Archivio per la categoria ‘Diario’

Intrusione psichica

Pubblicato: 9 aprile 2017 da Shiki Ryougi 両儀 式 in di Shiki, di The Butcher, Diario

[Resoconto di Shiki]

Sono chiusa in una stanza, immersa nella semioscurità come di solito mi piace fare.
Preferisco sempre avere meno stimoli sensoriali possibili, soprattutto nei momenti in cui cerco di rilassarmi e/o riflettere. Quindi le serrande sono rigorosamente abbassate quel tanto da permettere solo ad alcuni deboli raggi di sole di entrare indisturbati, le cuffie anti-rumore premono soffici ma potenti sulle mie orecchie, ovattando i suoni del mondo che mi circonda e indosso vestiti soffici e larghi, con i piedi scalzi, per permettere alla mia pelle di percepire meno tessuto possibile e superficie dalla dubbia gradevolezza.
Sono immersa nella quiete totale che ogni tanto riesco a ricavarmi con le dovute precauzioni quando all’improvviso succede l’impensabile.
Sussulto e sento il mio cuore accelerare mente percepisco la mano destra pulsare con forza. Un calore strano ma indolore la invade e, nonostante le cuffie, riesco a sentire distintamente una voce.
Non si capisce da dove provenga; sembra essere ovunque ma allo stesso tempo da nessuna parte.
Inizialmente non posso frenare la forte sensazione di fastidio in quanto vedo questo gesto come una vera e propria intrusione nella mia piccola bolla di tranquillità. Ma nel giro di qualche secondo riesco a calmarmi mentre quelle parole mi entrano in testa.
Capisco quanto sia importante prestare attenzione e quindi mi abbandono alla voce, memorizzandone ogni particolare.

[Resoconto di The Butcher]

Finalmente sono riuscito a trovare un po’ di quiete. Mentre mi siedo davanti alla finestra con un libro di Murakami in mano, ripenso agli eventi della giornata. Il rumore della stazione, il fastidioso suono di voci sconosciute, il caos delle strade. Tutto questo rimbomba ancora nella mia testa mentre cerco di calmarmi. Ora però sono tranquillo. Sono tornato a casa, nella mia stanza, nel mio rifugio. Qui il silenzio la fa da padrona e posso finalmente trovare la pace di cui ho bisogno. Apro il libro e mi faccio trascinare nel fiume di parole che leggo con voracità.
Va tutto bene. Almeno fino a quando non avverto qualcosa di anomalo. La mia mano sinistra inizia a pulsare violentemente e inizialmente provo una sensazione di paura. Poi sento una voce e penso di essere impazzito del tutto. Ma la voce ha un tono amichevole e sembra avere qualcosa di importante da dirmi. Riottengo la calma necessaria e ascolto il suo messaggio.

“A tutti i blogger là fuori, se state ascoltando questo messaggio… ma sicuramente lo state ascoltando, in caso contrario non avrebbe comunque senso chiedere se state ascoltando il messaggio, giusto? Perché andrebbe a vuoto e quindi… Scusate. Non so bene come iniziare questa cosa…
Alcuni di voi già mi conoscono, altri no. Non ha importanza. Mi chiamo PizzaDog, sono un Mighty Blogger come voi e come voi sono stato coinvolto in questa… guerra contro Ezekiel Jackson.
Non so dove siete, non so cosa avete affrontato o in che casino vi troviate, ma so esattamente cosa state passando.
Ci siamo messi in gioco mettendo a rischio le nostre anime, abbiamo dovuto dire addio alle nostre vite e ai nostri cari senza neppure poter rivelare loro alcunché e per cosa? Per una faida che non ci riguarda, una guerra di cui eravamo all’oscuro contro un nemico che a stento conosciamo.
Abbiamo dato anima e corpo affidando le nostre vite ad agenti segreti che non sono riusciti a proteggerci e di cui non possiamo neanche più fidarci ed infine qualcuno ha tradito…
Ora la SAG è sepolta, come ben saprete, i suoi agenti sono dispersi e mentre noi ci lecchiamo le ferite inflitteci dal nostro nemico, il potere di Ezekiel accresce sempre di più.
Siamo perduti, è vero. Stiamo vivendo il nostro momento più buio mentre la speranza vacilla.
Ma ora, stremato e privo di forze, io sono qui a chiedere ad ognuno di voi: siete pronti a rialzarvi? Siete pronti a fargliela pagare, a fare la cosa giusta ancora una volta nella nostra vita? Siete pronti a spendere ogni briciola di fottuta energia rimasta per affrontare il bastardo che ha dato inizio a tutto questo?
Sono qui a fornirvi gli strumenti necessari. Grazie all’aiuto di alcune… amiche e ad alcuni piccoli alleati che chiamo “prodigi” sono riuscito a mettere su una rete di comunicazione segreta in grado di occultare anche il più piccolo dei messaggi. Ne Ezekiel ne nessun’altro al mondo è in grado di tracciare questa chiamata e allo stesso modo nessuno potrà localizzare la vostra posizione. In questo modo possiamo tenerci in contatto, possiamo darci forza a vicenda.
Quindi se ricevete una chiamata rispondete.
Se captate una richiesta di aiuto accorrete, se vi trovate in difficoltà non esitate a chiedere supporto.
La forza di Ezekiel sta nella paura, la nostra nell’unione. Dobbiamo restare uniti e ristabilire l’Adunanza.
Questo è solo l’inizio.
Che le mie parole siano da monito: i Mighty Bloggers non hanno ancora finito con Ezekiel Jackson.”

[Shiki & TheButcher]

Devo assolutamente finire di scrivere altri articoli, a cui tengo molto, ma penso che sia importante parlare prima di quanto ho vissuto sabato 18 febbraio (2017), al convegno La scoperta delle Aspergirls, durante la giornata mondiale sulla Sindrome di Asperger.
L’evento si è tenuto a Roma, al Salesianum: centro congressi, organizzato dalle persone di Spazio Asperger, con la partecipazione di Rudy Simone, importante autrice americana di molti libri sulla sindrome, specialmente nelle donne.
Non mi soffermerò a raccontare di come è andata la giornata, di cosa si è parlato e delle persone che c’erano. Non parlerò nemmeno del viaggio che io e mia madre abbiamo fatto, della grande fatica e stanchezza che ho provato, dell’ansia, ecc, ecc.
Anzi, sinceramente sto andando a piede libero, per sfogare ciò che quel giorno ho capito. Ho preso coscienza di talmente tante cose tutte insieme che quasi non riuscivo a trattenermi dal piangere. Ma in fondo mi consolo del fatto che molte altre persone, sia tra il pubblico che non, hanno davvero pianto come fontane.
Da quando ho avuto la diagnosi ho capito tantissime cose che prima erano un complicato mistero, ma queste consapevolezza è arrivata per gradi, negli anni.
Prima mi è stato detto che ero DSA, precisamente dislessica e discalculica grave, ed ero un miracolo, un caso più unico che raro. Sono stata invitata a un convegno, mi hanno fatto i complimenti e mi hanno detto che ho un intelligenza sopra alla media, e tutto questo perché? Perché per anni ho lottato da sola, senza che nessuno capisse e mi aiutasse nelle mie “disabilità”. Ho anzi trovato delle strategie, in maniera del tutto inconsapevole, per andare avanti nella scuola, facendo solo la figura della capra ignorante che non studia, non si impegna, che può fare di più.
Oh, certo che potevo fare di più! Se solo avessi saputo prima perché ogni cosa era così faticosa.
Ma questo non è bastato. La diagnosi di DSA non spiegava perché i suoni erano troppo rumorosi per me e il tocco sulla mia pelle così insopportabile. Non mi dava risposte sul mio ragionare e perdermi nei dettagli, tanto da trovarmi stanca morta senza aver combinato nulla di concreto. Non mi diceva che ero autistica.
Poi è arrivata la diagnosi di Sindrome di Asperger e TUTTO ha avuto un senso, finalmente.
E’ inutile raccontarvi della mia infanzia, ma finalmente sia io che la mia famiglia avevamo la spiegazione a tutto: ecco perché non parlavo, ecco perché avevo le crisi, ecco perché sembravo sorda, ecco perché facevo sempre gli stessi giochi, ecco perché ero così ingenua ma allo stesso tempo precoce e intelligente, ecco perché ero immatura ma loquace, ecco perché ero così ripetitiva, ecco perché non capivo come comportarmi con gli altri.
Ora sono adulta però e son arrivata fino a questa età senza sapere assolutamente nulla: per me era tutto normale perché era il mio normale modo di essere e non sapevo che il mondo era diverso agli occhi degli altri. Ho creduto di essere pazza per molto tempo perché a un certo punto alcune cose le noti ma se non capisci il motivo è ovvio arrivare a pensare alle cose più orribili.
Stress post traumatico e depressione cronica, son queste le comorbilità che mi porto dietro. Principalmente la prima a causa del trauma che è stato per me crescere in un mondo che non capivo, dove ero sbagliata e il perché era semplicemente dettato dalle frasi: è pigra, è maleducata, è antipatica, è strana, è un disastro.
Ma se ero ormai consapevole di tutte queste cose dopo la diagnosi, cos’è che mi ha “sconvolto” al convegno?
L’introspezione che ho subito.
Perché è stato come sentire tante persone parlare di me, della mia vita e del mio possibile futuro. E questo, sappiatelo, vi stravolge.

Ma tali condizioni erano solo espressioni di un autismo che sarebbe stato evidente a chiunque l’avesse osservato più da vicino. […]
E’ tutto secondario rispetto all’Asperger. Divento depressa e ansiosa perché la vita è difficile: NON IL CONTRARIO.

Questo avrei potuto scriverlo io, parola per parola, ma effettivamente l’ha fatto un’altra ragazza Asperger di nome Maya, che ora ha 24 anni.
Strano, no?
L’aspettativa di vita di una ragazza con sindrome di Asperger è bassa e questo perché è più facile che subisca abusi e/o si suicidi a causa della forte depressione.
Rinchiudersi in casa, con le proprie routine e ossessioni diventa una cosa davvero allettante ma invece, dalla stessa Rudy Simone, ci è stato detto che dobbiamo uscire. A lei credo, ha visto sua sorella morire, viaggia per parlare di autismo e ha conosciuto la Temple Grandin, donna che ammiro tremendamente.
Ma uscire è metaforico e questo lo capisco persino io che tendo a prendere tutto con il significato letterale: uscire dal guscio, mettersi in gioco, trasformare i propri interessi speciali in un futuro.
E io ci sto provando sempre di più ultimamente; sopratutto dopo che ho avuto la risposta ai perché ho anche trovato uno scopo. Prima erano semplici interessi ossessivi utili solo a comprendere questo mondo in cui una persona come me, anche se lievemente autistica, è un alieno per la società. E diventa ovvio capire che in realtà servivano solo a sfogare l’ansia.
Al convegno e nei libri è stato detto che la paura è un sentimento comune a tutte le persone con autismo, che sia grave o lieve.
La depressione è una conseguenza più subdola, invece.
Una ragazzina di quindici anni, asperger, ha tentato il suicidio perché secondo lei non ha fatto nulla di davvero importante nella vita. Sembra sciocco, ma io penso la stessa cosa quasi ogni giorno e ho 25 anni.
Non riusciamo a vedere l’insieme e ragioniamo strettamente in dettagli. L’essere vivi, in salute, in un buona famiglia, dopo aver affrontato difficoltà e aver raggiunto successi non basta perché non è nulla di davvero importante. Spiegarlo a chi non ragiona come me risulta davvero troppo difficile ma pensate semplicemente a dettagli della vostra vita e non all’insieme: allora di certo crederete che niente in quei dettagli è davvero importante e degno di nota.
Una cosa importante che ho compreso questo 18 febbraio è che non bisogna nascondersi e restare a lamentarsi in un angolo. Era un dubbio che mi attanagliava da molto tempo: alcune mi dicevano di non dirlo, altre che bisognava farsi vedere e altre ancora non sapevano che rispondere.
Adesso io penso che, se si vuole davvero cambiare le cose e allentare i laccio dell’ignoranza che stringe in una morsa l’Italia, bisogna parlarne. Prima avevo qualche dubbio ma ora non più.
Si è parlato di come il mondo della scuola e degli insegnanti sia totalmente incapace di individuare i bambini/ragazzi asperger e gifted, sopratutto le femmine. E questo perché le donne sanno essere dei camaleonti: osservano e imitano per cercare di sembrare normali e lo fanno inconsapevolmente. Indossano una maschera, fin troppo stretta, che più che ingannare il prossimo inganna loro stesse.
E anche gli psichiatri non si salvano, perché non vogliono aggiornarsi e rimangano ai trattamenti di venti e/o trenta anni fa, effettuando diagnosi sbagliate di psicosi e schizofrenia persino, e assegnando farmaci inutili e deleteri. Non tutti ovviamente, ma l’Italia purtroppo è vecchia, fatta di vecchi e vive su regole vecchie.
Un’altra cosa importante è stato sentire parlare di “cattiva reputazione”. Gli autistici possono farsi una cattiva reputazione semplicemente perché sono spesso ingenui e non hanno la “Teoria della mente” che permette alle persone di comprendere le intenzioni altrui attraverso il linguaggio del corpo, il tono della voce e un’infinità di altri segnali che una come me non vede o comunque fa fatica a captare. Specificatamente noi donne/ragazze/bambine asperger possiamo passare dall’essere completamente assenti per qualcuno al troppo costanti, quindi pressanti e ossessive. Ma questo semplicemente perché vogliamo avere tutto sotto controllo, capire bene ogni dettaglio e quindi non sbagliare, senza capire invece che proprio così commettiamo l’errore. Quindi o tutto o niente; con questo ragionamento dicotomico noi viviamo la nostra vita e i rapporti con il prossimo e quindi, io nel personale, son arrivata a sentirmele dire di tutti i colori, dal “sei egoista” al “sei troppo presente”. Ma chi davvero tiene a me è rimasto e quindi anche se ancora combatto contro questo mio modo di vedere il mondo (bianco o nero) io me ne frego altamente di chi pensa che nel mio comportamento e nelle mie attenzioni ci siano secondi fini non discussi, tentativi strani e malizie. Questo è parte del mondo non autistico e quindi non mi appartiene. Nemmeno riesco a comprendere come si possano vedere tanto male in semplici attenzioni o mancanza di esse.
Di certo sono egocentrica e questo è un tratto comune. Lo so, non posso cambiarlo e lo accetto. Ma non egoista, opportunista, un parassita o semplicemente debole. Se ero debole e vittima mi sarei già ammazzata e non lo dico tanto per dire.
Riconosco la mia forza e la mia personalità, sicura di chi sono, nei miei pensieri e ideali. Prima ero semplicemente cieca.
Quindi ho vissuto una totale introspezione della mia vita autistica. Della mia vita nella sua interezza e tutto nel giro di una giornata.
Questo sconvolgerebbe chiunque.

[Shiki Ryougi 両儀 式]

Sensibleness

Pubblicato: 9 marzo 2016 da Shiki Ryougi 両儀 式 in di Shiki, Diario
Tag:, , , ,

Tranquilli, sì, lo so che sono in ritardo ma in questi giorni sono piuttosto incasinata…
Siamo giunti al centesimo articolo.
Forse per qualcuno sarà un dato davvero insignificante, di poco conto ma per noi è ben diverso. In due anni e mezzo che esiste questo blog, abbiamo dato noi stessi per scrivere di ciò che ci appassiona in modo leggero, soggettivo ma completo. Le nostre sono per lo più “recensioni” ma lo metto tra virgolette, questo perché ciò che scriviamo non può essere paragonato ai veri articoli di recensione e critica che si trovano in giro per il web. Non è nemmeno il nostro obbiettivo uguagliare quegli scritti pieni di dettagli e tecnicismi. Questo angolo nella ragnatela infinita che è internet è solo una specie di diario/archivio di ciò che pensiamo, facciamo e amiamo. Lo abbiamo ripetuto un sacco di volte ma non ci stancheremo mai di farlo; noi cerchiamo di essere il più possibile seri, meticolosi e completi ma rimaniamo comunque dei semplici appassionati che amano scrivere. Immaginate questo posto più come un raccoglitore pieno zeppo di fogli, immagini, bozze, pensieri, ecc; il tutto però più preciso, ordinato e rigoroso.
My Mad Dreams deriva proprio da questo: siamo come una mente collettiva, piena di sfaccettature, che ha il bisogno di dire e creare. Qui i nostri sogni più oscuri e segreti possono prendere forma. E, in fondo, tutti i creativi sono un po’ pazzi.

Ciò che oggi voglio condividere con voi non è il solito articolo/recensione.
E’ qualcosa di personale. Un racconto su una vicenda realmente accaduta alla sottoscritta.
Perché ne parlo?
Perché ne sentivo il bisogno.
Sentitevi liberi di leggere o di ignorare completamente quanto c’è scritto qua sotto.
A presto con la prossima recensione.

Da bambina rimasi chiusa nella palestra della scuola.
Ero sempre l’ultima a cambiarmi; le dita andavano lente mentre mi sbottonavo la maglietta, allacciavo le scarpe o infilavo i calzetti. Scosse di sensazioni partivano dai polpastrelli e mi attraversavano il corpo come corrente elettrica. Spesso rabbrividivo e stringevo i denti; dovevo concentrarmi ma era così difficile.
Per questo ero sempre l’ultima.
Per questo un giorno si scordarono di me.
Lì capii, per la prima volta, che c’era qualcosa che non andava.
Tutti i miei compagni, vestiti e sistemati, avevano abbandonato gli spogliatoi con in spalla le borse. Io dovevo ancora infilarmi i pantaloni e le scarpe.
Non ero mai rimasta sola; cominciai a sbrigarmi ma più mi agitavo e più il corpo non mi obbediva.
Uscii in corridoio trascinando la borsa e notai l’orribile silenzio.
Non c’era più nessuno. Se n’erano andati e ben presto scoprii di essere rimasta chiusa dentro la palestra.
Tenete presente che mancavano quindici minuti al suono della prima campanella, quella che segnava la fine delle lezioni. Quella che ti diceva che era il momento d’infilarsi il giubbetto, caricarsi in spalla lo zaino e mettersi in fila.
Cinque minuti dopo avrebbe suonato la seconda campanella.
Da quel momento si sarebbe scatenato il caos.
E io ero chiusa in palestra.
E io ero stata dimenticata.
In quel momento sentii dentro di me il primo frammento rompersi.
Cominciai a camminare avanti e indietro, sbattendo la borsa ovunque e chiamando aiuto. Nessuno mi rispondeva. Andai avanti così per molto tempo. Non ricordo nemmeno precisamente, ma non posso scordarmi il momento in cui arrivò il suono della prima campanella.
Dentro di me sentii esplodere una bomba. A quel punto lanciai un urlo di puro terrore e iniziai a piangere. Urlavo e piangevo.
Davo i pugni alla porta tanto da farmi male.
Ero fuori di testa.
Ogni sensazione veniva moltiplicata per mille.
I vestiti che avevo addosso si fecero improvvisamente soffocanti; credo che avrei potuto strapparli se non fossi stata abbastanza impegnata a urlare.
Ero terrorizzata. Mai avevo provato una sensazione del genere.
All’improvviso sentii una voce, la serratura scattò e io aprii la porta.
Davanti a me c’era la bidella.
Non mi ricordo se mi disse qualcosa ma io la ignorai completamente.
In lacrime, tremante, cominciai a camminare, trascinando la borsa.
Mentre piangevo disperata osservavo tutti gli studenti della scuola in fila. Avvolti nei loro caldi giubbotti, con i pesanti zaini in spalla, mi guardavano. Io passavo accanto a loro come un fantasma in pena.
Venivo totalmente ignorata e intanto non riuscivo a calmarmi.
Posso ricordare oltre cento paglia di occhi che mi osservano.
Posso ancora vederli; alcuni ridono, altri parlano, sussurrano, fanno rumore, sbattono e strisciano i piedi.
Dentro di me arrivavano una cacofonia di suoni indecifrabili mentre ogni tessuto dei miei vestiti si era trasformato in carta vetrata.
Il panico lasciava posto alla vergogna. Il tremore all’odio. Il pianto al silenzio.
Entrai in classe, dopo aver attraversato tutto il corridoio stracolmo di bambini.
Presi il mio zaino, infilai il giubbetto e mi misi in fila.
Completamente ignorata da tutti, la crisi lasciò spazio al dolore.
Dentro di me nacquero le prime domande.
I dubbi presero forma e non capii più chi ero.
Solo di una cosa ero certa: a nessuno importava di me.
Ero una tomba di emozioni.
Quindi chi avrebbe saputo di questa storia?
Nessuno.
Non ne parlai ai miei genitori, se non ben quindici anni dopo.
Di solito in pubblico preferivo sprofondare nel silenzio.
Questa fu la mia prima crisi fuori casa e la prima così violenta.
Ma l’unica cosa che potei fare allora è sentirmi un’idiota.

 

[Shiki]