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Volevo scrivere il mio primo articolo dell’anno su “The Last Guardian”, concludendo la serie sulle opere del Team Ico (e questo però non esclude future discussioni di sola analisi) ma qualcosa mi ha spinto a parlare invece di Marnie e del suo mondo.
Sono venuta a conoscenza di questa storia tramite il film prodotto dallo Studio Ghibli nel 2014, intitolato Quando c’era Marnie, scritto e diretto da Hiromasa Yonebayashi.
L’ho visto e amato profondamente, per poi andare a leggere, non molto tempo fa, il romanzo da cui è stato tratto, cioè: When Marnie was there di Joan G. Robinson, pubblicato in Inghilterra nel lontano 1967. Ha visto una edizione italiana, da parte della Kappalab (casa editrice che porta in Italia i romanzi da cui sono stati tratti i film dello Studio Ghibli), solo dopo l’uscita del film e quindi nel 2014.
In questo articolo vi parlerò di entrambe le opere, mettendole anche a confronto, nonostante mi ricorderò di sottolineare per bene come il modo di raccontare di un romanzo sia ben diverso dal metodo di narrazione di un film. Spesso le persone dimenticano questo piccolo ma importante dettaglio.

 

Trama: Farò un breve riassunto della trama di entrambe le opere; le differenze in realtà sono poche, poi dopo ci sono certe sfumature che discuterò in seguito.
Anna è una bambina solitaria e silenziosa, rimasta orfana quando era molto piccola. Vive con i suoi genitori adottivi che un giorno decidono di mandarla a passare le vacanze estive in un paesino in riva al mare, da una coppia attempata, dove lei potrà respirare aria pulita e giocare con gli altri bambini della sua età. Infatti Anna soffre di asma che le provoca ogni tanto qualche grave attacco, costringendola a letto. L’aria di città non l’aiuta e quindi il dottore insisterà per far aderire i genitori adottivi a questa soluzione alternativa. Effettivamente le giornate in riva al mare e le lunghe passeggiate faranno bene alla salute fisica della bambina ma lo stesso non si potrebbe dire per il fare amicizia: lei non riesce a socializzare e a comportarsi adeguatamente con i suoi coetanei, preferendo passare inosservata con la sua faccia ordinaria che la rende invisibile.
Tutto questo fino a quando non incontrerà Marnie, una strana bambina dai lunghi capelli biondi di circa la sua età: entrambe diventeranno amiche ma una forza invisibile tenterà di dividerle. Infatti Marnie vive nella grande villa sulla palude, che sembra del tutto in rovina e disabitata ma stranamente a volte prende vita, riempiendosi di feste e persone. Ben presto la situazione comincerà a prendere una spiega inaspettata e Anna dovrà affrontare la realtà dei fatti.

Le sostanziali differenze tra le due opere sono l’epoca e il paese in cui vengono ambientate. Nel romanzo siamo in Inghilterra, nell’estate del 1967; Anna vive a Londra e si trasferisce a Little Overton, questo piccolo paese marittimo. Nel film ci troviamo ai giorni nostri, in Giappone dove la bambina abita a Sapporo mentre il nome del villaggio non sarà specificato, indicando solo che si trova nell’Hokkaido orientale. Inoltre nel film viene detto che la vecchia coppia che ospiterà Anna per tutta l’estate sono dei parenti mentre nel romanzo vengono definiti degli amici di famiglia.

Pensando a come articolare il discorso, non voglio soffermarmi troppo su una delle due opere, ma sul loro insieme, divagando solo quando sarà opportuno sottolineare certe differenze. Il lavoro dello Studio Ghibli è stato egregio; non si smentiscono mai con i soliti paesaggi e sfondi mozzafiato, le animazioni fluide e dal disegno pulito, trasmettendo il profondo sentimento che il romanzo voleva donare ai suoi lettori in una forma visiva e udibile. Che importa se Anna nel film ama disegnare mentre nel romanzo a questo non viene fatto cenno? E’ un tocco in più che dona spessore a un personaggio che secondo me in una trasposizione visiva avrebbe perso molto: con i suoi disegni a colpo d’occhio possiamo capire cos’è che ama e il suo carattere. Vuole stare sola, osservare la natura e le persone da lontano, senza entrare a contatto con nessuno di loro, perché ha paura di rovinare tutto. Anna è scorbutica, antipatica e ordinaria. E’ meglio per lei stare distante, senza causare fastidi e disagi.
Nel romanzo questo sarà fin da subito chiaro perché possiamo costantemente leggere le sue emozioni, nel film invece la passione del disegno permetterà a una “figura muta” di esprimersi.
Ci sono dei difetti da sottolineare? Non proprio. Il problema principale è l’adattamento italiano del film: le traduzioni prese fin troppo letterali dal giapponese porteranno spesso a frasi non proprio corrette o comunque di poco uso comune. Sarebbe meglio vederlo in giapponese, sottotitolato dai fan, in italiano o inglese, se ancora si trova. Per il resto c’è solo un dettaglio che nel film, per questioni di spazio, non hanno potuto inserire in maniera approfondita e importante ma ne parlerò nella parte dell’articolo in cui farò spoiler sulla trama. Quando arriverà il momento verrete avvisati ma sottolineo che non è un errore e nulla di “grave”, ma solo la dimostrazione di quel lato in più che un romanzo può regalare. Di contro un adattamento cinematografico ben fatto come questo permette la magia di vedere in movimento, accompagnate da suoni e colori, immagini che potevano trovarsi solo nella mente di chi legge. Il potere di entrambe le due opere viene sfruttato a dovere, donando un momento speciale fatto di tenerezza.
Però posso dire che ho trovato pareri discordanti sul film (ma solo perché non ho discusso con nessuno del romanzo) tra chi l’ha amato come me e tra chi ne è rimasto indifferente. Questo mi ha fatto riflettere portandomi a paragonare entrambe le opere a qualcosa di particolare, delicato e leggero come il vento: se ti accarezza in certi punti ti strega sennò ti lascia abbastanza indifferente. Però penso che sia davvero impossibile riuscire a odiarlo, ma forse qualcuno di voi potrebbe sorprendermi, rivelandomi però i motivi che vi hanno spinto a questa conclusione.

Quando c’era Marnie non è solo una storia di amicizia ma parla di come, anche una sola persona, possa fare la differenza nella vita di qualcun altro. Anna aveva bisogno di Marnie e così viceversa. Il fato permetterà soltanto a due anime affini di reclamare il loro tempo insieme, nonostante tutto.

Da qui in poi farò spoiler, quindi occhio!

Ma andando nei dettagli e anche sul personale, cos’è che mi ha fatto innamorare di questa storia? Primo tra tutto, Anna assomiglia terribilmente a me (e una mia amica mi ha confermato questa sensazione confidandomi di aver pensato a me quando ha visto il film), sopratutto nei periodi in cui sono confusa; in soli trenta minuti di film ho spesso rischiato di commuovermi (e così è ogni volta che lo vedo) e per chi mi conosce sa che è davvero difficile farmi arrivare a tal punto.
Nonostante Annai sia davvero brava a disegnare, è convinta di fare schifo; si sente stupida, brutta, scontrosa e sgradevole. Queste son cose che spesso penso di me stessa, è inutile nasconderlo e chi mi conosce lo sa.
Nel romanzo è lo stesso anche se la bambina non ha la passione del disegno: si nasconde ed evita la gente, cercando di risultare il più ordinaria e invisibile possibile, tanto nessuno proverà mai interesse per una come lei.
Io ho i miei motivi per essermi rivista nei comportamenti di Anna, i quali saranno spiegati bene: è stata adottata e prima di tutto odia i suoi genitori per essere morti. Penserete che è qualcosa di stupido da dire ma credo che bisogna anche mettersi nei suoi panni: lei sa che non è giusto pensarla così ma il sentirsi abbandonati è un sensazione che devasta e che nessun bambino dovrebbe mai provare. Ma la situazione sarà aggravata da altri ben due fattori. Il primo è che nonostante lei abbia davvero lontani e offuscati ricordi di sua nonna, unica parente rimasta in vita dopo la morte dei genitori, non può dimenticare la promessa che le fece e che prontamente non mantenne e cioè che sarebbero rimaste insieme. Infatti la nonna poté prendersi cura di lei per poco tempo prima di morire. Il secondo invece riguarda la scoperta da parte della bambina del compenso in denaro che ricevono i genitori adottivi per il suo sostentamento: questo metterà in dubbio nel cuore di Anna l’affetto che essi davvero provano per lei.
Sono cose forti da sopportare per una bambina silenziosa e che tiene tutto dentro. Posso confermarlo perché so cosa si prova quando le parole non escono e nel frattempo ti feriscono dall’interno.
Poi ci son altre cose che mi hanno preso direttamente il cuore. Partendo dalla più banale, amo le case abbandonate. Amo osservarle e pensare al ricordo di coloro che ci vivevano. Una cosa come quella che è successa tra Marnie e la protagonista è un sogno infantile che mi porto ancora dietro; l’immaginare che il ricordo della vita in una casa fosse ancora lì e che, in qualche modo, fosse possibile vederlo e interagirvi. Proprio esattamente come in questa storia.
Sono legata sia al rapporto di amicizia tra Marnie e Anna, oltre che al loro rapporto di nipote e nonna.
Proprio perché Marnie è sua nonna (Marian è il vero nome) ho definitivamente pensato a come l’amore possa attraversare la morte, gli anni e le epoche per far rincontrare due persone che di tempo ne hanno avuto troppo poco per stare insieme.
Nel film, così come nel romanzo, si vuole far capire subito la natura sovrannaturale di Marnie e di ciò che la circonda ma allo stesso tempo il tentativo dell’autore era di non trasmettere nulla di eclatante; arrivava e scompariva così, come una folata di vento.
Non si è trattato del voler intervenire da parte di Marnie per alleviare le sofferenze della nipote, ma più come un varco temporale che si è intrecciato con il presente, come se tutto il ricordo dell’infanzia di Marnie fosse rimasto imprigionato in quella casa e i suoi dintorni. Quindi è giusto pensare a un incrociarsi dei due tempi e delle loro vite e non a un atto volontario della stessa Marnie.
Entrambe hanno vissuto una vita sola e sofferente e l’amore che per poco tempo le ha legate in vita ha permesso a entrambe di stare un po’ insieme. Questo non vuole essere un mistero perché Marnie compare e scompare all’improvviso fin da subito, ma senza lampi di luce e cose eclatanti. Oltretutto nel romanzo la stessa Anna nota come ogni cosa che facessero insieme fosse già prestabilita e immutabile, come se lei fosse l’ospite in una storia già scritta, e così era!
Infine voglio dirvi che l’obbiettivo era toccare delicatamente il cuore di chi legge il romanzo e/o vede il film ma se non avrete qualcosa da condividere con questo vento leggero potreste restare distanti.
Voglio concludere la parte con gli spoiler parlando di cosa ho amato di più nel romanzo ma che, per ragioni fin troppo evidenti di tempi di narrazione, non è stato potuto inserire nel film dello Studio Ghibli; la famiglia che comprerà la vecchia casa abbandonata di Marnie è molto allegra, rumorosa e numerosa e ingloberanno Anna nel loro calore. L’amicizia con il fantasma di sua nonna la porterà alla fine a conoscere dei veri bambini che saranno disposti ad amarla, portando anche alla rappacificazione con i suoi genitori adottivi. La scoperta che in realtà Marnie era la nonna di Anna avverrà tramite un vecchia conoscente di questa famiglia, un tempo amica d’infanzia di Marian e sarà una scena semplice ma toccante e ricolma di affetto e stupore. Tutto questo purtroppo nel film sarà inserito in maniera frettolosa e questo è davvero un peccato ma non un vero e proprio difetto.

FINE SPOILER e conclusioni.

Siamo giunti alla fine di questo prolisso articolo e ringrazio chiunque sia arrivato fin qua.
Consiglio la visione del film e la lettura del romanzo a tutti. Sarò poi curiosa di discuterne con voi.
Finisco aggiungendo qualche curiosità:

  • Il romanzo è considerato da Hayao Miyazaki uno dei cinquanta libri che hanno più influenzato il suo operato. Ora che c’è anche in italiano non avete più scuse per non leggerlo! :P
  • Il titolo originale del romanzo doveva essere solo “Marnie” ma siccome stava per uscire il film omonimo di Alfred Hitchcock l’autrice è stata costretta a cambiarlo.
  • Anna è altamente ispirata all’infanzia della stessa autrice.
  • Il paese marittimo esiste davvero ed è diventato una meta turistica per i fan del romanzo e del film.
  • L’idea di Marnie nacque quando durante l’estate l’autrice vide una bambina alla finestra mentre qualcuno le pettinava i lunghi capelli biondi.



[Shiki Ryougi 両儀 式]

Ho sempre considerato l’animazione come una delle tecniche filmiche più interessanti che siano state inventate. Sono affascinato dai lavori che possono nascere da esso e soprattutto dai vari tipi di animazione (digitale, disegno, stop motion ecc…).

Tra queste adoro le pellicole nipponiche, iniziando, molto banalmente, dai lungometraggi di Hayao Miyazaki e dallo Studio Ghibli. Diciamo che quando ero più piccolo ho iniziato a scoprire il mondo dell’animazione con essi per poi cercare altri lavori che mi hanno sempre sorpreso e che mi hanno fatto conoscere il genio di persone come Satoshi Kon, Katsuhiro Otomo e Mamoru Oshii. Ed è proprio di un lavoro fatto da quest’ultimo che voglio parlare dove però ha “solo” partecipato come sceneggiatore.

Uscito nel 1999 in Giappone (in Italia nel 2004 in home video grazie alla Yamato Video), per la regia di Hiroyuki Okiura e la sceneggiatura e soggetto di Mamoru Oshii, il film di cui parlerò oggi è Jin-Roh – Uomini e Lupi.

Prima di tutto bisogna precisare una cosa su questo lungometraggio. Jin-Roh è un prequel della “Kerberos Saga”, saga ideata da Oshhi stesso. Ma cos’è questa Kerberos Saga?

E’ una space opera militare (o semplicemente fantascienza militare, un sottogenere della fantascienza) ambientata in un universo alternativo che cominciò nel 1986 con una drammatizzazione radiofonica.
In seguito venne realizzato un film in bianco e nero intitolato Jigoku no banken: Akai megane (“Gli occhiali rossi”).  Farà seguito nel 1991 un altro film chiamato Jigoku no banken: Kerberos.
Oltre questi film verranno fatti anche manga, drammatizzazioni radiofoniche e anche un romanzo a episodi. Tutto questo non è mai arrivato in Italia.

Solo Jin-Roh è riuscito a vedere la luce nel nostro Paese grazie alla Yamato Video. La storia narrata sarà precedente agli eventi dei primi film citati ma non dovete allarmarvi visto che gli avvenimenti della pellicola saranno comprensibili anche senza la visione delle due opere sulla Kerberos Saga.

Chiusa questa parentesi possiamo finalmente concentrarci sul lungometraggio diretto da Okiura.

Fin da subito gli autori ci catapultano in questo universo alternativo dove la Germania nazista ha vinto la Seconda Guerra Mondiale e scoperto la bomba atomica che ha poi usato per attaccare il Giappone. Nonostante la dura sconfitta, negli anni ’60 la nazione nipponica è riuscita a rialzarsi grazie a un incredibile sviluppo economico . Tutto ciò però ha creato un’enorme disuguaglianza sociale e lo scontento di molte persone si è fatto sentire attraverso proteste e, nel peggiore dei casi, la violenza.
Per questo motivo è nata la DIME, un’organizzazione che grazie all’utilizzo di soldati ben addestrati combatte contro questi disagi. Dall’altra parte però abbiamo la Setta, una cellula terroristica che sarà la loro nemesi. In questo mondo scosso da continui scontri c’è Kazuki Fuse, membro della DIME.
La sua storia inizia quando si ritrova davanti a una Cappuccetto Rosso, una ragazzina con il compito di recapitare bombe ai membri della Setta. Kazuki potrebbe in qualsiasi momento premere il grilletto e porre fine a tutto ma l’unica cosa che riesce a fare prima che la ragazza si faccia esplodere è domandarle: Perché?

Dopo questo incidente Fuse incontrerà Kai, una dolce ragazza che gli ricorderà tantissimo la Cappuccetto Rosso e tra di loro inizierà a nascere un rapporto complesso e particolare.

Non è semplice parlare liberamente di Jin-Roh. La sua è una storia molto profonda quanto incredibilmente fredda. Forse una delle più fredde che abbia visto.

Se si guarda attentamente i colori della pellicola è possibile notare che risultano spenti, tendenti verso il grigio. E l’atmosfera che si respira è molto pesante come se non ci fosse alcuna speranza all’orizzonte.
Non è un film che elogia l’umanità ma anzi fa il contrario mettendo in risalto alcuni dei suoi lati negativi e andando contro il tipo di società qui presente (che in parte si ispira a quella con cui è cresciuto Oshii).

Uno degli argomenti centrali sarà basato sul racconto originale di Cappuccetto Rosso (“Rotkäppchen”) che qui viene utilizzata per raccontare l’intera storia. Nella vera storia l’escamotage del cacciatore non era presente e la favola finiva con Cappuccetto Rosso e la nonna che venivano mangiate dal lupo (tra l’altro erano presenti scene di cannibalismo che furono tolte nelle edizioni seguenti.) Kai è Cappuccetto Rosso mentre Fuse è il lupo, un lupo che cerca disperatamente di essere un umano, di essere come loro e di poterci vivere accanto. Ma lui è un lupo e alla fine la sua vera natura avrà sempre il sopravvento.

E’ affascinante anche la psicologia dei personaggi principali, che sembrano non riuscire a trovare un loro ruolo preciso in una società che riesce in tutti i modi a sopprimere la volontà del singolo.
Più e più volte tenteranno di fuggire da questa società, andare lontano e cercare di essere felici, cosa che purtroppo non accadrà mai perché saranno sempre legati a dei doveri in cui neanche credono.

Se cercate una pellicola piena di scene d’azione allora avete sbagliato di grosso perché Jin-Roh si baserà principalmente sui due personaggi dandoci scene d’introspezione degne di nota. Da citare assolutamente una delle mie scene preferite ovvero l’incubo/allucinazione di Fuse. Una parte che descrive a fondo il suo essere. E qui il merito va alla regia di Okiura che si dimostra all’altezza delle aspettative (e che prende spunto dalla regia di Oshii essendo un suo apprendista).

Dal punto di vista tecnico questo film è impeccabile. Il disegno sono incredibilmente fluide se si pensa che il film è stato fatto senza utilizzo alcuno della computer grafica. I movimenti del corpo e soprattutto le espressioni facciali saranno molto realistici cosa che sottolinea la cura maniacale che l’intero staff ha messo per la creazione di quest’opera.
Meravigliose le musiche scritte da Hajime Mizoguchi che danno al film quel tocco in più e che in vari punti è riuscita ad affascinarmi.

Questo è tutto ciò che avevo da dire su Jin-Roh. Purtroppo non è una pellicola molto conosciuta e di ciò me ne dispiaccio. Per questo invito tutti gli amanti dell’animazione di recuperare questo titolo.
Un’opera del genere non deve finire nel dimenticatoio.

[The Butcher]

Come alcuni di voi sapranno, io adoro Berserk. E’ uno dei manga scritti meglio che abbia letto fin’ora e nonostante tutti i problemi che sta avendo (l’autore che ogni volta decide di prendersi una pausa e capitoli in cui succedono pochi eventi), continua a piacermi.
Di quest’opera sono state fatte due trasposizioni: la prima fu realizzata nel 1997 sotto forma di serie animata con un totale di 25 episodi (serie diventata leggendaria per molti fan), la seconda invece come tre film (QUI per la recensione su The Golden Arc). In entrambi i casi venivano ripresi gli eventi della Squadra dei Falchi, ovvero uno dei momenti più belli ed emozionanti del manga di Kentaro Miura che è entrato ormai nella storia dei fumetti.

Ho apprezzato entrambe le trasposizioni anche se entrambe non erano esenti da difetti. Nonostante tutto però, molte persone si domandavano se anche gli altri archi narrativi di Berserk avrebbero preso vita e finalmente dopo molto tempo è stato confermato che una serie animata sarebbe stata mandata in onda a luglio e avrebbe riguardato gli eventi successivi all’Eclissi (evento cruciale dell’opera).
Ovviamente ero felice della notizia e non vedevo l’ora di poter vedere Guts utilizzare la sua Ammazzadraghi.
Quando venne finalmente trasmesso il primo episodio molte persone reagirono in modo molto negativo alla visione definendolo grottesco e orrido. Questo perché la maggior parte dell’anime è stato realizzato attraverso la CGI e il Cel Shading, tecniche che possono portare molti vantaggi quanto tanti problemi, ma di questo ne riparliamo dopo. Molti si sono lamentati anche della scelta di saltare un arco narrativo del manga ovvero Lost Children, che vede il nostro protagonista cacciare gli Apostoli, e passare direttamente alla saga di Albione. Scelta che ha fatto storcere il naso anche a me visto che uno dei miei momenti preferiti.

Alla fine però ho visionato questa serie composta da 12 episodi e se dovessi fare un riassunto di quello che ho visto sarebbe: non è così orrendo come dicono ma ha dei problemi che non si possono trascurare.

Rispetto agli articoli che pubblico di solito stavolta non parlerò della trama. Perché se lo facessi potrei fare spoiler sull’arco precedente a chi non conosce la serie e, come sapete, voglio evitare questa cosa.

Quindi partiamo subito parlando dei difetti e dei pregi.
E soprattutto dalla domanda che tutti vorrebbero sapere: la CGI è così orrenda come sembra?
Non è una tragedia ma in certi frangenti è stata sfruttata male. Iniziamo col dire che nella maggior parte dei casi i personaggi principali saranno fatti in computer grafica e cel shading. E’ una cosa che può dar fastidio a molti ma con un giusto equilibrio tra disegno tradizionale e CG si potrebbe arrivare a un buon risultato. Questo purtroppo non succede. La computer grafica viene abusata lasciando poco spazio ai disegni (e quei pochi presenti sono fatti pure bene). Tutto ciò crea dei problemi soprattutto nei momenti in cui personaggi devono essere animati. Spesso risultano rigidi e legnosi e a volte la loro espressività non è adeguata a certe situazioni.
Per me questa tecnica non è il male assoluto come molti dicono, basti guardare ad esempio l’anime realizzato su Knights of Sidonia che utilizza egregiamente la computer grafica e la rende uno dei suoi punti forti (specialmente nelle scene d’azione).
Berserk non fa la stessa cosa, non riesce a portare un CG allo stesso livello.

Però, come ho detto in precedenza, l’utilizzo di questa tecnica può portare a grandi benefici soprattutto a livello registico. Purtroppo la regia è altalenante e certe libertà che si prende possono essere grandiose o catastrofiche.
Mi viene da citare il terzo episodio, uno dei più criticati a livello tecnico e di sceneggiatura, in cui vengono maggiormente a galla i difetti della serie. La regia era abbastanza confusa così come il combattimento con l’Apostolo e molte scene non riuscivano a essere fluide. Ed è in questo episodio che sono stati fatte delle scelte che non condivido come quello di mettere alcuni personaggi al posto di altri e cambiare un po’ la situazione. Questo perché avevano appunto saltato la parte dedicata a Lost Children.

Invece certi momenti sono stati ben fatti perché la computer grafica rende più semplice realizzare alcuni movimenti dando una sorta di fluidità durante certe azioni e anche qui, se dovessi fare un esempio, citerei l’arrivo di Guts nella caverna degli eretici, scena che è stata resa benissimo ed epica anche grazie a ciò.
Tra l’altro adoro come è stata realizzata la spada del protagonista, l’Ammazzadraghi. Come molti sanno è una spada enorme, grezza, per niente affilata. “Non era altro che un enorme blocco di ferro“, citando le parole del manga. Mi piace la sua realizzazione in CG perché si riesce ad avvertire la sua pesantezza e la sua pericolosità e soprattutto il rumore che fa quando è in azione è azzeccatissimo.

A livello di sceneggiatura non c’è molto da dire. Tralasciando qualche “cambiamento” il materiale di partenza della serie è veramente eccezionale e sarebbe stato impossibile sbagliare. Quindi la storia che verrà narrata sarà avvincente e molti dei personaggi presentati saranno caratterizzati a dovere e avranno molte sfaccettature e un background ottimo.
Non mi dilungo troppo su questo punto perché non credo che ce ne sia bisogno.

Un lato positivo della serie invece è il ritmo che riesce ad essere fedele a quello presente nel manga ed è uno dei motivi che ti spingono a continuare la visione. Sa quando essere veloce e sa quando deve invece rallentare senza creare momenti di noia o troppo confusionari. Questo almeno accade quando non si fanno passi falsi (l’episodio 3 non era proprio fedele e il ritmo era abbastanza spezzettato).

Le musiche di Shirō Sagisu sono ottime e riescono ad accompagnare bene lo spettatore durante la visione ma la vera chicca è la canzone creata dal compositore Susumu Hirasawa, compositore che aveva creato le musiche della vecchia serie di Berserk, chiamata Hai Yo (Oh Ashes). Quella è una delle canzone migliori in assoluto della serie ed è quella che ti rimane in testa fino alla fine.
Invece l’opening, Inferno, è composta dai 9mm Parabellum Bullet. Non eccezionale ma sicuramente impattante e in linea con quello che è Berserk. Cosa che invece non fa l’ending Meimoku no Kanata di Nagi Yanagi che sembra essere uscita da qualche anime sdolcinato.

Alla fine Berserk non è un capolavoro e ha dei difetti che non possono essere in alcun modo difesi, ma anche dei pregi che riescono a metterlo in evidenza e che lo rendono migliori di tanti altri prodotti e sappiamo tutti che la maggior parte degli anime che vengono prodotti in Giappone sono oggettivamente tremendi e solo pochi sanno veramente distinguersi dalla massa.
Se dovessi dargli un voto gli darei un 7, ma più di qui non mi sposto.
Ora è stata annunciata una seconda stagione prevista per la primavera del 2017 e spero veramente che imparino dai propri errori. E se dovessero continuare a usare la CGi e il cel shading che almeno lo utilizzino di meno sui personaggi e che migliori di qualità.

Detto questo chiudo la recensione. Spero vivamente che vi sia piaciuta e, se volete discutere ed esporre le vostre idee, sappiate che siete sempre i benvenuti.

Alla prossima!

[The Butcher]