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Bentornati amici musicomani.
Prima di procedere con la recensione di oggi volevo spendere alcune parole su un interessante progetto musicale, che mi è stato gentilmente segnalato da Frank Lavorino della Blob Agency, che ringrazio per il materiale inviatomi.
Ho intenzione di riservare uno spazio iniziale, anche per i prossimi articoli, dedicati ai gruppi italiani emergenti o underground degni di particolare interesse.
Oggi tocca ai Twenty Four Hours, gruppo italiano di rock progressivo, contaminato dalla psichedelia. La band ha da poco rilasciato un videoclip promozionale come anticipazione di “Close-Lamb-White-Walls”, prossimo doppio album di inediti la cui uscita è prevista per il mese di Ottobre 2018. Si tratta di un brano molto suggestivo incentrato sulla figura del compianto “Adrian Borland”, leader dei Sound, band pilastro del movimento post-punk britannico degli anni Ottanta. La canzone presenta un testo criptico, ricco di citazioni di brani che hanno fatto la storia del rock (da Kill ‘Em All dei Metallica passando per Learning To Fly dei Pink Floyd post-Roger Waters). Il brano si apre sul tappeto sonoro del Mellotron (strumento cardine del progressive), alternando momenti di pura dolcezza ad altri più dinamici. Il culmine del pezzo lo si trova nella parte centrale dove il richiamo alle atmosfere dei Cure è molto forte. Il brano è stato mixato e masterizzato attraverso l’uso di apparecchiature completamente analogiche, sotto la guida degli ingegneri del suono Andrea Valfrè e Marco Lincetto, cercando di creare un suono più fedele e naturale possibile. Come ha affermato il cantante e tastierista Paolo Lippe, “Adrian” rappresenta la forma più moderna di progressive, che non può prescindere dal punk e dalla new wave. Un pezzo che scava nelle sofferenze interiori provate dalla figura di Borland, anima tormentata che ha deciso di porre fine alla sua esistenza nella maniera più atroce possibile. In conclusione se siete amanti del progressive e della psichedelia, i Twenty Four Hours fanno sicuramente per voi. Approfittate di questo loro nuovo singolo per andarvi a spulciare la loro discografia a dovere (tra l’altro alcuni dei loro lavori sono stati ristampati anche in vinile). In attesa naturalmente di acquistare il nuovo album.

Detto questo passiamo alla recensione di oggi.

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Da una parte abbiamo lui, David Byrne, maestro dell’avanguardia musicale. Protagonista di una delle parentesi più belle della new wave insieme alla sua creatura più nota, i mitici Talking Heads. Artista poliedrico e geniale, dal carattere non facile, che non si concede a tutti. Se guardiamo alla sua carriera post- Talking Heads, possiamo notare come sia caratterizzata da collaborazioni di un certo peso: Brian Eno, Fatboy Slim, Ryuichi Sakamoto tanto per citarne alcuni. Persino il regista italiano Paolo Sorrentino l’ha più volte ringraziato e  citato come fonte d’ispirazione per i suoi film, tanto da volerlo per il suo “This Must Be The Place” (vero e proprio omaggio alla band statunitense), nel quale appare in un breve cameo interpretando il suo cavallo di battaglia che da il titolo al film, in una versione completamente inedita. Sempre del film curerà anche la colonna sonora. Sorrentino tornerà a ringraziare l’operato di Byrne e dei Talking Heads durante la consegna del Premio Oscar per il film “La Grande Bellezza”.

Dall’altra parte invece abbiamo St. Vincent, all’anagrafe Annie Clark, giovane musicista dal grande talento ed altrettanto poliedrica (chitarra, basso, pianoforte e organo). Il suo stile è stato definito in bilico tra pop e cabaret jazz, con arrangiamenti molto particolari che vedono l’impiego di diversi strumenti (flauti, violini, ottoni e clarinetti). La consacrazione vera e propria per lei arriverà con gli album “Actors” (2009) e “St. Vincent” (2014). Per questo suo variegato stile è stata molto spesso accostata ad altre artiste donne come Bjork e Kate Bush. Il 2017 è stato un anno particolarmente intenso per lei, che l’ha vista dividersi tra diversi impegni: dalla nomina di ambasciatrice ufficiale per il Record Store Day, passando dietro la macchina da presa per girare il suo primo cortometraggio horror, fino a far uscire il suo ultimo album di inediti, “Masseduction”. Album più elettronico rispetto ai precedenti, pur mantenendo lo stesso stile a cui ci ha sempre abituati. Proprio in questi giorni è stato rilasciato il suo ultimo singolo dal titolo “Slow disco”, con annesso videoclip.

Ora immaginate per un momento che questi due artisti si unissero insieme per una collaborazione. Cosa potrebbe uscirne fuori? Ve lo dico io: Love This Giant.

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David Byrne non è uno di quei giganti che una volta invecchiati continuano a riciclare i loro fasti passati in memoria di ciò che è stato. Al contrario è sempre in cerca di nuove strade, di nuovi stimoli. Nuovi obiettivi da perseguire. E per fare ciò ha bisogno di qualcuno che gli regga bene il gioco. E’ il lontano 2012 (davvero suona cosi lontano?)  e dopo la collaborazione con Fatboy Slim, ora Byrne ha una nuovo pupilla. Si tratta di Annie Clark, in arte St Vincent, nuova stella nascente del pop. I due si conoscono durante un concerto di beneficenza e proprio in quella occasione decidono di collaborare per un futuro progetto. In realtà David ha avuto modo di studiare bene le doti della ragazza ancora prima di conoscerla di persona. Aveva assistito a qualche sua performance e ne era rimasto conquistato subito. Cosi i due cominciano a lavorare separatamente alle canzoni, pur mantenendosi in contatto tramite e-mail. Il primo risultato che esce fuori è il singolo “Who”, nel quale viene sdoganata la natura del nuovo album: un’impronta decisamente funk con una sezione fiati molto energica e dinamica. Si parla degli incontri fortuiti che si possono fare percorrendo la metropolitana di New York e il videoclip realizzato mostra in maniera divertente la realtà caotica di queste strade  con tanto di danze e coreografie in pieno stile “Byrne”. In questo lavoro naturalmente le doti della Vincent sono valorizzate in tutto e per tutto: basti ascoltare “Weekend in the dust”, pezzo che rimanda alla Bjork del primo periodo (quella di “Debut” e “Post” per intenderci) o all’uso straniante che fa della voce nei primi secondi di “Ice Age”. Pur affiancando un maestro con anni di esperienza alle spalle, il suo contributo alla stesura dei pezzi  è tutt’altro che marginale: firma come co-autrice tutti i testi e a lei si deve la geniale idea di inserire un ensemble di ottoni (tromboni, corni e flicorni). L’idea è talmente intrigante e curiosa che viene subito appoggiata dallo stesso David. Ed è cosi che nascono pezzi come “Dinner for Two” per sassofono, trombone e corno francese; il coinvolgente gospel di “I’m An Ape”, fino ad arrivare al pop sincopato di “Lazarus” altro episodio a due voci dei più riusciti. Per il resto delle canzoni i due giocano a passarsi il pallone, alternandosi tra scenari funky e altri gustosamente pop. David Byrne si concede come al suo solito momenti di pura sperimentazione, arricchendo questa curiosa esperienza con un po’ di world music (The One Who Broke Your Heart), per poi chiudere in bellezza con la ballata romantico- futurista “Outside of Space and Time”.

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Love This Giant è la conferma di un duo vincente: sebbene entrambi provengano da esperienze musicali completamente diverse, sono accomunati dal gusto per la ricerca e la sperimentazione più totale. Questo è un disco nel quale è praticamente impossibile stare fermi, dove balli dall’inizio alla fine. Alla sua uscito il disco ha riscontrato il favore della critica e del pubblico, tanto da spingere i due ad intraprendere un tour nel 2013 che ha toccato l’Australia, gli Stati Uniti e diversi paesi d’Europa, tra cui l’Italia. E se non vi bastasse sempre nel 2013 i due hanno rilasciato un EP dal titolo “Brass Tactics” contenente cinque tracce (due remix e due registrazioni dal vivo). Mi auspico fortemente che questi due tornino a lavorare di nuovo insieme in futuro. Me lo auguro proprio.

 

[Mike]

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Uno dei ritorni molto attesi di questo 2018 è stato sicuramente quello di Motta.
Anche io, come molti altri, sono stato piacevolmente conquistato dalla sua opera di esordio, tanto da nutrire moltissime aspettative per il suo successore. A distanza di due anni da “La Fine dei Vent’anni”, disco rivelazione del 2016 che inaugura l’avventura solista dell’artista pisano, si torna finalmente a parlare di lui con un lavoro molto diverso dal primo, molto più intimo e introspettivo. La domanda a questo punto è lecita: Motta alla sua seconda prova è riuscito a riconfermare il suo talento e a non deludere le aspettative? Sarà stato in grado di stupirci di nuovo? Secondo me si.
E vi spiego anche perché.

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Nato a Pisa ma di famiglia livornese, Francesco Motta esordisce nel mondo della musica con il gruppo Criminal Jokers, band dalle sonorità punk- new wave fondata nel 2006 e nella quale ricopre i ruoli di paroliere, cantante e batterista. Il gruppo pubblica due album molto interessanti: il primo nel 2010 cantato in lingua inglese e che vede la produzione di Andrea Appino degli Zen Circus (“This Was Supposed to Be the Future”) e il successivo “Bestie” che vedrà la luce solo due anni più tardi. Nel frattempo Motta si fa le ossa come polistrumentista accompagnando in tour diversi artisti tra cui gli stessi Zen Circus, Il Pan del Diavolo e la cantante Nada. Solo nel 2016 pubblicherà il suo primo album da solista, quello che lo lancerà al successo vero e proprio. “La Fine dei Vent’anni” vede la partecipazione di un altro talento tutto italiano, Riccardo Sinigallia che collabora nella stesura dei testi come coautore. L’album è un successo di pubblico e riceve numerosi riconoscimenti da riviste prestigiose e nello stesso anno si aggiudicherà diversi premi tra cui la Targa Tenco come “migliore opera prima”.

Dopo due anni, giungiamo a questo “Vivere o Morire”, anticipato il 28 gennaio dal primo singolo “Ed è un po’ come essere felici”, ottimo punto di congiunzione con il precedente album. Un Motta arrabbiato, che ci urla nelle orecchie. Il suggestivo videoclip che accompagna l’uscita del singolo è stato realizzato in collaborazione con la performer Silvia Calderoni . Già dai primi ascolti di questa canzone il mio parere non poteva che essere positivo: suono pulito e la voce di Motta che domina uno scenario quasi dark, dove le sonorità elettroniche salgono fino a culminare in un’esplosione accentuata dal tono di voce del cantante, che da calma e appiattita si trasforma in un grido di allarme, come un mare in preda alla tempesta.  Il disco tuttavia prosegue in tutt’altra direzione, mostrandoci il lato più intimo e acustico del nostro artista pisano. Egli infatti descrive queste sua nuova opera come la rappresentazione autentica del suo stato d’animo attuale. E’ un album che fondamentalmente parla d’amore. Già il secondo singolo rilasciato qualche mese dopo, “La nostra ultima canzone”, si presenta più spensierato e leggero rispetto ai toni più cupi e arrabbiati della traccia d’apertura. Il pezzo sicuramente  dalla natura più radiofonica. Alla produzione non troviamo più Riccardo Sinigallia, sostituito dal buon Taketo Gohara, il cui modus operandi abbiamo già apprezzato nelle collaborazioni precedenti con Capossela, Mauro Pagani o Brunori Sas. Si nota infatti una certa cura nei dettagli, in particolare nel suono più pulito .

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I testi sono il cuore pulsante di tutto e anche qui il nostro Francesco conferma le sue abilità di scrittura nella descrizione di un amore mai banale, fatto di gioie quotidiane ma anche di spiacevoli tormenti. In particolare nella canzone “La prima volta”, egli mette a nudo il suo stato d’animo attuale che lo vede coinvolto in un nuovo rapporto (chiaro il riferimento alla sua relazione con l’attrice Carolina Crescentini, la quale partecipa ai cori del brano). Ci sono anche momenti più brevi ma non per questi meno intensi come l’emotiva “Chissà dove sarai” con un trionfo di violini da far accapponare la pelle. Il pezzo più forte è tenuto alla fine: “Mi parli di te” è uno splendido valzer basato sul rapporto padre-figlio, dalla natura molto autobiografica. Ballatona tutta chitarra ed archi. A dare più sostanza al tutto ci pensano il ritmo sud americano di “E poi ci pensi un po’” e l’incalzante “Per amore e basta”. Il ritratto più fedele del Motta adulto di adesso è la stessa title-track a darcelo: il cantante pisano mette in gioco sé stesso, pur riconoscendo i propri limiti.

L’album è stato reso disponibile per l’acquisto dal 6 aprile 2018 nelle classiche versioni cd e formato digitale. In vinile sono uscite due versioni: una standard contenente il tipico disco nero e una versione deluxe. Quest’ultima, oltre a presentare il vinile con copertina apribile, si differenzia per la presenza del vinile colorato, di un poster e di una t-shirt.

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Vivere o Morire è un nuovo capitolo della vita di Motta. Un album che riflette il se stesso odierno, il suo rapporto con l’universo femminile e la sua evoluzione non solo umana ma anche artistica. Coloro che speravano in un “La fine dei vent’anni Volume 2” devono aspettarsi ben altro dall’ascolto di questi 9 inediti. Non c’è spazio per il rock energico dell’esordio ( o per lo meno il suo spazio è stato ampiamente ridimensionato) per dare spazio ad una sfera più intimistica e romantica. Tutto scorre fluido e senza particolari intoppi. Non per questo tali elementi rendono questo lavoro inferiore al precedente. Piuttosto aprono nuovi orizzonti per quella che è probabilmente una delle figure più interessanti del nuovo “cantautorato” italiano. Per tornare alla domanda iniziale Motta ha superato molto bene la sua seconda prova riconfermando il suo talento di musicista. Se dovessi dare un voto direi che un 8 pieno se lo merita eccome.

Sabato 21 aprile si è tenuta l’undicesima edizione del Record Store Day, un appuntamento fisso ormai per tutti gli appassionati della musica e del vinile. Oltre all’acquisto del nuovo album di Motta è stato possibile portare a casa alcune delle chicche messe a disposizione proprio per l’evento. Versioni limitate di alcuni 33 e 45 giri contenenti inediti, demo o versioni alternative di brani celebri. In particolare ho gradito molto le scelte di quest’anno sia in campo internazionale che italiano. Io sono riuscito a giudicarmi la limited edition di Moondance di Van Morrison (sono state rilasciate in tutto solo 10.000 copie), album qui riproposto in una versione totalmente inedita e spettacolare e l’ultimo disco di Bjork. Aspettatevi presto una recensione su quest’ultima.
A presto musicomani!

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[Mike]

Proprio qualche giorno fa, curiosando nella mia collezione di dischi, ho ripreso tra le mani un album che avevo voglia di riassaporare da tempo. Non un disco in studio ma bensì un live. E che live! Sto parlando dello storico “Maciste contro Tutti”, registrazione del concerto tenuto a Prato nel 1992 presso l’Anfiteatro del Museo Pecci, inserito all’interno del programma “Festival delle Colline”, al quale presero parte diversi artisti. Promotori di questa iniziativa sono Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, reduci dal termine della loro avventura come CCCP-Fedeli alla linea. Quello che però gli spettatori non sanno è che ciò a cui stanno assistendo non è un semplice concerto ma un vero e proprio evento storico: la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova fase. Per capire meglio questo concetto bisogna fare una premessa e tornare indietro di qualche anno.

Torniamo al 13 settembre del 1990 quando i CCCP danno alle stampe la loro ultima creazione in studio, il doppio “Epica Etica Etnica Pathos”. Pubblicato dalla Virgin, l’album si discosta dalle sonorità punk dei primi album per addentrarsi in una nuova dimensione sonora, che pianterà le premesse per il loro progetto futuro. La formazione subisce grossi cambiamenti: entrano in pianta stabile Giorgio Canali alle chitarre, Gianni Maroccolo al basso e in qualità di produttore, Francesco Magnelli alle tastiere e Ringo De Palma alla batteria (questi ultimi tre uscenti dai Litfiba). In seguito si unirà anche Angela Baraldi ai cori e poi come seconda voce. Ecco dunque che il nucleo rock emiliano si fonde con quello toscano. In realtà i due nuclei si erano già conosciuti un anno prima, durante una tourné in Unione Sovietica, alla quale presero parte gli stessi CCCP, i fiorentini Litfiba e i Rats. Di forte impatto emotivo sarà l’esibizione di Ferretti e soci nella capitale, in un palazzetto gremito di militari in divisa, tutti in piedi durante l’esecuzione dell’inno sovietico sulle note di A ja ljublju SSSR. Durante il viaggio di ritorno Maroccolo comunica a Zamboni la sua intenzione di lasciare i Litfiba, per via delle grosse divergenze artistiche tra lui e il produttore Pirelli.

“Epica Etica Etnica Pathos” segna a tutti gli effetti la fine dei CCCP. Con la fine del regime sovietico e il crollo dell’ideologia comunista essi infatti non hanno più motivo di esistere. Questo sentimento è ben espresso da Ferretti nella nostalgica “Annarella” (Lasciami qui/lasciami stare/lasciami così/Non dire una parola/che non sia d’amore.). Dopo la pubblicazione dell’album viene stampato un manifesto nel quale i Fedeli alla Linea rendono ufficiale il loro scioglimento. Non si hanno più notizie di loro. Almeno fino al 18 settembre del 1992, quando fanno la loro ricomparsa sul palco, sancendo di fatto il passaggio dai CCCP ai C.S.I (Consorzio Suonatori Indipendenti). Evento ripreso e testimoniato da questo album live, che proprio l’anno scorso è stato ristampato in vinile in occasione dei suoi 25 anni. E noi lo festeggiamo a dovere.


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LATO A : Ustmamò

“Il mondo si sgretola e rotola via. Succede è successo si sgretola e via”. Così cantava Ferretti al termine dell’esperienza CCCP. Con l’abbattimento del Muro due opposte realtà, quella dell’Est e quella dell’Ovest, si riversano l’una sull’altra amalgamandosi in una sola. La goccia che farà traboccare il vaso sarà lo scoppio della guerra del Golfo nel 1991, innescata dall’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq. Questa crisi colpisce gli stessi Ferretti e Zamboni che assistono impotenti alla disfatta dell’URSS.Con la fine del regime sovietico anche gli stessi CCCP non hanno più motivo di esistere. “Aprire un’esperienza che si chiama CCCP fa si che sia giusto chiuderla quando non ha più significato l’esistenza di quel nome” dice Zamboni. L’attività live è diventata sempre più stressante e intensa: i concerti attirano sempre più persone tanto da riempire non più solo palazzetti ma anche gli stadi. Giovanni è sempre più provato fisicamente, non ce la fa più. Si trovano impreparati di fronte a tanto successo. All’apice della loro carriera decidono di uscire di scena definitivamente. Lo fanno in maniera impeccabile registrando il loro canto del cigno, Epica Etica Etnica Pathos. Registrato presso Villa Pirondini, una casa colonica settecentesca situata in piena campagna reggiana, chiude alla grande una carriera breve ma intensa. In seguito allo scioglimento Ferretti e Zamboni decidono di ritornare alle loro rispettive vite. Il primo si allontanerà dal caos del vivere in città, rifugiandosi nella pace e nel silenzio della vita in montagna. In questo periodo si riavvicinerà molto alla fede e metterà su un allevamento di cavalli. Zamboni, dal canto suo, metterà su famiglia e tornerà a lavorare per diverso tempo nell’azienda del padre. Tutto finito direte voi. Almeno così sembra.

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    I CCCP Fedeli alla linea : da sinistra Danilo Fatur (artista del popolo), Giovanni Lindo Ferretti, Annarella Giudici (benemerita soubrette) e Massimo Zamboni.

In questo periodo l’attenzione di Ferretti è tutta rivolta verso un giovane gruppo musicale dell’Appennino Reggiano, conosciuto col nome di “Ustmamò” (in dialetto reggiano sta a significare “proprio adesso”). Sono in tre: Mara Redeghieri alla voce, Ezio Bossi al violino e alla chitarra e Luca Alfonso Rossi alle basi. Conosciuti già all’epoca della lavorazione dell’ultimo album dei CCCP, Giovanni era rimasto molto colpito dal loro modo di intrecciare il punk con il dialetto e i suoni tipici dell’Emilia. Strinse una forte amicizia con loro tanto da spingerlo a decidere di diventare il loro manager. Insieme a Zamboni crea una piccola etichetta discografica nota come “I dischi del Mulo”, con la quale promuovere gruppi locali secondo loro degni di particolare interesse. Gli Ustmamò sono i primi ad essere battezzati dalla nascente etichetta e si riveleranno essere il loro più grande successo. La particolare commistione di dialetti e sonorità bizzarre fanno di loro una novità nel panorama rock italiano. E proprio loro saranno chiamati ad aprire il concerto a Prato esibendosi con quattro brani: tre loro composizioni (Ustmamò, Amminramp nella quale canta lo stesso Ferretti e Vietato vietato) e la rilettura in chiave punk di un classico di Orietta Berti (Finkela barkava). Gli Ustmamò pubblicheranno alcuni album fino al 2003, anno in cui si scioglieranno ufficialmente, per poi ritornare nel 2015 senza però la frontwoman Mara Redeghieri. Un’assenza che purtroppo si fa sentire molto data la sua particolare voce e le sue doti di grande intrattenitrice sul palco.

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                                                                                         Gli Ustmamò

Lato B : Disciplinatha

Ad aprire la seconda parte dell’evento “Maciste contro tutti” arrivano sul palco un’altra futura promessa lanciata dall’etichetta di Ferretti e Zamboni. Formatosi nel 1987 a Bologna, i Disciplinatha riescono a catalizzare l’attenzione dei nostri per i loro testi provocatori e per la loro aggressività sul palco. Il loro è un punk urlato molto vicino all’hardcore con l’aggiunta di elementi industrial ed elettronici. Capitanati da Dario Parisini, la loro discografia annovera due Ep e due album studio. Al contrario dei loro colleghi Ustmamò non hanno avuto la stessa fortuna, rimanendo ancora oggi un gruppo principalmente di nicchia. A non facilitare le cose sicuramente ha contribuito il loro ispirarsi all’iconografia fascista. Pensiamo al loro Ep di esordio che fin dal titolo richiama alla memoria le storiche parole del Duce: Abbiamo pazientato 40 anni. Ora basta! viene pubblicato nel 1988 e si fa subito notare per il suo sound potente e grintoso. Contiene al suo interno il brano “Addis Abeba”, che si apre con il campionamento di un discorso di Benito Mussolini, mentre in copertina campeggia una foto che riprende chiaramente l’estetica del Ventennio. Durante i loro spettacoli dal vivo, la band fa largo uso di divise militari, uniformi della gioventù fascista e delle maschere antigas, dando vita ad un vero spettacolo usufruendo anche di scenografie e proiezioni. In seguito per rispondere a coloro che li accusano di appartenere all’estrema destra pubblicano il secondo Ep dal titolo “Crisi di valori”, recante in copertina la scritta “Noi non siamo di destra, anzi, siamo buoni”. Nel 1994 fanno uscire il loro vero primo album (Un mondo nuovo), caratterizzato da una evoluzione del loro sound che assume una veste più tecnologica. Tra i pezzi contenuti al suo interno spicca la cover di “Up patriots to arms” di Franco Battiato in versione industrial. Negli anni a venire seguono le ultime due pubblicazioni a nome Disciplinatha: A-Raccolta (1995) che ripropone il primo album, oggi introvabile, integrandolo con delle rarità e Primigenia (1996). Quest’ultimo apre alla band nuovi orizzonti, dato l’abbandono delle sonorità precedenti in favore di un rock più commerciale. Tuttavia il progetto si chiude ufficialmente nel 1997. Nel 2012 si torna a parlare di loro grazie alla pubblicazione del cofanetto “Tesori della patria”: al suo interno è presente l’intera discografia del gruppo, alcune rarità e un documentario curato da Alessandro Cavazza (Questa non è un’esercitazione) dove partecipano, tra gli altri, alcuni membri dei CCCP e Manuel Agnelli. Inoltre il 9 novembre dello stesso anno si sono ripresentati per un concerto a Bologna con la formazione completa. Nel gennaio del 2018 ritornano sotto nuovo nome pubblicando l’Ep “Disch is Nein” : rilasciato dalla storica Contempo Records, l’opera rappresenta il nuovo corso degli ex-Disciplinatha. Ritornando al concerto di Prato si esibiranno con tre brani : ” I Love You”, “Addis Abeba” e “Crisi di valori” che vanno a riempire il lato B del vinile.

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                                                                                                     I Disciplinatha

Lato C/D : C.S.I. (Consorzio Suonatori Indipendenti)

Siamo arrivati al momento più atteso. Finalmente sul palco stanno per salire i protagonisti assoluti di questo evento e il vero motivo per il quale è stato realizzato. La formazione è la stessa di Epica Etica Etnica Pathos e anche i pezzi riproposti sono gli stessi di quell’album. C’è una sola differenza: a suonarli sono un altro gruppo. La fine della storia dei CCCP è un lutto che deve ancora essere esorcizzato e per farlo Ferretti e soci hanno pensato bene di mettere in scena questo funerale perchè d’altronde la storia è iniziata e deve finire sul palcoscenico. La sigla C.S.I. è un chiaro riferimento ai cambiamenti messi in atto nell’ex impero sovietico: se il nome precedente indicava la sigla in cirillico dell’Unione Sovietica, quest’ultimo si riferisce direttamente alla Comunità degli Stati indipendenti, che di fatto aveva sostituito l’URSS. C.S.I. ha anche un’altra valenza: vuole indicare una comunità di musicisti perfettamente autonomi e indipendenti, liberi da qualsiasi grande label. La loro storia è assai celebre così come la fortunata serie di dischi che ne deriva: il punk lascia posto ad una maturità cantautoriale vera e propria (questa caratteristica è già ben definita nell’ultima opera dei CCCP che molti vedono come il vero primo disco a nome C.S.I.). Il battesimo dei C.S.I. avviene proprio nell’Anfiteatro del Museo d’Arte Contemporanea “Luigi Pecci” ed è qualcosa di memorabile sebbene segnata da alcune piccole difficoltà: non essendo abituati a suonare insieme dal vivo alla macchina musicale occorre tempo per cominciare ad ingranare. Le chitarre di Canali e Zamboni non sono perfettamente in sintonia ma il basso di Maroccolo riesce a coprire questi piccoli inconvenienti e a far funzionare bene il tutto.

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I C.S.I. (Consorzio Suonatori Indipendenti): da sinistra Giorgio Canali, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Francesco Magnelli, Angela Baraldi e Giovanni Lindo Ferretti.

Nel 2017, in occasione dei 25 anni di “Maciste contro Tutti”, il live è stato ristampato in vinile mentre il 10 settembre dello stesso anno si è tenuto a Prato un concerto nella stessa location che ospitò l’evento nel 1992. Presenti all’appello quasi tutti ad eccezione di Giovanni Lindo Ferretti. Per l’occasione è stato riproposto integralmente Epica Etica Etnica Pathos. Inoltre all’interno del Museo Pecci è stata organizzata una mostra fotografica con tutto il materiale riguardante la band.

I C.S.I. sono stati una delle pagine più importanti del rock italiano e tanti sono i gruppi che si sono ispirati a loro: dai Massimo Volume, agli Offlaga Disco Pax, i Marlene Kuntz (da loro lanciati). Se volete riscoprire la loro storia dovete per forza di cose partire da questo live. A tal proposito consiglio anche la lettura del libro “Quello che deve accadere accade” ad opera di Michele Rossi, biografia molto curata ed esaustiva sulla loro storia. Per il momento è tutto gente.  Vi lascio alla loro musica che vale molto più di mille parole.

Buon ascolto!

 

[Mike]