Perdonatemi se questo articolo arriva con un po’ di ritardo ma in queste ultime settimane sono stato molto impegnato e non sono riuscito a ritagliarmi il tempo necessario per terminarlo.
Prima di cominciare però voglio fare un’opera di bene e pubblicizzare il canale Youtube di un ragazzo che ho conosciuto e che seguo ormai da qualche anno. Si chiama Manfredi Botta e nei suoi video si diverte a parlare di musica alternando riflessioni molto interessanti a delle esibizioni di pezzi storici con la chitarra. Come dico sempre, trovare uno youtuber che parla di musica oggi come oggi è cosa assai rara e quando ho il piacere di scoprirne qualcuno non posso che consigliarlo. Quindi, se volete, fate un salto sul suo canale. Non ve ne pentirete!

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Un altro Record Store Day è da poco passato e ancora tante persone non hanno ben chiaro il significato di questa iniziativa. Se escludiamo gli appassionati e gli addetti ai lavori, la maggior parte della gente ignora completamente l’esistenza di questa ricorrenza. Ogni anno c’è sempre qualcuno che mi chiede “Mike ma che cos’è questo Record Store Day di cui sento tanto parlare?”. Ebbene signori, credo sia giunto il momento di fare un po’ di chiarezza e spiegare meglio di che cosa si tratta. Il Record Store Day è una giornata nella quale vengono celebrati i tanti negozi di dischi indipendenti sparsi per il globo. Si festeggia ogni terzo sabato del mese di Aprile (di ogni anno naturalmente) ed è nata ufficialmente nel 2007 negli Stati Uniti d’America. E’ statunitense infatti il creatore di questa celebrazione. Costui si chiama Chris Brown e lavora come impiegato in un negozio di musica indipendente. La sua idea ha riscosso così tanto successo da essere poi allargata a tutto il mondo. I negozi che partecipano all’iniziativa organizzano degli eventi molto speciali per l’occasione: solo per quel giorno è possibile trovare tra gli scaffali delle vere e proprie chicche (dischi di una certa rarità, bootleg o live che normalmente  sono difficile da reperire).  Per esempio quest’anno tra le uscite più interessanti ci sono state il 45 giri di “Ragazzo solo, ragazza sola” (la Space Oddity in versione italiana) con Bowie che canta in italiano su testo di Mogol. Ma non solo. Per gli amanti dei Pink Floyd è stato possibile accaparrarsi una nuova versione di “Interstellar Overdrive”, tratta dalle storiche session dell’album di debutto. Accontentati anche i fan di Prince e di Bruce Springsteen con riedizioni di loro album storici ristampati in vinile. Anche sul fronte italiano non sono mancate le novità ( da segnalare la ristampa in vinile di “17 Re” dei Litfiba, disco non proprio facile da trovare). Tuttavia il Record Store Day non si ferma soltanto a questo. Sono tantissimi gli eventi che vengono organizzati nei negozi più importanti: dalle apparizioni degli artisti noti che si esibiscono dal vivo per la gioia dei loro fan alle tante mostre dove è possibile ammirare veri e propri cimeli d’autore. Inoltre ogni anno viene nominato un ambasciatore il cui ruolo è quello di sponsorizzare questo grande evento: negli anni passati per esempio sono intervenuti nomi di punta come i Metallica, Iggy Pop, Ozzy Osbourne, Jack White, Dave Grohl e Josh Homme. Quest’anno per la decima edizione mi ha fatto molto piacere il fatto che sia stata scelta un’ambasciatrice donna non da poco: St. Vincent. Musicista di grande talento che ha avuto modo nel suo percorso musicale di cimentarsi in collaborazioni di prestigio (prima fra tutte quella con David Byrne). Autrice di dischi molto raffinati ed eleganti come “Actor” e “Marry Me”, quest’ultima recentemente si è dedicata anche al cinema scrivendo e dirigendo il suo primo cortometraggio horror dal titolo “XX”.

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Tuttavia negli anni si è andato un po’ perdendo lo scopo per il quale questa festa è nata ossia quello di riportare la gente nei negozi. Oggi in un’era dominata dalla concorrenza di Amazon per i negozi indipendenti è sempre più difficile riuscire a restare a galla. Il Record Store Day doveva in qualche modo puntare alla loro salvaguardia . Il problema è che è inutile festeggiare i negozi di dischi solo in questa specifica ricorrenza per poi abbandonarli per tutto il resto dell’anno. Secondo la mia opinione il Record Store Day ha un po’ fallito in questo senso perché ogni anno sono diversi i negozi di musica che continuano a chiudere. Pezzi di storia che stanno pian piano scomparendo. Mi auguro che prima o poi ci sia una ripresa in questo senso ma sarà molto difficile.

Con questo chiudo questo mio breve articolo, augurandomi che sia stato di vostro gradimento . Sul sito ufficiale trovate la lista di tutte le uscite discografiche di quest’anno. Detto questo vi saluto e vi do appuntamento al prossimo articolo!

 

[Mike]

Ed eccoci nella seconda parte dell’articolo dedicato alla saga giapponese di The Ring.
Il prossimo film di cui tratteremo è Spiral, diretto questa volta da Joji Iida.
La particolarità della pellicola è che uscì nello stesso anno di Ring e viene considerato anch’esso come un secondo capitolo. Purtroppo fu un flop al botteghino e non ricevette ottime critiche e per questo motivo venne considerato come un capitolo a se stante, una specie di What If.
Spiral non è un brutto film, alcune tematiche e idee qui presenti sono molto interessanti, ma purtroppo è un’occasione mancata e l’anello debole dei quattro film di The Ring.

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Trama:
Mitsuo Andou è un patologo che tenta più volte il suicidio dopo la morte di suo figlio, ma, quando ci prova, non ha il coraggio di andare avanti. Un giorno gli viene chiesto di fare l’autopsia al cadavere di Ryuji Takayama, un tempo suo amico. Durante l’autopsia però Ryuji avverte Mitsuo e gli lascia un indizio che lo porterà a una videocassetta maledetta.

Spiral purtroppo non vanta di grande successo tra i fan, nonostante abbia un potenziale che poteva essere sicuramente sfruttato meglio. Questa pellicola è ispirata all’omonimo libro scritto sempre da Koji Suzuki. Sfortunatamente non ho letto l’opera in questione ma informandomi ho scoperto che la pellicola se ne discosta abbastanza anche se riprende alcuni argomenti che mi hanno affascinato durante la visione.

Le tematiche in questione sono quelle del virus e della rinascita. Nel primo caso si parlerà di come la maledizione di Sadako si diffonda in vari modi, non solo attraverso le videocassette, ma anche tramite qualsiasi contatto con le vittime e di come queste diventino a loro volta portatori del virus (che in questo caso ricorda molto quello del vaiolo).
Sarebbe bello approfondire la tematica inerente alla rinascita ma così rischierei di rivelare troppo al pubblico. Sta di fatto che ha una grande importanza per il film anche se non viene spiegato perché succede una certa cosa (cosa che nel libro invece c’è). Per via di questa mancanza la questione mi ha convinto a metà nonostante l’argomento sia stato utilizzato molto meglio di The Ring 3 (e questa è una cosa che non perdonerò mai a quel film).

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I grandi difetti di Spiral sono a mio avviso le scene troppo lente. Non fraintendetemi, anche le altre tre pellicole sono lente ma nel loro caso è un punto di forza mentre qui no. Alcune sequenze sono troppo lunghe e inutilmente lente e rendono certi momenti davvero pesanti soprattutto nei momenti chiave, cosa ancor più grave. Anche il finale, che davvero poteva essere qualcosa di grandioso, stucca per via della lentezza e della lunghezza dell’intera scena.

Altro fattore negativo è la figura di Sadako. Non trovo sbagliato il voler “evolvere” una figura come la sua ma quest’evoluzione si è dimostrata abbastanza superficiale facendo perdere molto interesse nei confronti di un personaggio centrale.

Nonostante tutto continuo a dire che Spiral non sia un brutto film e ciò lo si può vedere attraverso il protagonista, Mitsuo, probabilmente il personaggio meglio caratterizzato dei quattro film oltre che quello più umano.
Lui è depresso, soffre parecchio per la perdita di una persona a lui cara e tenta più volte il suicidio senza però riuscirci. Oltre ciò si dimostra anche molto egoista. L’esempio lampante è il comportamento che ha verso Mai Takano. Non vuole stare insieme a lei perché la ama, ma perché ha paura e ha bisogno di qualcuno che lo rassicuri. Questo egoismo esplode poi in un punto importante della storia dando un lato estremamente umano (e negativo) del personaggio.

La pellicola poteva essere resa molto meglio ovviamente, ma non per questo è da dimenticare o disprezzare visto che ha dei momenti in cui sa splendere.

Per finire ora parliamo di Ring 0: Birthday, uscito nel 2000 e diretto da Norio Tsuruta e basato sul romanzo breve Lemonheart di Koji Suzuki.

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Trama:
Gli eventi sono ambientati prima della morte di Sadako e avranno lei come protagonista. Vedremo il suo periodo trascorso a Tokyo quando era ancora in vita e la sua entrata in una compagnia teatrale dove si innamorerà di un membro di quest’ultima. Purtroppo la sua non è una vita normale come quella degli altri e la compagnia teatrale si accorgerà di questa sua stranezza e inizieranno ad avere paura di lei. Come se non bastasse una giornalista sarà sulle tracce di Sadako, ossessionata da lei.

Se dovessi trovare un modo per poter descrivere questa pellicola, credo che la definirei una tragedia. D’altronde sappiamo tutti, arrivati a questo punto, cos’è successo a Sadako ma nessuno sa com’era in vita e come conducesse la sua esistenza. Per questo immagino che molti saranno sorpresi di vederla come una ragazza timida e chiusa che fa fatica a relazionarsi con le persone.
Il suo problema sono i poteri che ha, poteri che non riesce a controllare ma non c’è solo questo. Il suo vero problema è “l’altra” Sadako. Cosa voglio dire con questo? Guardatevi il film e capirete.
Oltre ciò avrà delle difficoltà con gli altri membri della compagnia perché, come ho detto in precedenza, questi avvertiranno qualcosa di strano in lei, come se fosse un’anomalia e ne sono spaventati. Quando poi inizieranno ad accadere eventi particolari, gli occhi di tutti cadranno su di lei, trasformando così la loro paura in odio.

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Una parte centrale del film, oltre alla tematica dell’odio, sarà la storia d’amore tra Sadako e Hiroshi Tôyama, un ragazzo della compagnia. Non sarà di certo una relazione originale ma il rapporto e l’affetto dei due si dimostra realmente sincero e innocente, cosa che apprezzo parecchio.
La storia però è una tragedia e, se avete visto gli altri film, potete immaginare come andrà a finire. Forse, se avessero cercato di capire Sadako, le cose sarebbero andate diversamente e avrebbero potuto vedere una persona capace di aiutare gli altri e invece hanno creato un mostro ricolmo di odio e rancore, con l’intento di diffondere il suo dolore.

Birthday non è esente da difetti. Alcune spiegazioni sono state raccontate un po’ in fretta mentre il personaggio della giornalista ossessionata da Sadako non darà alcuna motivazione per quello che farà. Quest’ultimo però è un difetto soggettivo. Forse hanno voluto volontariamente omettere i motivi che la spingono ad agire (anche se sul libro viene spiegato), ma personalmente avrei preferito dei chiarimenti.

E con questo si conclude sia l’articolo che l’argomento The Ring. E’ stato un progetto davvero affascinante da portare sul nostro blog e penso che lo rifarò con altri titoli.
Spero che questi articoli vi siano piaciuti!

 

[The Butcher]

Non è passato molto tempo da quando vi ho parlato di Ico e Shadow of the Colossus.
Posso ritenermi fortunata; Shadow of the Colossus venne pubblicato nel lontano 2005 per Playstation 2 e da allora ci son voluti circa undici anni prima che il mondo di Fumito Ueda vedesse la luce con un terzo capitolo. Io ho dovuto attendere molto poco, visto che sono venuta a conoscenza di questi giochi solo un anno fa, circa (per poi amarli tantissimo, ma credo che ormai non ci siano più dubbi in proposito).
La sua storia di sviluppo travagliata ha lasciato un segno indelebile, gettando ombre sul tanto discusso The Last Guardian.
Andando con ordine, stiamo parlando di un gioco uscito il 7 dicembre 2016 per Playstation 4 (esclusiva sony), del Team Ico, sotto la direzione di Fumito Ueda.

Trama:
Noi siamo un bambino (che da ora in poi chiamerò Suna, nome non canonico deciso dallo youtuber Sabaku no Maiku durante la sua blind run) che si risveglia in una strana grotta, accanto a una belva mangia-uomini; un trico.
All’inizio il bambino, spaventato, si allontana dall’animale, per poi accorgersi di avere la quasi totalità del corpo ricoperta da strani tatuaggi neri. Non sa dove si trova e come ci è arrivato ma gli sarà quasi subito chiaro che avrà bisogno dell’aiuto della grossa fiera per andarsene da lì. Di contro, l’animale è legato, ferito e spaventato. Dovrà aiutarlo e conquistarsi la sua fiducia.

E’ ovvio che l’amicizia tra Suna e Trico sarà un elemento cardine, sia di gameplay che di trama. Quasi scontato si potrebbe dire, ma per fortuna ci saranno delle bellissime sorprese.
Ci sono tante cose da dire così ho pensato di parlare di ciò che mi è piaciuto o meno e dei difetti oggettivi del titolo, per poi passare a discorsi più completi, aperti alle speculazioni e quindi full spoiler.
Nel momento in cui inizierò a fare spoiler vi avvertirò, quindi continuate la lettura tranquillamente.

The Last Guardian si rivela essere il gioco meno riuscito di Ueda; a differenza dei due precedenti capolavori, questo terzo capitolo ha tentato di ricavarsi un posto nel mezzo, cercando di trasformarsi in un ibrido.
Infatti da una parte abbiamo il castello di Ico, una prigione da cui fuggire, e dall’altra l’immensità di Shadow of the Colossus. L’idea di unire le due cose non era affatto male ma è riuscita in parte, con i difetti di telecamera e i cali di frame rate che rovinano l’immersione in ciò che ci circonda e gli enigmi fin troppo semplici e lineari che solo vagamente fanno pensare all’intricato ma coerente castello della Regina.
The Last Guardian ricorda più un’avventura grafica; non ci sarebbe nulla di male se non fosse stato venduto come un puzzle game.
Oltretutto l’enorme attesa e la campagna pubblicitaria di Sony hanno fatto arrivare il gioco anche nelle case di chi non era adatto a vivere un’esperienza simile, che fa leva sui sentimenti e la potenza visiva, portandolo a ricevere critiche ingiuste e fin troppo negative.
Oggettivamente ci sono dei difetti, come la telecamera che negli spazi chiusi impazzisce, provocando forte nausea, i comandi poco precisi e il frame rate che cala spesso nella playstation 4 (molto meno nella versione pro), ma rimane un’esperienza videoludica altamente sopra alla media.
Andando verso un’analisi maggiormente pignola, possiamo dire che mi è dispiaciuto moltissimo non avere oggetti speciali che potenziassero Suna e/o Trico, come nei precedenti capitoli (le armi segrete in Ico e gli equipaggiamenti in Shadow of the Colossus), ma solo meramente estetici.
Un’altra cosa che non mi è piaciuta, parzialmente soggettiva, è stata l’ideazione dei trofei: fatta di fretta e molto a caso. Sopratutto non apprezzo per niente quelli dei combattimenti contro le armature (i comandi danno fin troppi problemi e poi non è un gioco action) e quello di ascoltare tutti i suggerimenti del narratore.
Un aggiunta particolare è stata proprio quest’ultima: il narratore, che sapremo essere il bambino da adulto fin da subito, permette di comprendere meglio certe cose del mondo che ci circonda ma dall’altro lato spezza la tensione (in questo modo dall’inizio sapremo che il bambino ha concluso positivamente la sua avventura), rovinando anche certi momenti, dove avrei preferito il silenzio dei precedenti capitoli.

Ciò che mi ha infastidito finisce qui (esclusa una piccola cosa che dirò nella parte full spoiler) in quanto in realtà io il gioco l’ho amato.
Trico, in special modo, è stupendo. Mai avrei pensato che una bestia artificiale potesse emozionarmi così tanto e farmi provare puro affetto. E’ fottutamente vero; i suoi modi di comportarsi e di muoversi, come pian piano si affeziona a Suna, il modo di mangiare, nuotare, volare, ecc, ecc. E’ la migliore intelligenza artificiale mai vista. Un ibrido perfetto tra diversi animali (gatto, cane, capra, volpe e uccello, soprattutto), combinato in tal modo da renderlo unico ma reale. Lui, così come i suoi simili.
Come ho già detto all’inizio, l’amicizia tra i due protagonisti sarà cruciale ma per niente scontata. Basteranno pochi elementi per rendere il rapporto unico, soprattutto il forte colpo di scena finale (secondo me uno dei più sconvolgenti di tutti i giochi del Team Ico).
Il progredire del rapporto sarà graduale e questo si noterà fortemente nel comportamento di Trico; da più distaccato diventerà maggiormente attivo e ubbidiente (tranne nei casi in cui l’intelligenza artificiale s’incanta… ma in questo caso sarà “facile” sbloccarla tramite piccoli “trucchi”, come scendere da lui per poi risalire e/o spostando il bambino, impartendo ordini precisi – per quanto il difetto dei comandi sia reale), richiedendo anche coccole e carezze.
Senza fare qualche anticipazione a chi ancora non ha provato il titolo, non posso dire molto altro…
Questo si rivela essere in parte il meno criptico tra i lavori di Ueda e il più buonista, purtroppo senza raggiungere il grado di capolavoro dei precedenti, pur rimanendo arte ai miei occhi. Non posso dire che oggettivamente lo sia, ma ci si avvicina parecchio.
Le emozioni che dona sono molto forti.

Spoiler, Team Ico e qualche speculazione

Ritornando a ciò che non ho apprezzato molto, è proprio la semplicità stessa del finale (specialmente l’ultima scena dopo i titoli di coda), insieme alle aggiunte che però non danno risposte ai vecchi quesiti sul mondo del Team Ico.
La domanda che ci si pone maggiormente è quando sarebbe ambientata l’avventura. Successivamente arriva il quesito sul “dove”.
Prendendo per vero che Shadow of the Colossus in realtà è un prequel di Ico, sicuramente The Lasta Guardian o è ambientato prima di tutto o alla fine di tutto. Al massimo nello stesso periodo di Shadow of the Colossus.
Io punto su quest’ultima opzione.
Cosa me lo fa pensare?
Sia le corna che gli occhi dei trico ricordano fin troppo (così come la luce che emettono) i Colossi.
E poi queste statue, presenti nel castello di Ico, mi rendono sospettosa (ricordano i trico, con non a caso dei bambini nella pancia, anche se qui hanno le corna…). Ciò fa pensare che in ordine cronologico gli eventi nel castello della Regina sono i più recenti. (E la luce è sempre la stessa; quella magia azzurra).

Il “dove” è il mistero maggiore. Avrei preferito qualcosa che mi facesse capire che la Forbidden Land fosse vicina o lo stesso luogo. Ma ci sono delle cosa che fanno riflettere: l’ambiente intorno al Nido è simile, per flora e conformazione, alla Forbidden Land (pur non essendo lei) e l’architettura delle rovine di quest’ultima è la stessa delle costruzioni che troviamo in TLG (riflettendo bene sul fatto che tutti i protagonisti dei giochi vengono da villaggi rudimentali insediati in mezzo alle foreste, profondamente differenti dai luoghi sopra descritti – poi si capisce bene come sia Wander che Trico facciano una lunghissimo viaggio per raggiungere la loro meta). Quelle in Ico invece sembrano “recenti” ma al tempo stesso più primitive.
Infine il Signore della Valle, cos’è?/chi è?
Su quest’ultima domanda si può speculare tantissimo ma credo che ci farò un articolo a parte. Parlerò maggiormente delle mie idee, delle mie fantasie, del legame tra Dormin, la magia, le civiltà del passato, ecc, ecc.
Escludo la presenza di entità aliene (c’è chi si adatta a questa idea), propendendo di più a qualcosa ispirato al mito di Atlantide.
Molto Significativo a tal proposito è il cartone disney “Atlantis”…

Ma ne riparleremo (purtroppo non so quando).

Fine Spoiler

Per ora vi saluto qui, sennò rischio di scrivere un articolo chilometrico e sconclusionato.
Ma vi rimando alle mie due fanfiction.
Pian piano ne arriveranno altre (insieme alle discussioni qui sul blog) per illustrare come io immagino questo fantastico mondo.

Sperando di poter tornare a parlare presto del Team Ico.

[Shiki Ryougi 両儀 式]