Archivio dell'autore

Quante volte ci è capitato di ascoltare una canzone alla radio che non sentivamo da tempo immemore, senza però ricordarne l’autore? Probabilmente moltissime volte. Anche a me è capitata una situazione del genere molto tempo fa: mi trovavo dentro un supermercato in balia dei classici tormentoni radiofonici, quando ad un tratto le mie orecchie furono conquistate da una canzone che niente aveva a che fare con tutto il resto. Un pezzo di una bellezza unica, dal sapore nostalgico con un tipo che cantava accompagnato solo dal pianoforte. Riconobbi il brano, lo sentivo dentro di me e aveva quel sapore del “già sentito” solo che in quel momento non ricordavo chi fosse a cantarla. Mi informai e ben presto risalì all’autore della composizione: tale Al Stewart. Ovviamente non mi fermai solamente a questo: volevo saperne di più su questo cantautore e decisi di rispolverare il suo disco più celebre. L’album del gatto.

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Scozzese di nascita, classe 1945, Al Stewart comincia a comporre le sue prime canzoni folk presso i club e i college della Gran Bretagna, ispirandosi a modelli del calibro di Bob Dylan. Le sue sono canzoni intimiste e dalla natura romantica che tuttavia non vengono molto apprezzate in patria. I suoi primi lavori discografici infatti rimangono piuttosto anonimi sebbene contengano al loro interno molti spunti di scrittura interessanti. Il suo stile tuttavia è ancora molto acerbo e poco identificabile. Tuttavia nel 1974 Stewart comincia a diventare molto popolare in America tanto da spingerlo ad affrontare un tour negli Stati Uniti, riscuotendo un discreto successo. Questi avvenimenti gettano le basi per quella che sarà la sua fase più matura. Comincia ad incidere dischi più riflessivi e impegnati come il famoso Past, Present and Future, concept album dove traspare tutto il suo amore per la storia e la letteratura. I testi subiscono un’evoluzione e Stewart comincia ad assumere una sua identità come musicista e songwriter, anche se la vera e propria consacrazione avverrà solamente nel 1976, anno della sua svolta a livello internazionale con il celeberrimo  Year of the Cat. Mai prima di allora Al Stewart aveva goduto di tanta popolarità e successo: è un momento d’oro per lui grazie anche a quella sua hit per eccellenza che lo lancerà in vetta alle classifiche di tutto il mondo, a cominciare dalla sua stessa terra d’origine. Ma veniamo al disco.

Registrato in Inghilterra, grazie anche al supporto del produttore Alan Parsons (una maestranza nel campo dei suoni), l’album viene immesso nel mercato dalla casa discografica RCA, con la quale l’artista aveva da poco firmato un contratto. Nel giro di poco più di un mese l’album diventa disco di platino grazie anche all’enorme successo riscosso dal singolo omonimo. Tuttavia quando all’epoca Stewart scrisse la sua hit di maggior successo non poteva certo immaginare che in futuro sarebbe rimasto legato a quella canzone per sempre. Le altre tracce dell’album non hanno avuto la stessa attenzione eppure non sono da meno a livello strumentale. Questo è uno di quei dischi che io definisco perfetti, dalla prima all’ultima traccia: ogni canzone è ricca di pathos emotivo (prendiamo per esempio l’assolo di violino di “Broadway Hotel” che è veramente da pelle d’oca o la incalzante “On the Border” con quella sua chitarra flamenca irresistibile). Tante le ballate folk come l’iniziale “Lord Greenvile” che con i suoi maestosi archi conquista al primo ascolto, passando per la orecchiabile “Sand in your Shoes”, impreziosita da echi di dylaniana memoria. I testi sono ricchi di numerosi riferimenti storiografici e giocano sulla metafora dello scorrere del tempo. Vengono abbozzate delle ambientazioni e delle situazioni non sempre chiare, anzi il più delle volte confuse. Come a sottolineare che non esiste un vero e proprio ordine cronologico. Oltre alle ballate in questo disco c’è spazio anche per alcuni episodi più rock come la brillante “If it Doesn’t Come Naturally Leave It”, dove viene trattato il tema del “blocco dello scrittore”, e la ritmata “Midas Shadow”, ritratto perfetto di  un uomo abbandonato dal successo e per questo motivo entrato in profonda crisi con se stesso. Da evidenziare inoltre la cura maniacale che Stewart pone nella metrica e nel linguaggio, facendo bene attenzione a non usare parole o temi già utilizzati da altri suoi colleghi. Da lodare inoltre l’apporto di Alan Parsons nella scelta dei suoni: la sua esperienza come ingegnere del suono da anche qui i suoi frutti riconfermando ancora una volta il suo enorme talento di produttore (delle sue doti aveva già dato assaggio con “The Dark Side of the Moon” e nel 1977 si ripeterà con l’ambizioso “I Robot”, secondo album del suo famoso progetto musicale).

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Di perle questo album è stracolmo e non poteva non chiudersi con l’evergreen che ha fatto la fortuna del suo autore: “Year of the Cat”. E’ la traccia più bella di tutte per il suo forte impatto emotivo. Una ballata folk- jazz aperta da uno dei riff al pianoforte più belli di sempre e che racconta il viaggio di un uomo in Nordafrica e del suo incontro con una donna appassionata di astrologia, della quale non sa nulla ma di cui si invaghisce fortemente. La traccia dura sui circa sei minuti e al solo ascoltarla vorresti non finisse mai. La canzone prima di terminare con un piacevole effetto di dissolvenza ci regala uno struggente assolo di sax, ultimo grande momento di pathos del disco.

Come già detto prima Al Stewart ancora oggi viene ricordato principalmente per questa sua hit. I suoi dischi successivi, seppur abbiano avuto un discreto successo in patria, non hanno ripetuto il miracolo di Year of the Cat. Stupisce che il suo nome non sia finito nell’olimpo dei grandi così come stupisce il fatto che questo gioiello di disco non sia stato incluso in nessuna classifica dei migliori dischi di quell’anno. Ciò nonostante Al Stewart è ancora vivo e vegeto e continua ancora a fare concerti e ad avere un vasto seguito di fan. Un titolo questo che non può mancare nella vostra collezione insieme ad altri tre o quattro della sua produzione che meritano nonostante la loro poca fama. Alla prossima!

 

[Mike]

 

Ps : molto originale l’artwork che rimanda in tutto e per tutto al nostro amico felino!

Perdonatemi se questo articolo arriva con un po’ di ritardo ma in queste ultime settimane sono stato molto impegnato e non sono riuscito a ritagliarmi il tempo necessario per terminarlo.
Prima di cominciare però voglio fare un’opera di bene e pubblicizzare il canale Youtube di un ragazzo che ho conosciuto e che seguo ormai da qualche anno. Si chiama Manfredi Botta e nei suoi video si diverte a parlare di musica alternando riflessioni molto interessanti a delle esibizioni di pezzi storici con la chitarra. Come dico sempre, trovare uno youtuber che parla di musica oggi come oggi è cosa assai rara e quando ho il piacere di scoprirne qualcuno non posso che consigliarlo. Quindi, se volete, fate un salto sul suo canale. Non ve ne pentirete!

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Un altro Record Store Day è da poco passato e ancora tante persone non hanno ben chiaro il significato di questa iniziativa. Se escludiamo gli appassionati e gli addetti ai lavori, la maggior parte della gente ignora completamente l’esistenza di questa ricorrenza. Ogni anno c’è sempre qualcuno che mi chiede “Mike ma che cos’è questo Record Store Day di cui sento tanto parlare?”. Ebbene signori, credo sia giunto il momento di fare un po’ di chiarezza e spiegare meglio di che cosa si tratta. Il Record Store Day è una giornata nella quale vengono celebrati i tanti negozi di dischi indipendenti sparsi per il globo. Si festeggia ogni terzo sabato del mese di Aprile (di ogni anno naturalmente) ed è nata ufficialmente nel 2007 negli Stati Uniti d’America. E’ statunitense infatti il creatore di questa celebrazione. Costui si chiama Chris Brown e lavora come impiegato in un negozio di musica indipendente. La sua idea ha riscosso così tanto successo da essere poi allargata a tutto il mondo. I negozi che partecipano all’iniziativa organizzano degli eventi molto speciali per l’occasione: solo per quel giorno è possibile trovare tra gli scaffali delle vere e proprie chicche (dischi di una certa rarità, bootleg o live che normalmente  sono difficile da reperire).  Per esempio quest’anno tra le uscite più interessanti ci sono state il 45 giri di “Ragazzo solo, ragazza sola” (la Space Oddity in versione italiana) con Bowie che canta in italiano su testo di Mogol. Ma non solo. Per gli amanti dei Pink Floyd è stato possibile accaparrarsi una nuova versione di “Interstellar Overdrive”, tratta dalle storiche session dell’album di debutto. Accontentati anche i fan di Prince e di Bruce Springsteen con riedizioni di loro album storici ristampati in vinile. Anche sul fronte italiano non sono mancate le novità ( da segnalare la ristampa in vinile di “17 Re” dei Litfiba, disco non proprio facile da trovare). Tuttavia il Record Store Day non si ferma soltanto a questo. Sono tantissimi gli eventi che vengono organizzati nei negozi più importanti: dalle apparizioni degli artisti noti che si esibiscono dal vivo per la gioia dei loro fan alle tante mostre dove è possibile ammirare veri e propri cimeli d’autore. Inoltre ogni anno viene nominato un ambasciatore il cui ruolo è quello di sponsorizzare questo grande evento: negli anni passati per esempio sono intervenuti nomi di punta come i Metallica, Iggy Pop, Ozzy Osbourne, Jack White, Dave Grohl e Josh Homme. Quest’anno per la decima edizione mi ha fatto molto piacere il fatto che sia stata scelta un’ambasciatrice donna non da poco: St. Vincent. Musicista di grande talento che ha avuto modo nel suo percorso musicale di cimentarsi in collaborazioni di prestigio (prima fra tutte quella con David Byrne). Autrice di dischi molto raffinati ed eleganti come “Actor” e “Marry Me”, quest’ultima recentemente si è dedicata anche al cinema scrivendo e dirigendo il suo primo cortometraggio horror dal titolo “XX”.

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Tuttavia negli anni si è andato un po’ perdendo lo scopo per il quale questa festa è nata ossia quello di riportare la gente nei negozi. Oggi in un’era dominata dalla concorrenza di Amazon per i negozi indipendenti è sempre più difficile riuscire a restare a galla. Il Record Store Day doveva in qualche modo puntare alla loro salvaguardia . Il problema è che è inutile festeggiare i negozi di dischi solo in questa specifica ricorrenza per poi abbandonarli per tutto il resto dell’anno. Secondo la mia opinione il Record Store Day ha un po’ fallito in questo senso perché ogni anno sono diversi i negozi di musica che continuano a chiudere. Pezzi di storia che stanno pian piano scomparendo. Mi auguro che prima o poi ci sia una ripresa in questo senso ma sarà molto difficile.

Con questo chiudo questo mio breve articolo, augurandomi che sia stato di vostro gradimento . Sul sito ufficiale trovate la lista di tutte le uscite discografiche di quest’anno. Detto questo vi saluto e vi do appuntamento al prossimo articolo!

 

[Mike]

Uno dei ritorni tanto graditi e attesi di questo 2017 è stato sicuramente quello di Paolo Benvegnù, cantautore di spicco della scena indie rock italiana attuale.
A distanza di tre anni dalla sua ultima pubblicazione discografica, egli torna sulle scene con una nuova, ennesima, fatica discografica che non delude le aspettative ma riconferma ancora una volta il suo prezioso talento come musicista e autore di testi colti e raffinati. H3+ è il titolo del suo nuovo progetto musicale, uscito il 3 marzo per l’etichetta Woodworm label, e rappresenta a tutti gli effetti un’evoluzione nel suo percorso artistico, distaccandosi in parte dalle opere precedenti per l’inserimento di sonorità più elettroniche pur mantenendo quella poeticità di fondo, da sempre tanto cara al cantautore milanese.
Chi come me si è lasciato conquistare dalla bellezza e dalla profondità di opere come Hermann (2011) e Eart Hotel (2015), non potrà rimanere indifferente ascoltando le dieci splendide canzoni di questa nuova opera, che va a completare quello che possiamo definire un trittico magistrale. L’ex leader degli Scisma torna quindi a dire la sua con un disco che, almeno per me, si è già guadagnato un posto di tutto rispetto nella classifica delle migliori uscite di quest’anno.
Mettetevi comodi perché le cose da dire a riguardo sono molte. Quello che ci troviamo davanti è un disco di grande spessore.

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Alla base di questo nuovo progetto discografico che porta la firma del nostro caro Benvegnù troviamo la molecola più importante dell’universo: lo ione triatomico di idrogeno (H3+). Un elemento chimico fondamentale, presente in grande quantità nel cosmo e capace di separare una stella dall’altra. In poche parole è la molecola che sta all’origine dell’universo.
Il cantautore utilizza questo elemento chimico come perfetta metafora per le sue nuove canzoni, attraverso le quali l’uomo compie un viaggio alla ricerca di se stesso: abbandona il suo pianeta e comincia a navigare fra gli angoli più remoti dello spazio, incontrando diverse stelle (ovvero diverse parti del suo essere), per poi infine far ritorno sulla Terra, non più consapevole di ciò che era stato fino ad allora ma totalmente cambiato.
Durante il suo viaggio nel cosmo più buio e profondo, le scintille delle stelle hanno illuminato qualcosa dentro di lui, mostrandogli la sua vera essenza: il suo vero io. Quella che può sembrare la trama fantascientifica di un film è in realtà il pensiero filosofico che sta alla base di questa quinta opera solista del cantautore milanese. Queste dieci canzoni non sono altro che un viaggio esistenziale dove l’essere umano ha l’occasione di comprendere più a fondo la sua natura. E’ un lavoro meno immediato dei precedenti e meno prolisso. Ricordo che la prima volta che l’ho ascoltato non mi ha colpito subito particolarmente (cosa che invece accadde con Earth Hotel). Prendiamo per esempio la prima canzone, “Victor Neuer”, con una partitura dove sono gli archi a farla da padrone. Non c’è batteria ma solo una chitarra acustica e i violini a disegnare un universo astrale. L’infinito. Non l’apprezzi subito ma solo riascoltandola diverse volte comincerà ad entrarti pian piano nelle viscere. Una melodia struggente, quasi atipica nel suo modo di essere.  Non è ritmata come la traccia seguente, “Macchine”, molto elettronica e futuristica in certi versi. L’essere umano fa partire la sua navicella, pronto a cominciare il suo viaggio alla ricerca della sua interiorità, conscio del fatto che dovrà attraversare vortici e tempeste prima di raggiungere un po’ di serenità e chiarezza. A metà brano la batteria entra in scena, a infondere quel ritmo del quale le nostre orecchie avevano bisogno. Le parole di Benvegnù si accompagnano fedelmente ai suoni, e in questo si sa, lui è sempre stato un maestro.
Perché, ancor prima di essere un validissimo musicista, Benvegnù è anche un grande artigiano delle parole. Segue l’irresistibile “Goodbye Planeth Earth”, molto accattivante con quelle sue sonorità che rimandano, forse involontariamente, alla “Ashes to Ashes” di Bowie ma anche a certe cose dei Japan. Per lo meno questa è l’impressione che ne ho ricavato ascoltandola ma potrei anche sbagliarmi. Poco importa. E’ un altro gioiello del disco così come quello successivo, “Olovisione in parte terza”: qui è il pianoforte a farci scuotere le corde della nostra anima con la sua dolcezza, mentre la navicella prosegue il suo viaggio.

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Con lo scorrere delle canzoni si arriva alla seconda parte dell’album, anche questa ricca di momenti di grandissimo pathos. Il primo di questi è “Boxes”, che nei primi secondi sembra caratterizzata da un tocco molto orientale. E’ una canzone cupa e piena di tensione. L’astronave è immersa nell’oscurità più profonda, in procinto di essere divorata dall’ignoto. La musica rende a pieno questo clima di tensione e paura e quando tutto sembra andare perduto per sempre, eccola arrivare. La luce delle stelle a illuminare tutto. In “Slow Parsec Slow” è la luce a infondere vita e speranza: l’uomo può finalmente tornare sulla Terra, immerso da questo forte senso di bellezza. Il brano si chiude con un finale jazz molto toccante, con il sax suonato da Steven Brown (si, quello dei Tuxedomoon). A chiudere il tutto troviamo ad accoglierci “Astrobar Sinatra” e “No drinks no foods”, due canzoni ricche di calore, con gli archi che ritornano a chiudere il viaggio così come lo hanno aperto all’inizio.

Tirando le somme, questo album ci conferma ancora una volta il grande talento di Benvegnù nel creare opere di grande spessore, non solo sul piano musicale ma anche a livello poetico/filosofico. Ho avuto modo di assistere ad un suo concerto dal vivo qualche anno fa in occasione del tour per la promozione di “Earth Hotel” e posso dire che quest’uomo ha tutta la mia ammirazione: è dotato di una classe ed eleganza ma sopratutto di un’umiltà assai rare oggi come oggi. E’ stato un concerto intimo e bellissimo, di quelli che ti rimangono in testa anche dopo diversi anni. Sicuramente la tipologia di concerti che preferisco di più: non saremo stati in tantissimi ma poco importa. La visuale era perfetta e l’atmosfera molto tranquilla e suggestiva, con un’acustica veramente ottima. Tutto quello che dovevo dire sul disco l’ho detto. E’ sicuramente tra le migliori uscite italiane di questo 2017 e la dimostrazione che nel nostro paese c’è ancora gente in grado di fare ottima musica. Benvegnù ha cominciato negli anni novanta con gli Scisma proponendo un rock molto raffinato per poi avviare una carriera solista decisamente non inferiore. Anzi, tutt’altro. Il mio consiglio spassionato quindi è questo: ascoltatevi l’ultimo di Benvegnù se non lo avete ancora fatto e recuperate anche i lavori precedenti perché meritano moltissimo. Avercene oggi di cantautori come lui!

 

[Mike]