Archivio per la categoria ‘Cultura’

Finalmente, dopo un periodo di inattività dovuto al caldo torrido delle ultime settimane, sono riuscito a buttare giù nuovo materiale per le mie prossime “recensioni”. Dopo giorni passati nel completo ozio totale (qualsiasi tentativo di buttar giù un paio di righe era andato tragicamente fallito), approfitto di questa ventata di fresco per parlarvi di un disco che non pensavo potesse sorprendermi così tanto. L’album in questione è Spirit, quattordicesima fatica in studio dei Depeche Mode, uscito il 17 marzo 2017 per la Columbia Records.
Sì, lo so, avrei dovuto parlarne già qualche tempo fa ma ho voluto aspettare e prendermi tutto il tempo necessario per ascoltarlo bene ed evitare subito giudizi a caldo. Le prime impressioni a volte possono ingannare. Quante volte è capitato di farsi prendere dall’emozione del primo ascolto e urlare subito al capolavoro, salvo poi rendersi conto, man mano, dei diversi difetti presenti e rendersi conto che alla fine, il disco in questione, non era poi tutto questo grande gioiello. O anche semplicemente il contrario. Detto tra noi, sinceramente non nutrivo molte aspettative per questo loro nuovo lavoro. Gli ultimi “Sounds of the Universe” e “Delta Machine” mi avevano lasciato con molto amaro in bocca, fatta eccezione per poche canzoni veramente degne di nota. Le premesse per questo Spirit non erano certo le migliori ma devo dire, con mia grande sorpresa, che Dave Gahan e soci sono riusciti a farmi ricredere. Non credo di esagerare dicendo che era da diverso tempo che i Depeche non realizzavano un disco ben ispirato e tosto come questo. Non tra i migliori del gruppo di Basildon ma sicuramente un buon prodotto degno del loro nome.

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Non è facile per una band di cinquantenni come loro, specie se con una lunga e notevole carriera alle spalle, continuare a rimanere sulla cresta dell’onda proponendo musica di alta qualità. Non si possono pretendere chissà quali rivoluzioni musicali perché, si sa, prima o poi la crisi di creatività è una cosa con cui ogni artista deve fare i conti. Del resto è anche una cosa naturale: dopo anni passati a scrivere un capolavoro dietro l’altro è abbastanza comprensibile che le idee calino, lasciando spazio alla ripetitività e alla formula del “già sentito”. E’ un po’ quello che è successo ai nostri cari Depeche negli ultimi anni a questa parte e fin qui non ho nulla da ridire. Il fatto è che anche nel ripetersi bisogna stare attenti, perché se lo si fa nel modo sbagliato, si rischia di cadere nel banale. Gli ultimi due loro lavori non sono bruttissimi ma neanche degni di nota. Sono dischi mediocri, che hanno sofferto non solo di mancanza di buone idee ma anche di un sound poco convincente, poco omogeneo e coerente. Nonostante li abbia riascoltati diverse volte ancora oggi il mio giudizio non è cambiato. Per carità, c’è qualche buon pezzo qua e là, ma sono solo casi sporadici, niente altro che piccole parentesi contenute in album che fanno acqua da tutte le parti.
Passa del tempo. Terminata l’ultima grande e impegnativa tournée in giro per il mondo, i nostri decidono di concedersi un periodo di pausa dalla band. Scelta che ho trovato più che doverosa. Così ognuno si dedica a progetti diversi: Dave Gahan parteciperà ad un progetto molto interessante collaborando con i Soulsavers. Da questa collaborazione nascerà “Angels & Ghosts”, un album molto particolare e interessante, tra i migliori usciti nel 2015. Martin Gore invece si cimenterà nella sua terza prova solista, composta di sedici tracce tutte strumentali. Questa pausa a mio parere ha fatto molto bene poiché ha permesso ai rispettivi musicisti di cimentarsi in progetti di diversa natura, così da allargare le proprie vedute e ritrovare la giusta ispirazione.
Passa qualche anno. I nostri di comune accordo si rincontrano e hanno così modo di confrontare le loro esperienze. Questa loro crescita musicale darà i suoi frutti con il quattordicesimo album di inediti, Spirit. La prima cosa che salta all’occhio (anzi all’orecchio) è la scelta di un nuovo produttore. Molto doverosa in quanto gli ultimi lavori del gruppo avevano risentito molto di una debole produzione. Viene scelto uno che ci sa fare, tale James Ford (molti di voi lo ricorderanno per aver già lavorato con gli Artick Monkeys e i Mumford & Sons). Il suo contributo è quel che ci voleva per la band, dato che porta una ventata di freschezza nel loro sound, senza però snaturarlo troppo. E questo è già un aspetto non da poco, sopratutto per un gruppo che ha bisogno di cambiare direzione. Anche stavolta Ford ha fatto bene il suo lavoro.

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Per quanto riguarda l’art-work del disco i nostri si affidano ancora una volta alle cure dello storico Anton Corbjn (colui che da anni realizza tutte le copertine dei loro dischi e si occupa di tutti gli aspetti riguardanti la loro immagine). La grafica esterna è molto minimale: su uno sfondo color grigio vediamo sagome nere di bandiere in alto e altrettante sagome dello stesso colore raffiguranti gambe e piedi, sul fondo. Al centro una striscia rosso sangue con inciso il logo della band. L’album è stato reso disponibile sia in cd che in vinile e nel formato digitale, in due versioni: una standard e una deluxe. In quest’ultima oltre all’album vi è allegato un booklet di 28 pagine, contenenti immagini della band e i testi delle canzoni. Inoltre la deluxe edition differisce dalla standard per la presenza di tracce bonus in aggiunta: si tratta più che altro di vari re-mix delle tracce originali.

Il disco è stato anticipato dal singolo “Where’s the revolution?”, un antipasto dai toni molto politici nel quale il frontman canta tutta la sua delusione nei confronti di tutte quelle persone che hanno smesso di lottare e di protestare contro le ingiustizie e i nazionalismi dilaganti del nostro tempo. Un brano rivolto a tutta quella gente che si è arresa, che non scende più nelle piazze a protestare. Dove è finita la rivoluzione? Per il momento dobbiamo accontentarci di quella operata dai sintetizzatori in questo pezzo. A fare da apertura al disco c’è “Going Backwards”, uno dei pezzi forti del lotto e tra i meglio riusciti, con quella linea di basso a dare corposità al tutto. Un sound pesante e tosto, dalle tinte dark accompagna un testo che non le manda a dire: la nostra attuale società, nonostante il suo avanzare nel mondo tecnologico, sembra tornare indietro, all’età della pietra. Segue “The Worst Crime”, una deliziosa ballata dove a padroneggiare c’è la chitarra di Gore. Gahan si limita a regalarci ancora una bella performance vocale, immaginando un futuro molto distopico, dove le piazze si trasformano in gogne pubbliche. La prima parte scorre liscia, con alcuni momenti elettronici (la doppietta formata da “Scum” e “You Move”), per terminare con quello che forse è il punto più alto dell’opera: “Cover Me”. Nonostante tutti i brani portino la firma di Martin Gore, questo è stato scritto proprio da Gahan. Arrivati a questo punto possiamo trarre le prime considerazioni: in questa prima parte viene dato ampio spazio a sonorità più vicine al rock e al blues che all’elettronica vera e propria. Punto in comune con il precedente Delta Machine, sebbene questa volta il risultato sia nettamente superiore rispetto a quest’ultimo. La mano di Ford c’è e si sente. Ma ciò che stupisce finora di questo disco sono i toni fortemente politici delle canzoni. Martin Gore non ha mai dato cosi tanto spazio alla politica come in questo disco: da ogni angolo di ogni singolo testo traspare una critica dura alla nostra società. Addirittura un noto esponente della politica americana, Richard Spencer, si è congratulato con loro definendoli “la band portavoce della destra alternativa (alt-right)”. Il trio si è trovato molto in disaccordo su queste parole.

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La seconda parte si apre con “Eternal”, dove alla voce questa volta troviamo Martin Gore. Come da tradizione anche in questo nuovo lavoro c’è spazio per le sue esecuzioni vocali. Il primo è questa ballata di breve durata, che si distacca parecchio dal sound duro e cupo della prima parte, quasi a fare da intervallo. Non è forse la performance migliore di Gore (già in passato aveva dato dimostrazione delle sue ottime doti canore) ma sa comunque intrattenere bene l’ascoltatore, traghettandolo verso quello che, secondo il sottoscritto, è il pezzo più bello dell’intero disco:”Poison Heart”. Anche qui è decisivo il lavoro operato da James Ford, in particolare per quanto riguarda le chitarre che ben s’ intrecciano con la voce di Gahan. Momento veramente superbo. In questa seconda parte torna a riemergere con “prepotenza” la natura elettronica del gruppo, grazie anche alle tastiere di Andy Fletcher, che hanno qui il loro bel da fare. Nonostante la forte connotazione politica del disco, c’è ancora spazio per i sentimentalismi di “So Much Love”. L’album termina con due ultimi pezzi: “Poorman” e “Fail”. Il primo non è altro che una invettiva verso la politica e i suoi luoghi comuni; il secondo invece evidenzia una forte sensazione di fallimento del genere umano. Quest’ultimo brano è cantato nuovamente da Gore.

Tirando le somme, Spirit rappresenta un ritorno in grande stile per la band. E’ un buon disco nel complesso, anche se non è esente da difetti. In certi momenti tende a prolungarsi un po’ troppo (qualche riempitivo sarebbe stato meglio toglierlo) ma a parte questo è un buon risultato, che non si vedeva da molto tempo nella loro carriera. In primis ne ha giovato la produzione (ottima la scelta di Ford) così come il sound, tosto e compatto dall’inizio alla fine. Buoni i testi, molto arrabbiati e carichi. E’ un disco che vale la pena comprare? Si. Dimostrazione che, se vogliono, i Depeche Mode sono ancora in grado di fare buoni dischi. Spero mantengano questa direzione. Bravi!

 

[Mike]

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Un’idea che avevo in mente da tempo era quella di portare qui su questo blog alcuni articoli incentrati su alcuni dei maestri del cantautorato italiano. Non i grandi nomi conosciuti dal grande pubblico ma coloro che un po’ ingiustamente vengono catalogati come “artisti di serie B”. Molte di queste figure sono rimaste per anni trascurate (e ancora oggi continuano a esserlo) ma hanno portato enormi contributi alla musica italiana, essendo stati precursori di nuove tendenze musicali provenienti anche dall’oltreoceano e che esploderanno poi in pieni anni ottanta. Il primo cantautore di cui voglio parlarvi è Fausto Rossi, conosciuto anche con lo pseudonimo di Faust’O.

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Osservando attentamente questa copertina qualcuno potrebbe cogliere nella posa dell’artista un palese riferimento al Bowie di Heroes. Quel contrasto tra bianco e nero così come quegli occhi penetranti che sembrano mirare dritto all’ascoltatore ricordano effettivamente la celebre posa futurista del Duca Bianco in quella che è per l’appunto la sua opera più celebre. Semplice casualità? Non credo proprio ma è necessario fare un passo indietro per capire come stanno realmente le cose. Il 1977 è stato un anno cruciale per la storia del rock e in particolar modo per la nascita di quel movimento romantico noto come new-wave e che trova le sue radici nei Kraftwerk di Trans Europe Express ma anche nei deliri schizofrenici di un talentuoso David Byrne pronto a conquistare il mondo con la sua avanguardia musicale firmata Talking Heads (il loro disco di debutto non poteva avere titolo più significativo). Il ’77 è stato un anno epocale anche per la rivoluzione futurista di Bowie e Eno che con “Low” e “Heroes” danno inizio alla sperimentale trilogia berlinese ricca di suoni elettronici e sempre più all’avanguardia. In tutto questo grande fermento culturale comincia a farsi conoscere Fausto Rossi. Originario di Pordenone ma trasferitosi in seguito a Milano, comincia a coltivare la passione per la musica già a cinque anni studiando pianoforte. Da ragazzo comincerà a sviluppare una certa predilezione per il punk e per la nascente corrente new wave. Ritornando al disco mostrato in copertina, quest’ultimo viene dato alle stampe nel 1978 con il nome di “Suicidio” ed è a tutti gli effetti la sua opera prima. Intriso di un certo glam decadente, il disco è un fior fior di capolavoro. Le tematiche affrontate nelle dieci canzoni sono delle più delicate: vengono raccontate storie di tormenti e di dannazione, fino al gesto più estremo che un essere vivente può compiere, il suicido appunto. Ascoltandolo si ha come la netta sensazione di essere precipitati in un incubo senza fine. L’introduzione iniziale è tra le più diaboliche: i primi suoni che si percepiscono sono quelli di un telefono che squilla, il pianto stridulo di un bambino e una risata malvagia e perversa in sottofondo. Poi improvvisamente un’esplosione di tastiere introduce una melodia accattivante, sorretta da una ritmica di basso pulsante ed ipnotica. Apertura perfetta degna del miglior film dell’orrore. Ecco che parte il secondo pezzo, quello che da il titolo al disco. Il solo testo è qualcosa di veramente dissacrante ma anche un vero e proprio atto d’accusa verso il genere umano: per l’autore il vero suicidio è quello di uscire di casa e confrontarsi con un mondo a volte pieno di cretini, per i quali non proveresti compassione neppure in punta di morte. Il brano che segue è un altro gioiello del suo estro creativo: si chiama “Godi” ed è perverso sia dal punto di vista lirico che strumentale. E’ un vero e proprio invito alla trasgressione e alla libertà e i versi da Fausto recitati sembrano provenire da qualche romanzo del poeta Bukowski. Il messaggio che questo brano vuole lasciare è quello di vivere la propria vita senza tanti pregiudizi e tabù. La perversione è l’unico rimedio per combattere il perbenismo e il bigottismo che ancora oggi pervadono il mondo. Dal punto di vista dei testi Fausto si rivela un vero maestro grazie anche alla sua abilità nel raccontare i difetti e i vizi dell’essere umano con pungente ironia e sarcasmo. Prendiamo per esempio un pezzo come “Piccolo Lord”: una storia apparentemente semplice e tranquilla ma che verso la metà subisce un drastico cambio di prospettiva. Protagonista è un bambino prodigio del pianoforte di nome Harry. Costui ogni volta si ritrova a esibirsi al piano a dei noiosi ricevimenti organizzati dalla madre con lo scopo di far colpo sulle sue amiche. Quest’ultime si dimostrano però per quello che realmente sono: delle vere arpie. I loro finti sorrisi nascondono in realtà malignità e molta invidia nei confronti del talentuoso Harry tanto da sperare che prima o poi il bambino possa commettere qualche errore. La dimostrazione che l’ipocrisia domina qualsiasi ambiente, anche il più raffinato. Si ha improvvisamente un ribaltamento della situazione: il bimbo prodigio smette di suonare Chopin e comincia a dare di matto suonando una musica incomprensibile e quasi “demoniaca”. Ciò che rimane impresso è però l’atteggiamento della madre che di fronte a tale pazzia resta indifferente. Invece che scomporsi invita le sue amiche a prendere dell’altro tè quasi come se non volesse accettare l’imbarazzante situazione. Rossi però ha anche il coraggio di andare oltre e toccare un tema molto delicato come quello dell’omosessualità. “C’è un posto caldo” narra la storia di un ragazzo che prende consapevolezza della propria omosessualità grazie all’incontro con un suo ex-compagno di scuola che ai tempi si era mostrato in alcuni strani atteggiamenti con un suo coetaneo. La scoperta è vissuta dal ragazzo con un grande senso di ansia e angoscia fino a quando il compagno non lo invita a stabilirsi da lui.

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Dal punto di vista della scrittura questo disco è qualcosa di veramente superlativo ma anche sul piano musicale non è da meno. In questo album c’è di tutto: dalle ballate agli sfoghi di chitarra rock passando per brani dai toni più cupi (Benvenuti tra i rifiuti) a canzoni più allegre (Eccolo qua). Le sensazioni che trasmette sono difficile da inserire su carta. Deve essere ascoltato tutto d’un fiato. E’ un disco che va consumato. Non mi dilungo più di tanto anche perché come sapete parlare di musica non è cosa facile. Spero solo di avervi incuriosito di più riguardo a questo autore che purtroppo è stato ingiustamente lasciato nel dimenticatoio da troppo tempo. Mi auguro che le nuove generazioni possano riscoprire questi autori e i loro capolavori. Tornerò sicuramente a parlare di Fausto Rossi in futuro anche perché altre sue opere meritano di essere rispolverate. Spero che questa recensione vi sia piaciuta.

Un saluto caloroso dal vostro Mike!

 

[Mike]

Quante volte ci è capitato di ascoltare una canzone alla radio che non sentivamo da tempo immemore, senza però ricordarne l’autore? Probabilmente moltissime volte. Anche a me è capitata una situazione del genere molto tempo fa: mi trovavo dentro un supermercato in balia dei classici tormentoni radiofonici, quando ad un tratto le mie orecchie furono conquistate da una canzone che niente aveva a che fare con tutto il resto. Un pezzo di una bellezza unica, dal sapore nostalgico con un tipo che cantava accompagnato solo dal pianoforte. Riconobbi il brano, lo sentivo dentro di me e aveva quel sapore del “già sentito” solo che in quel momento non ricordavo chi fosse a cantarla. Mi informai e ben presto risalì all’autore della composizione: tale Al Stewart. Ovviamente non mi fermai solamente a questo: volevo saperne di più su questo cantautore e decisi di rispolverare il suo disco più celebre. L’album del gatto.

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Scozzese di nascita, classe 1945, Al Stewart comincia a comporre le sue prime canzoni folk presso i club e i college della Gran Bretagna, ispirandosi a modelli del calibro di Bob Dylan. Le sue sono canzoni intimiste e dalla natura romantica che tuttavia non vengono molto apprezzate in patria. I suoi primi lavori discografici infatti rimangono piuttosto anonimi sebbene contengano al loro interno molti spunti di scrittura interessanti. Il suo stile tuttavia è ancora molto acerbo e poco identificabile. Tuttavia nel 1974 Stewart comincia a diventare molto popolare in America tanto da spingerlo ad affrontare un tour negli Stati Uniti, riscuotendo un discreto successo. Questi avvenimenti gettano le basi per quella che sarà la sua fase più matura. Comincia ad incidere dischi più riflessivi e impegnati come il famoso Past, Present and Future, concept album dove traspare tutto il suo amore per la storia e la letteratura. I testi subiscono un’evoluzione e Stewart comincia ad assumere una sua identità come musicista e songwriter, anche se la vera e propria consacrazione avverrà solamente nel 1976, anno della sua svolta a livello internazionale con il celeberrimo  Year of the Cat. Mai prima di allora Al Stewart aveva goduto di tanta popolarità e successo: è un momento d’oro per lui grazie anche a quella sua hit per eccellenza che lo lancerà in vetta alle classifiche di tutto il mondo, a cominciare dalla sua stessa terra d’origine. Ma veniamo al disco.

Registrato in Inghilterra, grazie anche al supporto del produttore Alan Parsons (una maestranza nel campo dei suoni), l’album viene immesso nel mercato dalla casa discografica RCA, con la quale l’artista aveva da poco firmato un contratto. Nel giro di poco più di un mese l’album diventa disco di platino grazie anche all’enorme successo riscosso dal singolo omonimo. Tuttavia quando all’epoca Stewart scrisse la sua hit di maggior successo non poteva certo immaginare che in futuro sarebbe rimasto legato a quella canzone per sempre. Le altre tracce dell’album non hanno avuto la stessa attenzione eppure non sono da meno a livello strumentale. Questo è uno di quei dischi che io definisco perfetti, dalla prima all’ultima traccia: ogni canzone è ricca di pathos emotivo (prendiamo per esempio l’assolo di violino di “Broadway Hotel” che è veramente da pelle d’oca o la incalzante “On the Border” con quella sua chitarra flamenca irresistibile). Tante le ballate folk come l’iniziale “Lord Greenvile” che con i suoi maestosi archi conquista al primo ascolto, passando per la orecchiabile “Sand in your Shoes”, impreziosita da echi di dylaniana memoria. I testi sono ricchi di numerosi riferimenti storiografici e giocano sulla metafora dello scorrere del tempo. Vengono abbozzate delle ambientazioni e delle situazioni non sempre chiare, anzi il più delle volte confuse. Come a sottolineare che non esiste un vero e proprio ordine cronologico. Oltre alle ballate in questo disco c’è spazio anche per alcuni episodi più rock come la brillante “If it Doesn’t Come Naturally Leave It”, dove viene trattato il tema del “blocco dello scrittore”, e la ritmata “Midas Shadow”, ritratto perfetto di  un uomo abbandonato dal successo e per questo motivo entrato in profonda crisi con se stesso. Da evidenziare inoltre la cura maniacale che Stewart pone nella metrica e nel linguaggio, facendo bene attenzione a non usare parole o temi già utilizzati da altri suoi colleghi. Da lodare inoltre l’apporto di Alan Parsons nella scelta dei suoni: la sua esperienza come ingegnere del suono da anche qui i suoi frutti riconfermando ancora una volta il suo enorme talento di produttore (delle sue doti aveva già dato assaggio con “The Dark Side of the Moon” e nel 1977 si ripeterà con l’ambizioso “I Robot”, secondo album del suo famoso progetto musicale).

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Di perle questo album è stracolmo e non poteva non chiudersi con l’evergreen che ha fatto la fortuna del suo autore: “Year of the Cat”. E’ la traccia più bella di tutte per il suo forte impatto emotivo. Una ballata folk- jazz aperta da uno dei riff al pianoforte più belli di sempre e che racconta il viaggio di un uomo in Nordafrica e del suo incontro con una donna appassionata di astrologia, della quale non sa nulla ma di cui si invaghisce fortemente. La traccia dura sui circa sei minuti e al solo ascoltarla vorresti non finisse mai. La canzone prima di terminare con un piacevole effetto di dissolvenza ci regala uno struggente assolo di sax, ultimo grande momento di pathos del disco.

Come già detto prima Al Stewart ancora oggi viene ricordato principalmente per questa sua hit. I suoi dischi successivi, seppur abbiano avuto un discreto successo in patria, non hanno ripetuto il miracolo di Year of the Cat. Stupisce che il suo nome non sia finito nell’olimpo dei grandi così come stupisce il fatto che questo gioiello di disco non sia stato incluso in nessuna classifica dei migliori dischi di quell’anno. Ciò nonostante Al Stewart è ancora vivo e vegeto e continua ancora a fare concerti e ad avere un vasto seguito di fan. Un titolo questo che non può mancare nella vostra collezione insieme ad altri tre o quattro della sua produzione che meritano nonostante la loro poca fama. Alla prossima!

 

[Mike]

 

Ps : molto originale l’artwork che rimanda in tutto e per tutto al nostro amico felino!