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E’ incredibile come ogni volta i film della DC riescano a far parlare di se, nel bene e nel male (specialmente nel male). Anche questa volta si è acceso un dibattito interessante su questa nuova pellicola del DC Extended Universe. Il motivo? Le critiche che sono state fatte negli Usa e in Italia. Mentre nel primo caso abbiamo diversi critici e recensori che hanno elogiato la pellicola come miglior film del DCEU, dandogli dei voti veramente alti, in Italia invece la maggior parte dei siti o delle recensioni non hanno fatto altro che sottolineare i vari difetti dell’opera e il suo non essere originale.
Alla fine chi ha ragione? Dopo essere uscito dalla sala penso proprio che ci siano state delle estremizzazioni da ambo i lati.

Il film di cui sto parlando è Wonder Woman, pellicola ispirata all’omonimo personaggio dei fumetti creato da William Moulton Marston, diretto dalla regista Patty Jenkins.

Trama:
La protagonista della storia è Diana, principessa delle Amazzoni. Lei abita sull’isola di Themyscira dove viene addestrata per diventare una guerriera invincibile. La sua vita cambia quando Steve Trevor, un pilota americano, precipita sulla sua isola. Diana lo salva e lui le racconta del terribile conflitto che sta avvenendo nel mondo degli uomini (la Prima guerra mondiale). La principessa delle Amazzoni, non potendo sopportare la sofferenza umana e la perdita di vite innocenti, decide di lasciare l’isola in compagnia del pilota per porre fine a questa folle guerra.

Attendevo parecchio questo film per vari motivi: prima di tutto perché ho sempre apprezzato il personaggio di Wonder Woman, che ho conosciuto grazie alla serie animata della Justice League e in seguito attraverso i fumetti, poi per il fatto che questo fosse il primo blockbuster diretto da una donna. Purtroppo nel mondo del cinema ci sono poche donne regista (ma molte di loro sanno il fatto proprio, vedi film come Babadook o The Invitation) e niente per quanto riguarda i blockbusters. Quindi penso proprio che un film di questo tipo possa dare un po’ di speranza a tutte le donne che cercano di farsi strada nell’ambito cinematografico.
L’ultimo punto per cui attendevo la pellicola era anche la speranza di poter vedere finalmente un film su una super eroina che fosse almeno gradevole. Infatti questa non è la prima trasposizione cinematografica di un’eroina dei fumetti. Abbiamo avuto pellicole come Supergirl (quella degli anni ’80), Catwoman ed Elektra e purtroppo si sono rivelate dei pessimi lavori.

Dopo tutto questo discorso su quanto attendessi questo film, Wonder Woman mi è piaciuto? Personalmente l’ho apprezzato e, nonostante alcuni difetti, l’ho trovata veramente come il miglior lavoro del DCEU.
Partiamo con ordine.

Uno dei pregi più grandi della pellicola diretta dalla Jenkins è la protagonista, Diana. In questo film la vedremo intraprendere un viaggio in cui dovrà crescere e trovare se stessa. Lei è la classica eroina che vuole fare del bene e proteggere gli innocenti e all’inizio anche molto ingenua su come sia la guerra e soprattutto di come sia veramente l’uomo e queste cose Diana le imparerà strada facendo attraverso diversi incontri e situazioni. Alla fine ci ritroveremo davanti a un’eroina matura che ha trovato la sua strada e il suo vero io. Ad aiutare l’evoluzione del personaggio ci pensa anche l’attrice Gal Gadot che riesce a dare una buona interpretazione di Wonder Woman superando le mie aspettative. Non bisogna dimenticarsi di Steve Trevor, interpretato da Chris Pine, che non viene oscurato dalla protagonista o relegato in secondo piano, ma aiuta Diana a capire meglio il mondo degli uomini e si dimostra un personaggio ben caratterizzato e per nulla banale. Purtroppo non posso dire la stessa cosa per i personaggi secondari che hanno del potenziale per nulla sfruttato. La stessa cosa vale per i cattivi. Raramente nei cinecomic accade che i cattivi siano veramente interessanti e Wonder Woman purtroppo non è l’eccezione. Sia Maru/Dottor Poison che il Generale Ludendorff sono poco caratterizzati e non riescono a dimostrarsi dei veri pericoli. L’ultimo antagonista (sì, ce n’è un altro) aveva buone speranze di poter dare una spinta in più ma non ha avuto abbastanza tempo per essere approfondito a dovere diventando così un’ennesima occasione sprecata.

La trama del film è molto semplice e anche il modo in cui procede è lineare ma risulta alla fine piacevole anche per via di qualche scenetta divertente, combattimenti niente male in cui vengono utilizzati i rallenty (tecnica che nella maggior parte dei casi trovo esagerata ma che in questo caso non mi ha dato fastidio e di cui non se ne è fatto un abuso spropositato) e piccoli momenti di riflessione dei personaggi sull’uomo e sulla guerra.

Il montaggio è fatto bene (cosa che in Batman v Superman e specialmente in Suicide Squad non succedeva) anche se qualche siparietto comico l’avrei accorciato un pochino e avrei tolto invece qualche altra scena.
Le ambientazioni sono affascinanti partendo da Themyscira, luogo splendido e idilliaco, proseguendo con una Londra inquinata e finendo con un campo di battaglia tetro e oscuro come se si volesse sottolineare ancor di più il cammino di crescita di Diana (o forse sono io che vedo cose).

Una cosa che ho molto apprezzato è il fatto che Wonder Woman non sia stata in alcun modo sessualizzata e qui si nota la mano femminile della regista che ci mostra Diana meravigliosa in tutta la sua forza e la sua bellezza senza dover fare inquadrature dubbie.
Ciò che invece mi ha fatto dispiacere è che non si siano trattate di più certe tematiche femministe. Ci sono momenti in cui si fa riferimento alla condizione della donna durante quel periodo (lo dimostra ad esempio la scena dove tutti i superiori di Steve sono riuniti e guardano in modo beffardo Diana), ma purtroppo finisce tutto lì e ciò è un vero peccato perché in un film di questo tipo avrebbe dato maggio peso alla storia.

Per concludere Wonder Woman non è il capolavoro osannato dalla critica statunitense ma non si merita tutte le recensioni negative che ha avuto in Italia. E’ un ottimo film d’intrattenimento che riesce a fare il suo dovere parlando di tematiche importanti come la guerra e la natura umana e riesce perfino a fare qualcosa che molti cinecomic non fanno: lasciare un messaggio. Un messaggio che per quanto semplice possa essere in un film destinato al grande pubblico e con i tempi che corrono oggi non può che far piacere. Il messaggio che ci lascia è che anche se il mondo vive un momento di guerra e odio grazie all’amore l’uomo può diventare un essere migliore. Come ho detto è un messaggio semplice ma con tutte le cose orrende che stanno succedendo oggi è importante che questo messaggio d’amore venga diffuso. Un film che vi consiglio di guardare anche se penso che avrebbe potuto essere ancora di più di quel che è.
Grazie mille di essere passati e al prossimo articolo!

[The Butcher]

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Volevo scrivere il mio primo articolo dell’anno su “The Last Guardian”, concludendo la serie sulle opere del Team Ico (e questo però non esclude future discussioni di sola analisi) ma qualcosa mi ha spinto a parlare invece di Marnie e del suo mondo.
Sono venuta a conoscenza di questa storia tramite il film prodotto dallo Studio Ghibli nel 2014, intitolato Quando c’era Marnie, scritto e diretto da Hiromasa Yonebayashi.
L’ho visto e amato profondamente, per poi andare a leggere, non molto tempo fa, il romanzo da cui è stato tratto, cioè: When Marnie was there di Joan G. Robinson, pubblicato in Inghilterra nel lontano 1967. Ha visto una edizione italiana, da parte della Kappalab (casa editrice che porta in Italia i romanzi da cui sono stati tratti i film dello Studio Ghibli), solo dopo l’uscita del film e quindi nel 2014.
In questo articolo vi parlerò di entrambe le opere, mettendole anche a confronto, nonostante mi ricorderò di sottolineare per bene come il modo di raccontare di un romanzo sia ben diverso dal metodo di narrazione di un film. Spesso le persone dimenticano questo piccolo ma importante dettaglio.

 

Trama: Farò un breve riassunto della trama di entrambe le opere; le differenze in realtà sono poche, poi dopo ci sono certe sfumature che discuterò in seguito.
Anna è una bambina solitaria e silenziosa, rimasta orfana quando era molto piccola. Vive con i suoi genitori adottivi che un giorno decidono di mandarla a passare le vacanze estive in un paesino in riva al mare, da una coppia attempata, dove lei potrà respirare aria pulita e giocare con gli altri bambini della sua età. Infatti Anna soffre di asma che le provoca ogni tanto qualche grave attacco, costringendola a letto. L’aria di città non l’aiuta e quindi il dottore insisterà per far aderire i genitori adottivi a questa soluzione alternativa. Effettivamente le giornate in riva al mare e le lunghe passeggiate faranno bene alla salute fisica della bambina ma lo stesso non si potrebbe dire per il fare amicizia: lei non riesce a socializzare e a comportarsi adeguatamente con i suoi coetanei, preferendo passare inosservata con la sua faccia ordinaria che la rende invisibile.
Tutto questo fino a quando non incontrerà Marnie, una strana bambina dai lunghi capelli biondi di circa la sua età: entrambe diventeranno amiche ma una forza invisibile tenterà di dividerle. Infatti Marnie vive nella grande villa sulla palude, che sembra del tutto in rovina e disabitata ma stranamente a volte prende vita, riempiendosi di feste e persone. Ben presto la situazione comincerà a prendere una spiega inaspettata e Anna dovrà affrontare la realtà dei fatti.

Le sostanziali differenze tra le due opere sono l’epoca e il paese in cui vengono ambientate. Nel romanzo siamo in Inghilterra, nell’estate del 1967; Anna vive a Londra e si trasferisce a Little Overton, questo piccolo paese marittimo. Nel film ci troviamo ai giorni nostri, in Giappone dove la bambina abita a Sapporo mentre il nome del villaggio non sarà specificato, indicando solo che si trova nell’Hokkaido orientale. Inoltre nel film viene detto che la vecchia coppia che ospiterà Anna per tutta l’estate sono dei parenti mentre nel romanzo vengono definiti degli amici di famiglia.

Pensando a come articolare il discorso, non voglio soffermarmi troppo su una delle due opere, ma sul loro insieme, divagando solo quando sarà opportuno sottolineare certe differenze. Il lavoro dello Studio Ghibli è stato egregio; non si smentiscono mai con i soliti paesaggi e sfondi mozzafiato, le animazioni fluide e dal disegno pulito, trasmettendo il profondo sentimento che il romanzo voleva donare ai suoi lettori in una forma visiva e udibile. Che importa se Anna nel film ama disegnare mentre nel romanzo a questo non viene fatto cenno? E’ un tocco in più che dona spessore a un personaggio che secondo me in una trasposizione visiva avrebbe perso molto: con i suoi disegni a colpo d’occhio possiamo capire cos’è che ama e il suo carattere. Vuole stare sola, osservare la natura e le persone da lontano, senza entrare a contatto con nessuno di loro, perché ha paura di rovinare tutto. Anna è scorbutica, antipatica e ordinaria. E’ meglio per lei stare distante, senza causare fastidi e disagi.
Nel romanzo questo sarà fin da subito chiaro perché possiamo costantemente leggere le sue emozioni, nel film invece la passione del disegno permetterà a una “figura muta” di esprimersi.
Ci sono dei difetti da sottolineare? Non proprio. Il problema principale è l’adattamento italiano del film: le traduzioni prese fin troppo letterali dal giapponese porteranno spesso a frasi non proprio corrette o comunque di poco uso comune. Sarebbe meglio vederlo in giapponese, sottotitolato dai fan, in italiano o inglese, se ancora si trova. Per il resto c’è solo un dettaglio che nel film, per questioni di spazio, non hanno potuto inserire in maniera approfondita e importante ma ne parlerò nella parte dell’articolo in cui farò spoiler sulla trama. Quando arriverà il momento verrete avvisati ma sottolineo che non è un errore e nulla di “grave”, ma solo la dimostrazione di quel lato in più che un romanzo può regalare. Di contro un adattamento cinematografico ben fatto come questo permette la magia di vedere in movimento, accompagnate da suoni e colori, immagini che potevano trovarsi solo nella mente di chi legge. Il potere di entrambe le due opere viene sfruttato a dovere, donando un momento speciale fatto di tenerezza.
Però posso dire che ho trovato pareri discordanti sul film (ma solo perché non ho discusso con nessuno del romanzo) tra chi l’ha amato come me e tra chi ne è rimasto indifferente. Questo mi ha fatto riflettere portandomi a paragonare entrambe le opere a qualcosa di particolare, delicato e leggero come il vento: se ti accarezza in certi punti ti strega sennò ti lascia abbastanza indifferente. Però penso che sia davvero impossibile riuscire a odiarlo, ma forse qualcuno di voi potrebbe sorprendermi, rivelandomi però i motivi che vi hanno spinto a questa conclusione.

Quando c’era Marnie non è solo una storia di amicizia ma parla di come, anche una sola persona, possa fare la differenza nella vita di qualcun altro. Anna aveva bisogno di Marnie e così viceversa. Il fato permetterà soltanto a due anime affini di reclamare il loro tempo insieme, nonostante tutto.

Da qui in poi farò spoiler, quindi occhio!

Ma andando nei dettagli e anche sul personale, cos’è che mi ha fatto innamorare di questa storia? Primo tra tutto, Anna assomiglia terribilmente a me (e una mia amica mi ha confermato questa sensazione confidandomi di aver pensato a me quando ha visto il film), sopratutto nei periodi in cui sono confusa; in soli trenta minuti di film ho spesso rischiato di commuovermi (e così è ogni volta che lo vedo) e per chi mi conosce sa che è davvero difficile farmi arrivare a tal punto.
Nonostante Annai sia davvero brava a disegnare, è convinta di fare schifo; si sente stupida, brutta, scontrosa e sgradevole. Queste son cose che spesso penso di me stessa, è inutile nasconderlo e chi mi conosce lo sa.
Nel romanzo è lo stesso anche se la bambina non ha la passione del disegno: si nasconde ed evita la gente, cercando di risultare il più ordinaria e invisibile possibile, tanto nessuno proverà mai interesse per una come lei.
Io ho i miei motivi per essermi rivista nei comportamenti di Anna, i quali saranno spiegati bene: è stata adottata e prima di tutto odia i suoi genitori per essere morti. Penserete che è qualcosa di stupido da dire ma credo che bisogna anche mettersi nei suoi panni: lei sa che non è giusto pensarla così ma il sentirsi abbandonati è un sensazione che devasta e che nessun bambino dovrebbe mai provare. Ma la situazione sarà aggravata da altri ben due fattori. Il primo è che nonostante lei abbia davvero lontani e offuscati ricordi di sua nonna, unica parente rimasta in vita dopo la morte dei genitori, non può dimenticare la promessa che le fece e che prontamente non mantenne e cioè che sarebbero rimaste insieme. Infatti la nonna poté prendersi cura di lei per poco tempo prima di morire. Il secondo invece riguarda la scoperta da parte della bambina del compenso in denaro che ricevono i genitori adottivi per il suo sostentamento: questo metterà in dubbio nel cuore di Anna l’affetto che essi davvero provano per lei.
Sono cose forti da sopportare per una bambina silenziosa e che tiene tutto dentro. Posso confermarlo perché so cosa si prova quando le parole non escono e nel frattempo ti feriscono dall’interno.
Poi ci son altre cose che mi hanno preso direttamente il cuore. Partendo dalla più banale, amo le case abbandonate. Amo osservarle e pensare al ricordo di coloro che ci vivevano. Una cosa come quella che è successa tra Marnie e la protagonista è un sogno infantile che mi porto ancora dietro; l’immaginare che il ricordo della vita in una casa fosse ancora lì e che, in qualche modo, fosse possibile vederlo e interagirvi. Proprio esattamente come in questa storia.
Sono legata sia al rapporto di amicizia tra Marnie e Anna, oltre che al loro rapporto di nipote e nonna.
Proprio perché Marnie è sua nonna (Marian è il vero nome) ho definitivamente pensato a come l’amore possa attraversare la morte, gli anni e le epoche per far rincontrare due persone che di tempo ne hanno avuto troppo poco per stare insieme.
Nel film, così come nel romanzo, si vuole far capire subito la natura sovrannaturale di Marnie e di ciò che la circonda ma allo stesso tempo il tentativo dell’autore era di non trasmettere nulla di eclatante; arrivava e scompariva così, come una folata di vento.
Non si è trattato del voler intervenire da parte di Marnie per alleviare le sofferenze della nipote, ma più come un varco temporale che si è intrecciato con il presente, come se tutto il ricordo dell’infanzia di Marnie fosse rimasto imprigionato in quella casa e i suoi dintorni. Quindi è giusto pensare a un incrociarsi dei due tempi e delle loro vite e non a un atto volontario della stessa Marnie.
Entrambe hanno vissuto una vita sola e sofferente e l’amore che per poco tempo le ha legate in vita ha permesso a entrambe di stare un po’ insieme. Questo non vuole essere un mistero perché Marnie compare e scompare all’improvviso fin da subito, ma senza lampi di luce e cose eclatanti. Oltretutto nel romanzo la stessa Anna nota come ogni cosa che facessero insieme fosse già prestabilita e immutabile, come se lei fosse l’ospite in una storia già scritta, e così era!
Infine voglio dirvi che l’obbiettivo era toccare delicatamente il cuore di chi legge il romanzo e/o vede il film ma se non avrete qualcosa da condividere con questo vento leggero potreste restare distanti.
Voglio concludere la parte con gli spoiler parlando di cosa ho amato di più nel romanzo ma che, per ragioni fin troppo evidenti di tempi di narrazione, non è stato potuto inserire nel film dello Studio Ghibli; la famiglia che comprerà la vecchia casa abbandonata di Marnie è molto allegra, rumorosa e numerosa e ingloberanno Anna nel loro calore. L’amicizia con il fantasma di sua nonna la porterà alla fine a conoscere dei veri bambini che saranno disposti ad amarla, portando anche alla rappacificazione con i suoi genitori adottivi. La scoperta che in realtà Marnie era la nonna di Anna avverrà tramite un vecchia conoscente di questa famiglia, un tempo amica d’infanzia di Marian e sarà una scena semplice ma toccante e ricolma di affetto e stupore. Tutto questo purtroppo nel film sarà inserito in maniera frettolosa e questo è davvero un peccato ma non un vero e proprio difetto.

FINE SPOILER e conclusioni.

Siamo giunti alla fine di questo prolisso articolo e ringrazio chiunque sia arrivato fin qua.
Consiglio la visione del film e la lettura del romanzo a tutti. Sarò poi curiosa di discuterne con voi.
Finisco aggiungendo qualche curiosità:

  • Il romanzo è considerato da Hayao Miyazaki uno dei cinquanta libri che hanno più influenzato il suo operato. Ora che c’è anche in italiano non avete più scuse per non leggerlo! :P
  • Il titolo originale del romanzo doveva essere solo “Marnie” ma siccome stava per uscire il film omonimo di Alfred Hitchcock l’autrice è stata costretta a cambiarlo.
  • Anna è altamente ispirata all’infanzia della stessa autrice.
  • Il paese marittimo esiste davvero ed è diventato una meta turistica per i fan del romanzo e del film.
  • L’idea di Marnie nacque quando durante l’estate l’autrice vide una bambina alla finestra mentre qualcuno le pettinava i lunghi capelli biondi.



[Shiki Ryougi 両儀 式]