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Dopo i due articoli dedicati a Dark Souls e Demon’s Souls, finalmente ritorno a parlarvi di un’opera di FromSoftware.
Sempre sotto la direzione artistica di Hidetaka Miyazaki (al contrario di come avvenne in Dark Souls 2… ma ne riparleremo; non a caso lo sto lasciando per ultimo) nel 2015 esce Bloodborne come esclusiva per playstation 4.
Successivamente ci vengono presentati i due dlc in uno sotto il nome di The Old Hunters, rilasciato nel mercato qualche mese più avanti, sempre nello stesso anno.
Premetto che, tra tutti i Souls, questo è quello che preferisco in assoluto.
Con calma vi spiegherò anche il perché.

L’inizio è tra i più misteriosi di tutti i Souls; non vi è una esaustiva opening iniziale che ci anticipa alcune cose fondamentali della trama (o forse sì? Molto poco e comunque saranno comprensibili solo una volta che si è completato il gioco), al contrario di come Demon e i Dark ci hanno abituato.
Noi siamo un forestiero qualunque che è giunto a Yharnam in cerca del sanguesmunto. Dopo aver firmato un contratto (espediente narrativo per farci scegliere e modificare il nostro personaggio) ci facciamo fare una trasfusione di sangue da un losco individuo su una sedie a rotelle e all’improvviso cadiamo come in un sogno; la clinica in cui siamo sdraiati si fa scura e una belva orribile emerge da un’enorme pozza di sangue denso. Si avvicina a noi ma come tenta di toccarci con i suoi artigli essa prende fuoco. Carbonizzata, svanisce così come è comparsa e al suo posto arrivano i Messaggeri, piccoli e pallidi omini dal viso distorto che ci guardano con curiosità.
Infine ci destiamo dal sogno mentre in testa udiamo una voce femminile che dice: “Ah, vedo che abbiamo un/una cacciatore/cacciatrice…”. (In italiano cambia a seconda del sesso scelto per il personaggio)
A questo punto abbiamo subito il controllo e possiamo esplorare l’ingresso della clinica e la prima parte di Yharnam.
All’uscita dalla clinica però troveremo un bella sorpresa: un belva orribile che sta divorando un cadavere. Saremo costretti ad affrontarlo a mani nude.
Con molta probabilità è previsto che il giocatore muoia ma, con la giusta abilità e pazienza, è possibile sconfiggere la belva.
In entrambi casi poi raggiungeremo il “Sogno del cacciatore”; se si muore con la belva ci si sveglia nel Sogno oppure lo si può raggiungere tramite la Lanterna presente più avanti.

Il Sogno del cacciatore sarà l’Hub centrale di gioco.
Da lì sarà possibile accedere alle varie zone del mondo di Bloodborne, una volta sbloccate le varie Lanterne e, successivamente, si potranno aprire i Chalice Dungeon grazie all’ottenimento in game di vari materiali e di un calice per i rituali.

Finendo di parlare di ciò che andrete a trovare nel gioco, evitando così spoiler poco gradevoli, e ragionando più sui particolari, posso dirvi che qui ritroveremo la cura per i dettagli accennata in Demon’s Souls ma purtroppo leggermente smarrita in Dark Souls uno e due. Una cura così maniacale da far impazzire, purtroppo, il frame rate, che raramente resterà fermo a 30. Questo è uno dei più gravi difetti del gioco, insieme alla telecamera poco amichevole, sopratutto contro certe Bossfight con mostri molto grandi e aggressivi; risulterà davvero frustrante perdere solo perché non si sta capendo niente di cosa accade su schermo.
Continuando a parlare dei difetti oggettivi non si può non discutere dei danni subiti dalle creature, specialmente in new game plus e nei Dungeon più avanzati. Nonostante la vitalità al 50 venivo facilmente oneshottata e questo è molto, molto fastidioso; sopratutto a causa del danno da contrattacco che porta a subire ferite spesso mortali.
Posso ben affermare che la FromSoftware non ha imparato dai propri errori, adagiandosi molto sugli allori e facendo dei difetti dei sui prodotti quasi un marchio di fabbrica; no, non si fa così. Perché restare fermi su certi sbagli evitabili quando invece si sono fatti molti passi avanti in altri campi? I giochi From non raggiungono il grado di capolavoro proprio a causa di questo lento imparare dai propri sbagli.
Ma fin qui abbiamo parlato dei difetti oggettivi del titolo. Cos’è invece ciò che potrebbe far storcere il naso a certi giocatori, non essendo però paragonabili a mancanze ed errori veri e propri?
Prima di tutto Bloodborne si discosta molto dagli altri Souls. E’ possibile personalizzare il proprio personaggio e scegliere una classe iniziale ma qui, purtroppo, le scelte andranno a cambiare poco l’esperienza di gioco. La build non è così importante ed è difficile creare personaggi differenti perché le caratteristiche saranno poche e non veramente efficaci per ottenere stili di gioco sempre diversi; quindi, se possiamo vederlo come un difetto, Bloodborne avrà una rigiocabilità molto minore rispetto ai suoi fratelli.
Un’altra cosa importante da tenere conto è la linearità con cui si sviluppa: a differenza di Demon, che permette quasi fin dall’inizio di scegliere che percorso prendere, nonostante ci sia ovviamente quello consigliato e Dark Souls 1, in cui puoi praticamente portare l’arma a + 15 ancora prima di aver suonato la campana del borgo dei non morti, qui invece ci sarà una strada obbligatoria da seguire, con poche diramazioni. E’ una scelta e non per forza un difetto, ben presente anche in Dark Souls 2 e 3, ma soggettivamente a molti può non piacere, soprattutto perché anche in questo caso si va a minare la rigiocabilità del titolo.
Ma tutto quanto è anche coerente con ciò che effettivamente vuole essere Bloodborne. Un Souls diverso.
L’unico vero appunto che posso fare personalmente a livello soggettivo è lo sbaglio di aver messo le caratteristiche come se fosse un Souls normale, quando invece non lo è. Sarebbe stato interessante introdurre un modo diverso di crescita del personaggio.

Ma se fin ora ho parlato di difetti, oggettivi e soggettivi, perché lo definisco il mio Souls preferito?
Inizio dicendo che ha tutto ciò che Demon’s Souls ha introdotto in modo acerbo.
Miyazaki ha ben due modi fare i videogiochi: ci sono quelli ben delineati nella sua mente a livello narrativo ma resi molto fumosi, poco esaustivi nelle spiegazioni e ben più eterei ai giocatori, poi ci sono i quelli che danno molte più risposte. Demon e Bloodborne appartengono alla prima categoria.
Questo va a toccare molto i gusti personali e quindi non può essere considerata una scelta criticabile.
Io, personalmente, amo questo modo di narrare. Evitando di dilungarci troppo, amo Bloodborne proprio perché è criptico. Poi ho un debole per il gotico (detto da una che da adolescente si vestiva in maniera molto tendente al gothic) e lo steampunk. Oltretutto ho un vero fascino per il mondo onirico; in poche parole Bloodborne ha tutto ciò che posso amare in un videogioco.
Ecco perché ho parlato così tanto dei suoi difetti: io non permetto ai miei gusti personali di rendermi cieca a ciò che è palesemente visibile e criticabile. Mai farsi chiudere gli occhi da ciò che si ama solo perché sì!
Ma oltre a prendermi per la gola questo gioco ha sorpreso tutti in ben due modi: prima di tutto chi vedeva i trailer si aspettava solo un mondo pieno di belve da uccidere e non [SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER] discorsi metafisici legati ad altri piani della realtà e della coscienza in un mondo onirico generato dagli incubi di esseri superiori[FINE SPOILER FINE SPOILER FINE SPOILER FINE SPOILER FINE SPOILER] e, secondo, ha il miglior sistema di combattimento di tutti i Souls.
Le armi disponibili sono poche ma cavolo se fanno impallidire la tantissime presenti in Dark Souls 2. Con la possibilità di trasformarle, persino in combo, possono determinare molti stili di gioco diversi che si basano anche sul moveset e non solo su quanto è sgrava una determinata arma. Che poi dopo certe armi siano fin troppo più forti di altre è un altro discorso…
E io mi domando come fanno certe persone a dire che Bloodborne è facile?
E’ nella sua natura essere molto veloce e aggressivo ma vanta dei boss e del ng + più difficili di tutti i Souls, secondo il modesto parere di una giocatrice che li ha provati tutti.
Quindi ditemi un po’ voi perché secondo molti è facile. Mah!
Non posso certo non dire che Miyazaki ha preso molto dai racconti di Howard Phillips Lovecraft per delineare Bloodborne ma non penso che sia il caso di ritenerlo né un difetto né un pregio. Dopotutto i suoi giochi urlano “Berserk” da ogni angolo.
Sono scelte autoriali che possono piacere o no. Di certo il dover andare a leggere Lovecraft per comprendere il gioco a molti potrebbe dar fastidio ma spero che siamo tutti d’accordo sul fatto che in questo caso si tratta solo di gusti.
Molti altri potrebbero criticarlo anche per la sua natura pesante e opprimente. Anche qui io dissento perché solo questo gioco mi ha fatto spaventare e rabbrividire, provando puro orrore, come mi accadde con Silent Hill 2.
Deve essere così, è nato così; che poi possa non piacere è un altro discorso.
E’ un gioco cattivo, dove non c’è via d’uscita e la speranza è assente; in tutto ciò è perfettamente coerente.
Io per questo lo adoro.
Ma poi, dai, davvero lo avete messo come PEGI 16?
E’ meglio che non dico niente…

Avviandoci verso la conclusione di questo articolo piuttosto lungo (e già mostrando un piccolo accenno di come voglio evolvere nello scrivere) vi narro della mia esperienza con il DLC The Old Hunters.
Posso affermare con assoluta sicurezza che una volta completato penserete al gioco senza di esso come a un lavoro totalmente incompleto. Ma infatti è proprio così.
Ormai From non vede nei DLC una semplice espansione ma piuttosto una fetta essenziale della sua narrativa; questo The Old Hunters è la migliore espansione che abbia mai provato. Aggiunge risposte importanti e una dose di emozioni unica. Senza, il gioco risulta davvero quasi vuoto. E’ la ciliegina sulla torta e allo stesso tempo il fulcro intorno al quale tutto ruota.
Contiene alcune delle bossfight migliori tra tutti i Souls, sopratutto a livello teatrale, e dona una sfida davvero pesante, ben conclusiva all’esperienza di Bloodborne.
Poi ci son ovviamente cose di cui non posso parlare a causa di spoiler ma ho amato alla follia un personaggio presente al suo interno.
Questa non è un’analisi del titolo e quindi son costretta a tirare le somme. (Sì, presto avrete un nuovo tipo di articoli, molto ben studiati… vedrete.)
Ovviamente non mi son messa a parlare di come funziona la narrativa nei Souls, cosa che ho abbondantemente discusso negli articoli precedenti, linkati all’inizio.
Avrei molto altro da dire ma il più è stato già mostrato.
Ora lascio a voi la parola.

Fear The Old Blood” [cit]

[Shiki]

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Dovete sapere che io non sono mai soddisfatta di quello che faccio. Magari all’inizio posso provare un po’ di piacere e sensazione di beatitudine ma presto queste svaniscono, lasciando un vuoto.
Mi capita con tutto e quindi anche con gli articoli scritti e pubblicati da me in questo blog.
Vi ricordate di quando parlai di To the Moon?
Questo è un esempio di un articolo che ora non mi convince per niente ma qui ogni cosa resta, non viene modificata o cancellata (a eccezioni di errori, ovviamente) e quindi rimane così com’è. Il mio obbiettivo è migliorare senza però cancellare il passato e il percorso fatto per essere giunti sino a un certo punto.

Di cosa parlerò oggi?
Recentemente, in occasione dei saldi su steam, ho acquistato A Bird Story, videogioco sviluppato con RPG Maker XP, prequel del seguito di “To the Moon”, cioè Finding Paradise (non ancora uscito).
Un gioco sempre della Freebird Games, molto breve ma intenso, che saprà farci passare momenti davvero toccanti (anche se non come il predecessore, ma ci arriviamo).

Trama:
Essa può essere descritta davvero in poche parole…
Parla di un bambino e della sua amicizia con un uccellino dall’ala spezzata.

Tutto qui?
Nì.
To the Moon e questo seguito possono essere paragonati benissimo a delle visul novel. La componente del gameplay è ridotta all’osso e il tutto sarà focalizzato sulle emozioni, le atmosfere e il raccontare una storia.
Cosa ha di diverso A Bird Story?
Principalmente la sua breve durata (ho impiegato circa un’ora mezza a completarlo) e la mancanza totale di dialoghi. In più il poco gameplay presente in To the Moon qui sarà totalmente assente.
Questo gioco ci presenta una storia muta, mista tra realtà, sogno e immaginazione, di un bambino solo.
Sappiamo solo che lui sarà il prossimo paziente, in età anziana, della dottoressa Eva Rosalene e il dottor Neil Watts, protagonisti in To the Moon.
Il nostro compito è semplicemente muovere il protagonista nella mappa e fargli fare certe azioni. Lo accompagneremo in questa breve storia composta comunque da emozioni forti ma tutto a misura di bambino; l’ingenuità, fantasia e sogno saranno l’ordinario.
Sarà mostrata una tematica molto interessante e attuale, cioè la solitudine che può provare un ragazzino senza amici e con i genitori che continuamente lavorano fuori casa. La sua vita, prima vuota, verrà riempita da questo uccellino, che il protagonista salverà da un tasso.
La sua breve durata non la considero un difetto. Vuole essere un piccolo assaggio, un frammento della vita del prossimo paziente di Rosalene e Watts.

Per quanto riguarda la parte tecnica e grafica essa presenta lo stesso stile di To the Moon ma ampliamente migliorato.
Per poter raccontare una storia priva di dialoghi qui si faranno un uso maggiore di musiche a tema, effetti particolari e animazioni degli sprite e dell’ambiente circostante. Conoscendo un po’ il mondo di RPG Maker posso assicura che realizzare anche solo un gioco così breve ma ricco di sfaccettature può richiedere molto tempo e impegno.
Ho trovato le ambientazioni leggermente più gradevoli e non perché nel gioco precedente non lo fossero, anzi, ma mi son sembrate più ben studiate e strutturate con minor spazi vuoti che non servono.
Le canzoni composte appositamente arrivano sempre al cuore e il pianoforte la fa da padrone.
Gli sprite e le loro animazioni sono dolcissimi; ci saranno scene davvero ispirate, carine e dolci, mentre altre sfoceranno nelle atmosfere evocative del mondo onirico.
Vi consiglio caldamente di provarlo, anche se non avete giocato a To the Moon (anche esso super consigliato) perché costa poco (4 euro, prezzo pieno) e vale ogni centesimo speso.
Quando si parla di videogioco come forma d’arte è questo ciò che io cerco.

 

[Shiki]

Nato nel 2008 come progetto per la Playstation 3, venne sviluppato da Project Siren e pubblicato dalla Sony sulla console portatile Playstation Vita, conosciuta bene come un parziale fallimento, superata dalla controparte di Nintendo, con una quantità di titoli più variegata e ben lusinghiera per le tasche degli acquirenti.
Nonostante tutto il gioco ricevette un’ottimo apprezzamento, sia da parte della critica che dei consumatori, tanto da permettere a Sony di presentare, dopo poco tempo, una versione rimasterizzata per la Playstation 4.
Il lavoro di remasterd è dovuto alla Blue Point Games, artefice di altri notevoli lavori, come The Ico & Shadow of The Colossus Collection, God of War Collection, Uncharted The Nathan Drake Collection, e molti altri.

Trama:
La storia di Gravity Rush inizia presentando la protagonista, Kat, che non ricorda più chi è e dove si trova. Si sveglia in un piccolo giardino nascosto, nella cittadina di Hekseville, dove incontra un misterioso gatto nero, soprannominato da lei Dusty, che la protegge e le sta vicino. Oltre ciò scopriamo subito che questo strano animale è in grado di donarle il potere di alterare la gravità.
Ben presto Kat si renderà conto che la città e i suoi abitanti sono minacciati da tempeste gravitazionali e da strani esseri chiamati Nevi. Lei, grazie ai suoi poteri, riuscirà a salvare delle persone, ma subito capirà come la gente accetti ben poco la sua presenza. Quelli come Kat vengono chiamate shifter e non sono visti di buon occhio, soprattutto perché incompresi.

Questo è l’inizio del gioco. L’evolversi della storia di Kat e delle persone che la circondano non mancheranno di farci sorride o versare qualche lacrima di commozione, ma tutto tenendo a mente che abbiamo davanti un’opera semplice.
I personaggi cadono un po’ negli stereotipi degli anime giapponesi. La protagonista è dolce e ingenua (adorabile, aggiungerei *w*), un suo amico che lavora nella sicurezza un po’ imbranato e impacciato, e così via.
Ma riesce comunque ad affascinare, lasciando però fin troppe cose in sospeso, e questo fan ben sperare sul seguito che uscirà per Playstation 4.
Io ho completato Gravity Rush molto recentemente e non ho mai giocato alla versione su console portatile, ma informandomi in giro ho raccolto un po’ di notizie utili.
Da dei non stabili 30 fps siamo passati a dei solidi 60 e a una risoluzione di 1080p, con grafica estremante pulita e fumettosa (molto anime/manga) già presente nella versione originale. Le clip di narrazione non hanno risentito del porting in quanto la storia viene raccontata tramite splendide tavole da disegno, come delle pagine di un fumetto. L’interfaccia di gioco e diversi comandi sono stati cambiati per rendere più comoda e fluida la navigazione con un DualShock 4. I tempi di caricamento si sono dimezzati, se non di più, e nel gioco troviamo già compresi i tre DLC e oltre 600 bozze e disegni.

Certamente questo titolo risente della sua natura portatile e non è competitivo con gli altri giochi per le console casalinghe. La storia, divisa in 21 capitoli, esclusi i DLC, viene scandita da molte sfide a tempo e di abilità in cui bisogna usare i poteri di Kat per vincere. Queste missioni dopo un po’ possono stancare perché risulteranno monotone e ripetitive. Ovviamente, grazie ai tempi di caricamento velocizzati, il completamento delle sfide risulterà molto meno frustrante ma sono davvero pochi i motivi che possono portare un giocatore a stancarsi. Dei geodata non sempre precisi nella mappa e delle sottigliezze possono far frustrare una persona che mira al completismo del titolo. Mi riferisco soprattutto alle sfide a tempo, non sempre troppo corrette, soprattutto se si punta all’oro (indispensabile per platinare il gioco).
Oltretutto mi ha indispettito un po’ il paralizzarsi del gioco dopo aver finito una missione; passano diversi secondi prima di poter aprire il menù e a volte questa cosa mi ha dato fastidio.
Ma non ho altri difetti da elencare, queste sono solo piccole cose.
Di certo vi innamorerete dei personaggi e delle ambientazioni. Le varie parti della città sono deliziose e ognuna con uno stile ben delineato. Per non parlare poi della colonna sonora, fantastica. Mi sono sorpresa diverse volte a canticchiarla.
Oltretutto i poteri di Kat sono fantastici e facilissimi da padroneggiare. Le abilità speciali sono poche ma utilissime, ed è questo che importa. Il poter annullare la gravità e manipolarla come si vuole rende questo gioco un open world. Non ci sarà punto della mappa che non potrete raggiungere. Anzi, l’esplorare premia perché permette di trovare numerose gemme preziose che servono a far crescere l’esperienza del personaggio. Infatti il gioco ha anche una piccola natura gdr.
Sarà possibile far salire i parametri di Kat, come velocità, tempo di ricarica delle abilità, ecc, e scegliere così il suo sviluppo. Poi le migliorie si sentono eccome. A fine gioco ti ritrovi a non avere più limiti e le sfide diventano molto più facili da completare.
L’avventura di Kat pecca un po’ di longevità ma lascia spazio a molte speculazioni sul prossimo capitolo, sperando in uno sviluppo davvero originale e ben più maturo.
In più il seguito nascerà proprio per Playstation 4 e senza più i limiti della console portatile, sono davvero curiosa di vedere come gestiranno il lavoro.

Concludo dicendo che ho amato questo gioco, che ho completato al 100%, e lo consiglio vivamente a chiunque. Vi ricordo soltanto di tenere ben a mente ciò che ho detto: merita di essere giocato e goduto, ma con le dovute precauzioni.
Questa versione rimasterizzata è davvero un lavoro degno di nota e lodevole.
Spero proprio che riuscirà a farvi emozionare, come ha fatto con me e The Butcher.

 

[Shiki]