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Ormai oltre tre anni fa, esordii nel mio articolo su Avatar – La leggenda di Aang dicendo che non sapevo come classificare questa opera: cartone o anime? Il dubbio rimane in quanto è una serie animata di origine occidentale ma con un grande inquinamento dalla cultura orientale (anche se qui, in Korra, vedremo ottimi tributi all’America degli anni 20/30). Alla fine decisi, erroneamente, di considerarlo un anime. Ora posso andare sul sicuro e classificare entrambi come una serie tv, così evitiamo sbagli.
Un’altra cosa che farei è prendere il precedente articolo (che vi ho linkato sopra) e riscriverlo daccapo (così come vorrei fare con ogni cosa che ho scritto dal 2015 in giù, almeno…) ma siccome qui in questo blog ogni cosa rimane, come prova del nostro percorso di crescita, mi limiterò a concludere il tutto parlando brevemente di Korra per poi, in futuro (non so quando), scrivere uno o più articoli ben più approfonditi, anche full spoiler, per mostrare quanto davvero ha da dire la saga di Avatar (compresi i fumetti, inediti in Italia).

La leggenda di Korra viene trasmessa per la prima volta su Nickelodeon il 14 aprile 2012. È stata creata da Michael Dante Di Martino e Bryan Konietzko. Racconta le imprese di Korra, Avatar successiva ad Aang, settanta anni dopo la fine della guerra dei cento anni.

Trama:
Korra, alla morte piuttosto prematura di Aang, nasce come successivo Avatar nella Tribù dell’Acqua del Sud. Già a soli quattro anni si rivela un prodigio nel campo del dominio dell’Acqua, del Fuoro e della Terra. Fino all’età di diciassette viene tenuta al sicuro e addestrata all’arte del combattimento, dimostrandosi molto brava e preparata a livello fisico; ma il suo addestramento da Avatar è ben lungi dall’essersi concluso. Ancora non riesce a dominare l’Aria, elemento ostico per lei (come lo era stata la Terra per Aang) e non è capace di comunicare con gli spiriti, accedere al loro mondo e di entrare nello Stato dell’Avatar. Volendo diventare un Avatar completo ma anche impaziente di vedere il mondo ed essergli utile, Korra segue Tenzin (l’ultimo figlio su tre di Katara e Aang, nonché l’unico nato come dominatore dell’Aria) a Città della Repubblica, che sorge su parte del terreno che era tempo parte del Regno della Terra, una grande città all’avanguardia fondata da Aang e il Signore del Fuoco Zuko, dove dominatori e non dominatori di ogni nazione possono vivere in pace e armonia. Ma, al contrario di come potrebbe sembrare, nei sobborghi oscuri della città, sotto le imponenti ombre gettate dagli enormi palazzi, in un luogo che simboleggia la pace tanto agognata e un futuro di innovazione, terribili organizzazione tramano per sconvolgere tutto questo in nome di una causa giusta ma totalmente distorta.
Korra, ragazza impaziente ed energica, ingenua e buona di spirito, scoprirà come non tutti al mondo amino l’Avatar, ma che piuttosto agognano alla sua distruzione.


La leggenda di Korra è composta da 52 episodi ed è suddivisa in quattro stagioni (mentre quella di Aang ne ha 61 ed è divisa in tre stagioni):

  • Book One: Air – 12 Episodi
  • Book Two: Spirits – 14 Episodi
  • Book Three: Change – 13 Episodi
  • Book Four: Balance – 13 Episodi

Parto subito per esporre la mia idea sulla decisione di suddividere così la serie e il suo utilizzo da parte degli autori.
Nella serie di Aang avevamo tre stagioni da venti episodi l’una (21 l’ultima) e nonostante ci fossero degli episodi tranquilli, divertenti e/o di svago, i tempi erano ben gestiti per dare alla trama il giusto ritmo.
Con questo cambio di rotta gli episodi per raccontare una data vicenda si sono letteralmente dimezzati e questo ha portato a una “leggera” confusione sulla gestione del tempo nelle prime due stagioni di Korra. Infatti, tra le quattro, possono risultare quelle meno riuscite in quanto i fatti di trama prendono il via troppo lentamente e si concludono troppo velocemente, il ché è un vero peccato in quanto le ritengo comunque molto valide e di qualità. Dalla terza stagione invece hanno capito come sfruttare bene il tempo a loro disposizione regalandoci due stagioni davvero di alto livello narrativo e registico, a discapito però, secondo me, di quei piccoli momenti di pausa in cui era possibile rilassarsi un po’ e nel frattempo approfondire alcuni dettagli più leggeri legati al mondo di Korra e ai personaggi che lo popolano. Con questo voglio dire che mi dispiace che non abbiamo mantenuto il precedente setting di venti episodi per stagione (non mi sono informata a proposito, quindi non conosco il motivo di questa decisione, anche se ho una vaga idea…). Nonostante ciò, risulta una serie all’altezza della precedente.

Con impronte steampunk, La leggenda di Korra è piena di tributi, oltre che alla cultura orientale, all’America degli anni 20 e 30, con Città della Repubblica sede principale del progresso tecnologico dove vediamo circolare elettricità unita all’energia a vapore, in un connubio di macchine all’avanguardia davvero in linea con lo stile dei primi decenni del secolo scorso. Assistiamo anche alla nascita del “cinema”, così come in precedenza della fotografia e tantissime altre cose, persino cose terribili come armate corazzate in platino.
Ogni cosa è totalmente cambiata negli scorsi settantanni ma il sistema è ancora giovane e instabile. Tutto questo si riverserà su Korra che dovrà affrontare i terribili tumulti di questo nuovo mondo. Da questo punto di vista posso dire con certezza che ciò che dovrà affrontare Korra sarà alla pari di ciò che ha affrontato Aang durante la guerra, anche se in modo diverso.
Aang ha assistito con impotenza, con un ritardo di cento anni, al genocidio della sua gente, catapultato a soli dodici anni in un mondo scosso da un secolo di guerra.
Korra passerà da un’ambiente protetto al mondo reale, giovane e in tumulto, e la sua convinzione che il mondo voglia farsi aiutare dall’Avatar sarà messa a dura prova; l’ingenuità si trasformerà in paura e la sicurezza in timore. Diversi cellule contorte minacceranno la sua esistenza, sia fisica che spirituale, in un mondo che rischia di cadere in balia del comunismo, la teocrazia, l’anarchia e la dittatura.
Personalmente ho avuto più momenti di forte tensione guardando Korra, piuttosto che Aang. Ma credo che sia anche legato al mio legare molto con questa giovane, impulsiva e ingenua ragazza, nella quale ho rivisto me stessa sia in passato che ora, in tutta la sua evoluzione.

 

[Shiki Ryougi 両儀 式]

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E’ incredibile come ogni volta i film della DC riescano a far parlare di se, nel bene e nel male (specialmente nel male). Anche questa volta si è acceso un dibattito interessante su questa nuova pellicola del DC Extended Universe. Il motivo? Le critiche che sono state fatte negli Usa e in Italia. Mentre nel primo caso abbiamo diversi critici e recensori che hanno elogiato la pellicola come miglior film del DCEU, dandogli dei voti veramente alti, in Italia invece la maggior parte dei siti o delle recensioni non hanno fatto altro che sottolineare i vari difetti dell’opera e il suo non essere originale.
Alla fine chi ha ragione? Dopo essere uscito dalla sala penso proprio che ci siano state delle estremizzazioni da ambo i lati.

Il film di cui sto parlando è Wonder Woman, pellicola ispirata all’omonimo personaggio dei fumetti creato da William Moulton Marston, diretto dalla regista Patty Jenkins.

Trama:
La protagonista della storia è Diana, principessa delle Amazzoni. Lei abita sull’isola di Themyscira dove viene addestrata per diventare una guerriera invincibile. La sua vita cambia quando Steve Trevor, un pilota americano, precipita sulla sua isola. Diana lo salva e lui le racconta del terribile conflitto che sta avvenendo nel mondo degli uomini (la Prima guerra mondiale). La principessa delle Amazzoni, non potendo sopportare la sofferenza umana e la perdita di vite innocenti, decide di lasciare l’isola in compagnia del pilota per porre fine a questa folle guerra.

Attendevo parecchio questo film per vari motivi: prima di tutto perché ho sempre apprezzato il personaggio di Wonder Woman, che ho conosciuto grazie alla serie animata della Justice League e in seguito attraverso i fumetti, poi per il fatto che questo fosse il primo blockbuster diretto da una donna. Purtroppo nel mondo del cinema ci sono poche donne regista (ma molte di loro sanno il fatto proprio, vedi film come Babadook o The Invitation) e niente per quanto riguarda i blockbusters. Quindi penso proprio che un film di questo tipo possa dare un po’ di speranza a tutte le donne che cercano di farsi strada nell’ambito cinematografico.
L’ultimo punto per cui attendevo la pellicola era anche la speranza di poter vedere finalmente un film su una super eroina che fosse almeno gradevole. Infatti questa non è la prima trasposizione cinematografica di un’eroina dei fumetti. Abbiamo avuto pellicole come Supergirl (quella degli anni ’80), Catwoman ed Elektra e purtroppo si sono rivelate dei pessimi lavori.

Dopo tutto questo discorso su quanto attendessi questo film, Wonder Woman mi è piaciuto? Personalmente l’ho apprezzato e, nonostante alcuni difetti, l’ho trovata veramente come il miglior lavoro del DCEU.
Partiamo con ordine.

Uno dei pregi più grandi della pellicola diretta dalla Jenkins è la protagonista, Diana. In questo film la vedremo intraprendere un viaggio in cui dovrà crescere e trovare se stessa. Lei è la classica eroina che vuole fare del bene e proteggere gli innocenti e all’inizio anche molto ingenua su come sia la guerra e soprattutto di come sia veramente l’uomo e queste cose Diana le imparerà strada facendo attraverso diversi incontri e situazioni. Alla fine ci ritroveremo davanti a un’eroina matura che ha trovato la sua strada e il suo vero io. Ad aiutare l’evoluzione del personaggio ci pensa anche l’attrice Gal Gadot che riesce a dare una buona interpretazione di Wonder Woman superando le mie aspettative. Non bisogna dimenticarsi di Steve Trevor, interpretato da Chris Pine, che non viene oscurato dalla protagonista o relegato in secondo piano, ma aiuta Diana a capire meglio il mondo degli uomini e si dimostra un personaggio ben caratterizzato e per nulla banale. Purtroppo non posso dire la stessa cosa per i personaggi secondari che hanno del potenziale per nulla sfruttato. La stessa cosa vale per i cattivi. Raramente nei cinecomic accade che i cattivi siano veramente interessanti e Wonder Woman purtroppo non è l’eccezione. Sia Maru/Dottor Poison che il Generale Ludendorff sono poco caratterizzati e non riescono a dimostrarsi dei veri pericoli. L’ultimo antagonista (sì, ce n’è un altro) aveva buone speranze di poter dare una spinta in più ma non ha avuto abbastanza tempo per essere approfondito a dovere diventando così un’ennesima occasione sprecata.

La trama del film è molto semplice e anche il modo in cui procede è lineare ma risulta alla fine piacevole anche per via di qualche scenetta divertente, combattimenti niente male in cui vengono utilizzati i rallenty (tecnica che nella maggior parte dei casi trovo esagerata ma che in questo caso non mi ha dato fastidio e di cui non se ne è fatto un abuso spropositato) e piccoli momenti di riflessione dei personaggi sull’uomo e sulla guerra.

Il montaggio è fatto bene (cosa che in Batman v Superman e specialmente in Suicide Squad non succedeva) anche se qualche siparietto comico l’avrei accorciato un pochino e avrei tolto invece qualche altra scena.
Le ambientazioni sono affascinanti partendo da Themyscira, luogo splendido e idilliaco, proseguendo con una Londra inquinata e finendo con un campo di battaglia tetro e oscuro come se si volesse sottolineare ancor di più il cammino di crescita di Diana (o forse sono io che vedo cose).

Una cosa che ho molto apprezzato è il fatto che Wonder Woman non sia stata in alcun modo sessualizzata e qui si nota la mano femminile della regista che ci mostra Diana meravigliosa in tutta la sua forza e la sua bellezza senza dover fare inquadrature dubbie.
Ciò che invece mi ha fatto dispiacere è che non si siano trattate di più certe tematiche femministe. Ci sono momenti in cui si fa riferimento alla condizione della donna durante quel periodo (lo dimostra ad esempio la scena dove tutti i superiori di Steve sono riuniti e guardano in modo beffardo Diana), ma purtroppo finisce tutto lì e ciò è un vero peccato perché in un film di questo tipo avrebbe dato maggio peso alla storia.

Per concludere Wonder Woman non è il capolavoro osannato dalla critica statunitense ma non si merita tutte le recensioni negative che ha avuto in Italia. E’ un ottimo film d’intrattenimento che riesce a fare il suo dovere parlando di tematiche importanti come la guerra e la natura umana e riesce perfino a fare qualcosa che molti cinecomic non fanno: lasciare un messaggio. Un messaggio che per quanto semplice possa essere in un film destinato al grande pubblico e con i tempi che corrono oggi non può che far piacere. Il messaggio che ci lascia è che anche se il mondo vive un momento di guerra e odio grazie all’amore l’uomo può diventare un essere migliore. Come ho detto è un messaggio semplice ma con tutte le cose orrende che stanno succedendo oggi è importante che questo messaggio d’amore venga diffuso. Un film che vi consiglio di guardare anche se penso che avrebbe potuto essere ancora di più di quel che è.
Grazie mille di essere passati e al prossimo articolo!

[The Butcher]

Raramente mi trovate a parlare di film. Non è il mio campo, non ho competenze in merito e preferisco discutere di altro, nonostante ami andare al cinema e gustarmi una bella pellicola.
Se sto scrivendo un articolo su un film, come in questo caso, è perché mi ha colpito particolarmente, anche a un livello più intimo del solito.
Il diretto interessato è The Imitation Game, film del 2014, diretto da Morten Tyldum, con protagonista il talentuoso attore inglese Benedict Cumberbatch, nei panni di Alan Turing, matematico e crittoanalista che ha contribuito, in modo a dir poco notevole, agli eventi che nella Seconda Guerra Mondiale hanno portato alla vittoria degli Alleati.

“A volte sono le persone che nessuno immagina possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare.” [cit.]

Trama:
Ci troviamo nel Regno Unito ed è il 1939. Il matematico e crittoanalista Alan Turing decide di mettersi al servizio del suo paese.
L’obbiettivo è decrittare i codici segreti nazisti, codificati tramite la macchina Enigma, portando la guerra a una rapida conclusione, a favore degli Alleati.
Alan si presenta subito come una persona eccentrica, schiva e poco incline al lavoro di gruppo. Questo suo modo di essere creerà non pochi attriti con i colleghi che costituiscono il team per la decriptazione di Enigma.
Nel film assisteremo a ben altri due filoni temporali della vita del protagonista; uno ambientato nella sua infanzia e un altro dopo la guerra, negli anni cinquanta.

Fatti storici:
Evitando di fare anticipazioni spiacevoli a chi ancora deve vedere il film, posso dire che il genio di Alan porterà all’innovazione della macchina Bomba (antenato del nostro computer), chiamata nel film come il suo amico d’infanzia.
Studiando un calcolatore automatico usato nel controspionaggio polacco, Turing e il suo team lo adattarono e innovarono per la decifrazione di Enigma. Il contributo geniale del matematico consistette nella sua idea della macchina di Turing, cioè una macchina logica universale e programmabile per mezzo di un algoritmo. Non è quindi sbagliato considerare Alan uno dei padri del computer e delle scienze informatiche.

Cosa ha di speciale Alan?
Nel film vengono accentuati i suoi tratti autistici che nella realtà aveva ma forse erano meno evidenti. Ci sono vari motivi per ritenere il vero Alan Turing una persona con sindrome di Asperger. Nella pellicola hanno voluto focalizzare parte della narrativa su questo aspetto del protagonista per sottolineare come spesso, persone che sembrano inaffidabili, degne solo di sospetto e astio, possono arrivare a fare cose grandiose perché sanno guardare dove l’occhio di una persona normale non si soffermerebbe nemmeno.
Bello anche come matura il suo rapporto con gli altri del gruppo e viceversa. Entrambi le parti inizieranno a comprendersi, buttando uno sguardo verso il mondo dell’altro.
Una versione romanzata dei fatti reali che però sa cosa vuole comunicare e come farlo.
Sinceramente questo è uno di quei pochi film che riesce ogni volta a commuovermi fino alle lacrime. Strano ma vero, nonostante la mia sensibilità, io piango difficilmente per commozione.
Ma cos’è che il film vuole comunicare?
In parte omaggiare la vita di una persona che realmente ha fatto qualcosa di straordinario, per poi venir ucciso (sì, la parola è corretta) da una visione corrotta del suo orientamento sessuale.
Alan era omosessuale e questo in Inghilterra era punibile con la castrazione chimica o vari anni di carcere.
Lui scelse la castrazione chimica, che oltre a provocargli spasmi alle mani e impossibilità di lavorare (oltre che una carriera totalmente rovinata), cosa presente anche nel film, gli fece sviluppare il seno.
Alla fine decise di togliersi la vita il 7 giugno 1954, ingerendo del cianuro.
Quindi possiamo ben capire come fosse difficile la vita all’epoca per una persona diversa, sotto molti aspetti. La tolleranza verso il prossimo era assente e lo strano/anormale veniva visto come una minaccia.
Nonostante Alan avesse contribuito grandiosamente alla fine della guerra, viene ucciso dal paese per cui ha lottato.

(Qui sotto il vero Alan Turing)

Le scuse, ovviamente inutili, verranno fatte molti anni dopo, cioè nel 2009

« Per quelli fra noi che sono nati dopo il 1945, in un’Europa unita, democratica e in pace, è difficile immaginare che il nostro continente fu un tempo teatro del momento più buio dell’umanità. È difficile credere che in tempi ancora alla portata della memoria di chi è ancora vivo oggi, la gente potesse essere così consumata dall’odio – dall’antisemitismo, dall’omofobia, dalla xenofobia e da altri pregiudizi assassini – da far sì che le camere a gas e i crematori diventassero parte del paesaggio europeo tanto quanto le gallerie d’arte e le università e le sale da concerto che avevano contraddistinto la civiltà europea per secoli. […] Così, per conto del governo britannico, e di tutti coloro che vivono liberi grazie al lavoro di Alan, sono orgoglioso di dire: ci dispiace, avresti meritato di meglio. » [Gordon Brown]

Evitando spoiler a chi volesse godersi il film, posso quindi dire che esso racconta una sua visione dei fatti molto legata ai sentimenti, senza però dimenticarsi del lavoro di Turing alla macchina. (Cosa che non accade nel film dedicato a Stephen Hawking, La teoria del tutto, dove si sono soffermati troppo sui lati sentimentali, lasciando lo spettatore all’oscuro della maggior parte dei lavori dello scienziato – guarda caso è uscito lo stesso anno e i due attori protagonisti hanno “gareggiato” agli oscar per il premio “Miglior Attore Protagonista”, che alla fine si è aggiudicato il comunque bravissimo Eddie Redmayne).
E la dolcezza presente in certi momenti della pellicola è pungente e vera, arriva nel profondo delle persone. E’ ovvio il come si è voluto fare di tutto per far guardare allo spettatore il mondo con gli occhi di un individuo “diverso” dalla massa e sofferente perché incompreso, vittima della cattiveria altrui, a volte dettata dalla semplice paura verso cose che non si riescono a capire.
La cosa che mi rammarica è che tutto questo esiste ancora. Molte persone preferiscono avere paura di ciò che non capiscono invece di provare a conoscere un mondo diverso dal loro.
Il film per me riesce in pieno nel tuo intento, dando vita a qualcosa di memorabile, che riguarderò spesso, perché, oltre a farmi piangere, mi ricorda che a volte persone in cui nessuno crede possono essere capaci di cambiare il mondo.

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[Shiki]