di far parlare Sandra quando è da sola. Solo in certi punti però, perché in altri casi faceva discorsi per incoraggiarsi. Però ci sono stati dei momenti, soprattutto quando si incammina nel deserto a piedi, in cui il silenzio avrebbe avuto un effetto migliore. A volte bisogna far parlare solo le immagini per descrivere uno stato d’animo o una situazione.

Per il resto Monolith mi è piaciuto. Non è un capolavoro, ha i suoi difetti, ma come thriller funziona davvero bene e riesce a intrattenere.
Vi consiglio di guardarlo e di supportarlo. Almeno così potremmo avere più film italiani interessanti.

[The Butcher]