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Un’idea che avevo in mente da tempo era quella di portare qui su questo blog alcuni articoli incentrati su alcuni dei maestri del cantautorato italiano. Non i grandi nomi conosciuti dal grande pubblico ma coloro che un po’ ingiustamente vengono catalogati come “artisti di serie B”. Molte di queste figure sono rimaste per anni trascurate (e ancora oggi continuano a esserlo) ma hanno portato enormi contributi alla musica italiana, essendo stati precursori di nuove tendenze musicali provenienti anche dall’oltreoceano e che esploderanno poi in pieni anni ottanta. Il primo cantautore di cui voglio parlarvi è Fausto Rossi, conosciuto anche con lo pseudonimo di Faust’O.

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Osservando attentamente questa copertina qualcuno potrebbe cogliere nella posa dell’artista un palese riferimento al Bowie di Heroes. Quel contrasto tra bianco e nero così come quegli occhi penetranti che sembrano mirare dritto all’ascoltatore ricordano effettivamente la celebre posa futurista del Duca Bianco in quella che è per l’appunto la sua opera più celebre. Semplice casualità? Non credo proprio ma è necessario fare un passo indietro per capire come stanno realmente le cose. Il 1977 è stato un anno cruciale per la storia del rock e in particolar modo per la nascita di quel movimento romantico noto come new-wave e che trova le sue radici nei Kraftwerk di Trans Europe Express ma anche nei deliri schizofrenici di un talentuoso David Byrne pronto a conquistare il mondo con la sua avanguardia musicale firmata Talking Heads (il loro disco di debutto non poteva avere titolo più significativo). Il ’77 è stato un anno epocale anche per la rivoluzione futurista di Bowie e Eno che con “Low” e “Heroes” danno inizio alla sperimentale trilogia berlinese ricca di suoni elettronici e sempre più all’avanguardia. In tutto questo grande fermento culturale comincia a farsi conoscere Fausto Rossi. Originario di Pordenone ma trasferitosi in seguito a Milano, comincia a coltivare la passione per la musica già a cinque anni studiando pianoforte. Da ragazzo comincerà a sviluppare una certa predilezione per il punk e per la nascente corrente new wave. Ritornando al disco mostrato in copertina, quest’ultimo viene dato alle stampe nel 1978 con il nome di “Suicidio” ed è a tutti gli effetti la sua opera prima. Intriso di un certo glam decadente, il disco è un fior fior di capolavoro. Le tematiche affrontate nelle dieci canzoni sono delle più delicate: vengono raccontate storie di tormenti e di dannazione, fino al gesto più estremo che un essere vivente può compiere, il suicido appunto. Ascoltandolo si ha come la netta sensazione di essere precipitati in un incubo senza fine. L’introduzione iniziale è tra le più diaboliche: i primi suoni che si percepiscono sono quelli di un telefono che squilla, il pianto stridulo di un bambino e una risata malvagia e perversa in sottofondo. Poi improvvisamente un’esplosione di tastiere introduce una melodia accattivante, sorretta da una ritmica di basso pulsante ed ipnotica. Apertura perfetta degna del miglior film dell’orrore. Ecco che parte il secondo pezzo, quello che da il titolo al disco. Il solo testo è qualcosa di veramente dissacrante ma anche un vero e proprio atto d’accusa verso il genere umano: per l’autore il vero suicidio è quello di uscire di casa e confrontarsi con un mondo a volte pieno di cretini, per i quali non proveresti compassione neppure in punta di morte. Il brano che segue è un altro gioiello del suo estro creativo: si chiama “Godi” ed è perverso sia dal punto di vista lirico che strumentale. E’ un vero e proprio invito alla trasgressione e alla libertà e i versi da Fausto recitati sembrano provenire da qualche romanzo del poeta Bukowski. Il messaggio che questo brano vuole lasciare è quello di vivere la propria vita senza tanti pregiudizi e tabù. La perversione è l’unico rimedio per combattere il perbenismo e il bigottismo che ancora oggi pervadono il mondo. Dal punto di vista dei testi Fausto si rivela un vero maestro grazie anche alla sua abilità nel raccontare i difetti e i vizi dell’essere umano con pungente ironia e sarcasmo. Prendiamo per esempio un pezzo come “Piccolo Lord”: una storia apparentemente semplice e tranquilla ma che verso la metà subisce un drastico cambio di prospettiva. Protagonista è un bambino prodigio del pianoforte di nome Harry. Costui ogni volta si ritrova a esibirsi al piano a dei noiosi ricevimenti organizzati dalla madre con lo scopo di far colpo sulle sue amiche. Quest’ultime si dimostrano però per quello che realmente sono: delle vere arpie. I loro finti sorrisi nascondono in realtà malignità e molta invidia nei confronti del talentuoso Harry tanto da sperare che prima o poi il bambino possa commettere qualche errore. La dimostrazione che l’ipocrisia domina qualsiasi ambiente, anche il più raffinato. Si ha improvvisamente un ribaltamento della situazione: il bimbo prodigio smette di suonare Chopin e comincia a dare di matto suonando una musica incomprensibile e quasi “demoniaca”. Ciò che rimane impresso è però l’atteggiamento della madre che di fronte a tale pazzia resta indifferente. Invece che scomporsi invita le sue amiche a prendere dell’altro tè quasi come se non volesse accettare l’imbarazzante situazione. Rossi però ha anche il coraggio di andare oltre e toccare un tema molto delicato come quello dell’omosessualità. “C’è un posto caldo” narra la storia di un ragazzo che prende consapevolezza della propria omosessualità grazie all’incontro con un suo ex-compagno di scuola che ai tempi si era mostrato in alcuni strani atteggiamenti con un suo coetaneo. La scoperta è vissuta dal ragazzo con un grande senso di ansia e angoscia fino a quando il compagno non lo invita a stabilirsi da lui.

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Dal punto di vista della scrittura questo disco è qualcosa di veramente superlativo ma anche sul piano musicale non è da meno. In questo album c’è di tutto: dalle ballate agli sfoghi di chitarra rock passando per brani dai toni più cupi (Benvenuti tra i rifiuti) a canzoni più allegre (Eccolo qua). Le sensazioni che trasmette sono difficile da inserire su carta. Deve essere ascoltato tutto d’un fiato. E’ un disco che va consumato. Non mi dilungo più di tanto anche perché come sapete parlare di musica non è cosa facile. Spero solo di avervi incuriosito di più riguardo a questo autore che purtroppo è stato ingiustamente lasciato nel dimenticatoio da troppo tempo. Mi auguro che le nuove generazioni possano riscoprire questi autori e i loro capolavori. Tornerò sicuramente a parlare di Fausto Rossi in futuro anche perché altre sue opere meritano di essere rispolverate. Spero che questa recensione vi sia piaciuta.

Un saluto caloroso dal vostro Mike!

 

[Mike]

Quando si pensa ai Goblin il collegamento con le pellicole del regista Dario Argento diventa subito automatico. Molto spesso si commette però l’errore di identificare questi musicisti come “soli compositori di celebri colonne sonore per film dell’orrore”, dimenticando che i Goblin inizialmente sono nati come gruppo progressive. All’alba degli anni ’70 infatti il nostro stivale subiva l’influenza esercitata dalle band prog di matrice inglese come i King Crimson (iniziatori del genere), gli Yes, i Genesis o gli Emerson Lake & Palmer, solo per citare i più famosi. Londra era così diventata in poco tempo il fulcro della scena musicale e meta di viaggio per tantissimi musicisti che non volevano perdersi l’occasione di assorbire completamente la lezione dei maestri britannici.

Tra questi spiccano in particolare un gruppo di ragazzi italiani capitanati da Claudio Simonetti, figlio d’arte del noto compositore Enrico Simonetti. E’ l’inizio del progetto Goblin e dei suoi primi esperimenti musicali che tuttavia passano quasi inosservati. Il forte scoraggiamento per gli scarsi risultati ottenuti costringono così il gruppo a tornare in Italia dove l’incontro fortuito con il regista Dario Argento cambia di fatto le carte in tavola. Arrivano così le prime celebri colonne sonore come Profondo Rosso e Suspiria. Tuttavia non molti sanno che la band si è cimentata raramente anche con musica non concepita come colonna sonora. E’ il caso questo di “Il Fantastico Viaggio Del Bagarozzo Mark”, un’opera rock autonoma. Un disco molto particolare e sottovalutato che mi sento in dovere di consigliarvi e che non può mancare nella vostra discografia. Che siate amanti dei Goblin oppure no, dovete assolutamente ascoltarlo!

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Molti di voi magari si chiederanno perché, tra tanti capolavori come Profondo Rosso, Suspiria, Tenebre o La Via Della Droga, io abbia scelto di parlare proprio di questo. In primis perché è il primo disco con il quale mi sono avvicinato all’arte di Simonetti e soci. Secondo, guardate la copertina. Non è favolosa!? Sicuramente è molto bizzarra ma non lasciatevi ingannare da quel bagarozzo spalmato in primo piano. Non è un album allegro e fiabesco come può sembrare osservando la cover. Anzi, a dirla tutta è uno dei lavori più oscuri e tenebrosi da loro mai concepiti (non che abbiano mai fatto cose gioiose e solari, intendiamoci). Stiamo parlando di un concept-album il cui filo conduttore è la droga. Tema non per nulla nuovo ai nostri. Teniamo anche conto che l’album è stato pubblicato nel 1978, periodo nel quale la grande stagione del prog stava ormai volgendo al tramonto a causa dell’ondata punk proveniente dal Regno Unito. Potrebbe essere stata questa la causa principale dell’insuccesso del disco. Un flop talmente clamoroso da indurre gli stessi autori a non cimentarsi più in prove di questo genere. Di fatto questo insieme al precedente Roller (1976) costituiscono gli unici casi isolati di musica non legata a film nella loro discografia, con la sola differenza che il secondo è interamente strumentale. Il Fantastico Viaggio Del Bagarozzo Mark è l’unico lavoro dei “folletti” a contenere al suo interno parti vocali. A ricoprire lo “scomodo” ruolo di cantante (dico scomodo perché nessuno di loro aveva mai cantato prima d’ora) spetta a Massimo Morante, che sebbene non si trovi molto a suo agio in tale veste, riesce a dare un’interpretazione più che soddisfacente. I critici purtroppo non saranno della stessa idea e ci andranno giù pesante con lui. Tornando alla trama dell’album, viene narrato attraverso metafore e allusioni il mondo della droga e gli effetti da essa generati su chi ne abusa. Protagonista è Mark, abitante della terra di Goblin, dalle dimensioni molto ridotte. Un bagarozzo per l’appunto.

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Le atmosfere di quest’opera sono tendenzialmente dark e non potevano essere diversamente, data la scabrosità del tema affrontato. Perfetto esempio di tutto ciò sono le prime due tracce (“Mark il bagarozzo” e “Le cascate di Viridiana”) dove le tastiere di Simonetti predominano incessantemente dall’inizio alla fine, accompagnate da alcuni brevi interventi di Antonio Marangolo al sassofono e dalla chitarra di Morante. Il sax di Marangolo è protagonista assoluto nel pezzo finale “E suono rock”, unico brano del lotto dalle tinture hard-rock e tra gli episodi più memorabili della storia del gruppo. Ancora oggi infatti tale composizione viene sempre riproposta durante i loro concerti, per la gioia dei fan. L’oscurità riemerge di nuovo nelle tenebrose “Terra di Goblin” e “Notte”, fortemente caratterizzate dalla ritmicità del basso di Pignatelli e della batteria di Marangolo. La strumentale “Notte” merita una menzione a parte per via della sua atmosfera molto macabra e per la grande dose di suspense che riesce ad emanare. A causa di queste sue sonorità cupe e misteriose è stata scelta dal regista americano George Romero come colonna sonora della sua pellicola horror “Wampyr”, incentrata appunto sul mito dei  vampiri. Che lo vogliano oppure no, i Goblin hanno quasi sempre a che fare con il grande schermo. Ritornando al disco in questione è da segnalare la teatrale “Opera Magnifica” che nei suoi quattro minuti riesce a stemperare la tensione dei precedenti pezzi. La band avrà modo di eseguirla in televisione durante l’apparizione allo storico programma Rai “Discoring”. Forte di un ritornello orecchiabile, la canzone si discosta dalle tipiche sonorità dei folletti per via della sua natura giocosa e solare. Un caso più unico che raro nella storia dei Goblin! Non abituatevi troppo a questo “effetto sorpresa” perché le tenebre vi aspettano proprio dietro l’angolo, pronte a riaffiorare nelle inquietanti “La Danza” e “Un ragazzo d’argento”. Due gioiellini del progressive-dark made in Italy.

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(La formazione originale dei Goblin insieme al regista Dario Argento)

Termino questa recensione consigliandovi caldamente l’ascolto di quest’opera. Pur non essendo uno degli episodi più riusciti e memorabili della loro carriera non meritava di essere denigrato in tutto e per tutto. Personalmente la ritengo una vera chicca del rock italiano anche perché qui i nostri hanno potuto sperimentare per conto loro, senza dover seguire i rigidi canoni imposti dalle colonne sonore. Si sono sbizzarriti in completa libertà e sono riusciti a sfruttare al massimo le loro capacità. Una strada questa che speravo continuassero a proseguire e che purtroppo non è stata più presa in considerazione. E’ la dura legge del mercato a comandare. Ancora oggi questo lavoro non è stato rivalutato. Per questo vi invito fortemente a procurarvelo in ogni modo (tra l’altro costa veramente pochissimo) e a farvi una vostra idea perché dei Goblin se ne parla troppo poco e male.

Ps : ditemi pure cosa ne pensate di quest’album o dei Goblin in generale.
A presto con una nuova recensione musicale!

[Mike]

 

 

E finalmente, dopo una carrellata di film e anime, torniamo a recensire un libro.
Di preciso oggi vi parlerò del’ La collina dei conigli di Richard Adams, scritto e pubblicato nel 1972.
Oltre tutto parlerò anche del film d’animazione omonimo del 1978, diretto da Martin Rosen.

Trama:
Nella conigliera di Sandleford un giovane e minuto coniglio, Quintilio, ha una terribile visione che preannuncia distruzione e morte certa. Subito parla con suo fratello Moscardo che inizialmente cerca di distrarlo facendogli notare che non corrono nessun pericolo imminente ma l’altro continua a insistere, in preda alla paura. Alla fine Moscardo, vedendolo così convinto e sapendo che altre volte Quintilio aveva fatto predizioni che poi s’erano avverate, decide di andare a parlare con il Gran Coniglio. Quest’ultimo non li ascolta e Moscardo, ormai deciso a credere al fratello, fugge nella notte insieme ad altri compagni, convinti dalle parole sue e di Quintilio. Qui inizia il viaggio che li porterà verso una nuova e sicura dimora (la Collina dei Conigli) che dovranno poi difendere con le unghie e con i denti.

In linea generale il film è piuttosto fedele al libro. Vengono omesse certe parti e personaggi, cambiati alcuni dettagli ma lo spirito e le vicende principali rimangono immutate.
A me sono piaciuti molto entrambi ma il libro rimane sempre superiore, come nella maggior parte dei casi.
Prima vidi il film alcuni anni fa senza finirlo. In questo periodo mi sono letta il libro che mi ha preso tantissimo e quindi ho anche concluso successivamente la visione del film.
Una delle differenze sostanziali è l’assenza dei miti raccontati dai conigli durante il loro viaggio. Infatti qui i conigli parlano una loro lingua, hanno una mitologia, delle credenze, ecc. Li vediamo come normali conigli con le loro normali abitudini e comportamenti ma oltre ciò risultano comunque antropomorfizzati.
Nel libro vengono spesso raccontati miti che parlano dell’astuzia dei conigli, la creazione del mondo, ecc. Nel film invece viene mostrato solo un filmato introduttivo, distaccato dal resto della pellicola, in cui viene narrata la creazione, che risulta essere molto a effetto e ipnotico ma avrei gradito la presenza anche di qualche altro mito all’interno del film, come quello che parla del principe dei conigli El-Ahrairah in cui incontra il Coniglio Nero della morte per chiedergli aiuto.

Del libro ho apprezzato molto la descrizione dettagliata ma mai troppo pesante dei paesaggi, del comportamento dei conigli (spesso messo a confronto con quello umano), i personaggi tutti ben caratterizzati e delineati (alcuni simpatici e/o ben interessanti), i miti e la scrittura fluente e scorrevole.
Il film perde un po’ a causa di molti passaggi gestiti frettolosamente e certi cambiamenti non tanto sensati (come la morte di Nerigno) ma per il resto è ottimo per quanto riguarda la fedeltà al romanzo sulla gestione e rappresentazione dei personaggi chiave. Da tenere in considerazione la colonna sonora, in cui spicca la canzone Bright Eyes di Art Garfunkel, singolo che arrivò al primo posto nelle classifiche inglesi.
Alcune piccole curiosità:

  • Il libro trae origine da una storia inventata per le figlie dell’autore.
  • Il titolo originale (Watership Down) viene dal nome della collina che è la destinazione del viaggio, che si trova nella contea dello Hampshire (Inghilterra meridionale), vicino ai luoghi dell’infanzia di Adams.
  • Anche se inizialmente Adams ebbe difficoltà a trovare un editore, il romanzo ebbe un grande successo e ottenne diversi premi. Nel 1996 Adams pubblicò un seguito, una raccolta di 19 racconti dal titolo La collina dei ricordi.
  • Il film è stato censurato in molti paesi per la sua violenza.

Altro non posso dirvi se non che vi consiglio vivamente di leggere il libro e poi di vedere il film. Sono entrambi meritevoli anche se il libro è entrato nella classifica dei miei preferiti.

 

 

[Shiki]