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Certe volte credo che le persone critichino i film solo per avere più seguito. C’è un determinato gruppo di recensori che non criticano male una pellicola perché effettivamente non è stata fatta bene, ma perché sanno che così otterranno una maggiore quantità di pubblico (molte volte senza neanche spiegare a dovere perché secondo loro non funzionava). Questa cosa mi innervosisce parecchio in quanto il loro comportamento, la loro “critica” può allontanare gli spettatori da film validi, come ad esempio il nostro XX – Donne da morire (il sottotitolo italiano è orrendo).

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Questa pellicola è un’antologia horror composta da quattro episodi più delle scene in stop-motion che uniscono il tutto ed è stato realizzato interamente da donne. Le registe sono Jovanka Vuckovic, Annie Clark, Roxanne Benjamin e Karyn Kusama mentre i lavori in stop-motion sono stati realizzati da Sofia Carrillo.
Non è la prima antologia horror che vedo in questo periodo. Ho già visto lavori ottimi come Holidays e Tales of Halloween (li ho apprezzati parecchio), ma la differenza tra questi due film e XX è che i primi avevano una tematica su cui i registi dovevano lavorare (in Holidays le varie festività e in Tales of Halloween… Halloween), mentre qui invece è stata lasciata totale libertà alle registe sull’argomento da trattare. La cosa sorprendente però è che tre su quattro hanno parlato della maternità. Di certo è una cosa molto interessante visto che nessuna di loro sapeva che lavoro avrebbero portato in scena le altre.

Il primo corto che viene mostrato è The Box di Jovanka Vuckovic.

Trama:
Una famiglia si trova su un treno e il figlio nota che accanto a loro c’è uno strano uomo con un enorme pacco rosso. Il ragazzo vuole sapere cosa c’è dentro e l’uomo glielo mostra. Questo sarà l’inizio della tragedia perché da quel momento in poi il ragazzino non avrà più fame.

A mio avviso questo è l’episodio più originale dei quattro. Il fatto che sfamando la sua curisità il ragazzo smetta di mangiare è qualcosa di intrigante. Ovviamente questo evento si ripercuoterà sulla famiglia che inizierà a essere sempre più preoccupata per la sorte del figlio. Le figure dei genitori sono caratterizzate abbastanza bene; il padre è visibilmente in ansia e cerca di affrontare la cosa, ma lo fa nel modo sbagliato mentre la madre è sì preoccupata ma si comporta in maniera piuttosto passiva.
Adoro le scene che si svolgono durante i pasti dove si concentra maggiormente il dramma e dove l’ansia e la preoccupazione cresce. Anche la fotografia utilizzata mi piace, da l’impresione che intorno ai personaggi ci sia un’oscurità che si avvicina sempre di più.
Un corto che vuole anche fare una critica sociale sullo spreco del cibo e che riesce bene nel suo intento.
Ho apprezzato molto il finale aperto. Forse alcuni non saranno d’accordo con quella scelta, ma io l’ho trovata perfetta per questo corto dato che vuole lasciare allo spettatore un senso di “fame”.

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Il secondo episodio è scirtto da Roxanne Benjamin e Annie Clark e diretto da quest’ultima; il suo titolo è The Bithday Party.

Trama:
Mary sta preparando la casa per il compleanno di sua figlia Lucy, ma quando trova il marito David morto nella sua stanza, lei farà di tutto per nascondere il cadavere e rendere perfetto questo compleanno.
Questo è il debutto alla regia per Annie Clark, meglio conosciuta con il soprannome di St. Vincent. Prima di prendere la macchina da presa infatti era una compositrice e cantautrice.
La prima volta che vidi questo episodio ne rimasi sopreso perché non mi aspettavo di ritrovarmi davanti a una commedia nera.
Una commedia nera fatta anche bene.
Ottima l’interpretazione di Melanie Lynskey nel ruolo di Mary, determinata a far funzionare la festa e donna tremendamente stressata.
Bella anche la fotografia che sembra quasi voler rendere l’ambientazione e i personaggi finti, come se fossero appunto cose false e meschine.
Essendo una commedia nera il suo compito sarà anche quello di farvi e ridere e posso dire che con me è riuscito. Sono stato quasi sempre con il sorriso stampato in faccia mentre osservavo la povera Mary che trascinava il cadavere del marito cercando di evitare la figlia e altre persone indesiderate. A complicarle il lavoro sarà anche la casa che sembra formata più da vetri che da mura.
Come esordio alla regia Annie Clark se l’è cavata bene e sono curioso di vedere i suoi prossimi lavori.

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Il terzo episodio è quello che da molti è stato considerato “l’anello debole” di questa antologia (altri invece dicono che è quello della Clark il peggiore). Per me è un corto riuscito ma se ne parlerà a breve.
Ecco a voi Don’t fall, scritto e diretto da Roxanne Benjamin.

Trama:
Quattro amici stanno facendo un’escursione in un deserto e trovano per caso degli antichi dipinti su una roccia. Gretchen, che aveva toccato i dipinti e si era ferita a una mano, viene attaccata e posseduta da un mostro.
Come detto prima questo episodio viene aspramente attaccato perché non originale. Capisco che in quanto sceneggiatura questo corto (e The Bithday Party) non raggiungano i livelli di quelli della Vuckovic e della Kusama, ma non per questo è brutto, anzi è fatto molto bene.
Il corto della Benjamin è molto curato e diretto pure bene. Una cosa che ho spesso detto è che non sempre conta l’originalità della trama, ma il modo in cui viene messa in scena. Se ragionassimo tutti con il concetto che una storia per essere bella dev’essere originale allora anche film come The Conjuring o The VVitch dovrebbero essere considerati brutti.
Tornando all’episodio, la Benjamin rispetta bene i tempi della regia riuscendo a essere lenta nei momenti di tranquillità e molto dinamica nelle scene in cui la creatura attacca nella parte finale creando così la giusta tensione.
Ottimo anche l’utilizzo degli effetti speciali: la trasformazione della ragazza nel mostro è stata resa benissimo e c’è anche un buon utilizzo del sangue quando ce n’è bisogno. Sicuramente la Benjamin se l’è cavata, molto meglio di tanti altri registi. Del corto adoro soprattutto la scena finale dove la fotografia e la regia danno il meglio di sè. Non sarà un episodio originale, ma è diretto bene.

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Infine eccoci al quarto episodio del film. Diretto e scritto da Karyn Kusama (che già ci aveva incantato con The Invitation) il corto si intitola Her only living son.

Trama:
Cora è una madre che vive da sola con suo figlio Andy. Tra qualche giorno sarà il compleanno del figlio che compirà 18 anni e lui sembra comportarsi in modo sempre più aggressivo nei confronti di sua madre e soprattutto degli altri. E’ arrivato perfino al punto di ferire una sua compagna di classe. Stranamente però le persone della cittadina sembrano perdonare questa violenza e anzi elogiano Andy come una persona straordinaria. Cora sa qualcosa e deve cercare di avvicinarsi a suo figlio.

Questo è l’episodio più lungo dell’antologia e anche quello più riuscito. Come ho già detto, tre degli episodi parlavano della maternità e il corto della Kusama è uno di questi (come potete immaginare gli altri due sono The Box e The Birthday Party) ma qui più che mai si sente la centralità dell’argomento. Nonostante il poco tempo a disposizione riesce a costruire bene il rapporto tra i due personaggi e, essendo tutto dal punto di vista di Cora, vedremo il dolore di lei nella lontananza e nella violenza del figlio e la paura di perderlo. La regia di Kusama è molto curata e riesce a riempire le ambientazioni di vari particolari come ad esempio alcuni oggetti di scena che descrivono la vita che hanno vissuto i due. Tutto sarà incentrato sull’amore della madre per il figlio e della sua lotta per non vederselo portare via.

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Prima di concludere voglio scrivere il mio apprezzamento per le scene in stop-motion di Sofia Carrillo. Queste scene sono slegate dalla storie degli episodi e saranno messe alla fine di ogni corto. Adoro tantisimo la stop-motion e ho apprezzato la sua messa in scena. Era in tutto e per tutto una fiaba nera e aveva come protagonista questa casa per bambole vivente (design davvero bello).

Per il resto non posso fare a meno di complimentarmi con le registe per il lavoro svolto. Ovviamente non è un capolavoro ma quest’antologia vale molto e spero che la guardiate in tanti. Bisogna anche dire che, a parte la Kusama, tutte le altre stanno cercando di farsi largo nel mondo del cinema (Annie Clark è al suo debutto, mentre la Vuckovic e la Benjamin avevano diretto qualche altro corto). Spero vivamente che riescano a dirigere qualche film interessante e a farsi una carriera.

Grazie mille per l’attenzione

[The Butcher]

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Nell’ultimo periodo sto cercando di riguardare e scoprire alcune opere filmiche italiane che hanno reso famoso il nostro cinema e che hanno ispirato tanti grandi cineasti. Oltre ai già famosi Rossellini, Fellini, Visconti,  ecc… ho deciso di approfondire di più alcuni registi che ingiustamente non vengono quasi mai citati (o, peggio ancora, non sono conosciuti) e tra questi colui che mi ha preso e colpito di più è Mario Bava.
Di questo grandissimo regista avevo già visto alcune opere, soprattutto le sue più famose come I tre volti della Paura, Operazione Paura e il nostro La Maschera del Demonio. Ora sto recuperando anche gli altri film e lo sto amando ancor di più rispetto a prima. Chi è appassionato di cinema ovviamente conosce benissimo Bava e non credo abbia bisogno di presentazione, ma spero con questo articolo di far conoscere anche a persone che si stanno approcciando alla settima arte o che ancora non la conoscono bene, perché Bava è probabilmente (anzi, togliamo il probabilmente) uno dei migliori registi che il cinema italiano e mondiale abbia mai avuto.
E quale modo migliore di parlare di Mario se non attraverso uno dei suoi lavori più famosi e più belli?
Il film che vi sto per proporre è un horror/gotico del 1960 con Barbara Steele, Andrea Checchi e John Richardson ovvero La Maschera del Demonio, basato sul racconto Il Vij di Nikolaj Vasil’evič Gogol’.

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Trama:
Nel 1600 Asa, una strega, viene condannata al rogo insieme al suo amante e, prima di bruciarli, gli vengono messi in faccia la maschera del demonio che indica la loro natura demoniaca. La strega scaglia una maledizione contro la sua stessa famiglia che l’ha portata alla morte, giurando di mettere fine alla loro dinastia. Purtroppo il rogo non va come previsto in quanto un’improvvisa tempesta scatenata dalle forze del male impedisce il rito di purificazione. La strega viene allora sepolta nella cripta della sua famiglia dove vi rimane per duecento anni. Duecento anni dopo infatti due viaggiatori liberano per sbaglio Asa che può finalmente mettere a compimento la propria vendetta.

Questo è stato il primo lungometraggio per Mario Bava ma il regista aveva già all’attivo una lunghissima esperienza cinematografica. Infatti all’inizio Bava era direttore della fotografia fin dagli anni’40 e fu anche aiuto regista in film come I Vampiri e Caltiki il mostro immortale, entrambi di Riccardo Freda, dove non solo girò delle ottime sequenze ma curò anche gli effetti speciali (la creatura di Caltiki venne realizzata da lui e non era altro che trippa per macelleria). Lo stesso Freda ammise l’enorme contributo che ebbe Bava per la realizzazione della pellicola.

Quindi Bava aveva dietro le spalle un bel po’ di cultura cinematografica quando realizzò questo capolavoro (e qui la parola capolavoro non può che essere azzeccata). Segnò un momento importante per il cinema italiano visto che questa pellicola fu il primo film gotico italiano (ma non il primo horror italiano. Quello fu I Vampiri di Freda).
Oltre questo La Maschera del Demonio lasciò una grande impronta anche a grandissimi registi quali Martin Scorsese (che ha sempre affermato di apprezzare i film di Bava), Joe Dante, John Landis (soprattutto nel film Un lupo mannaro americano a Londra), Quentin Tarantino e specialmente Tim Burton. Infatti nella filmografia di Burton si può notare parecchio l’influenza che ha avuto Mario Bava per il regista e in special modo la Maschera del Demonio. Se non fosse stato per quel film probabilmente non sarebbe mai esistita una perla come Il mistero di Sleepy Hollow (lì infatti si vede da ogni parte Bava). E sempre in Sleepy Hollow che Burton omaggia il regista nostrano e la sua prima pellicola inserendo un enorme tributo ovvero la scena in cui la madre del protagonista esce dalla vergine di ferro e sulla faccia ha le stesse identiche ferite di Asa quando ritorna in vita.

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Un film che ha fatto la storia e che dimostra la bravura di Bava come regista. Cercherò di parlarne come meglio posso e spero che apprezziate lo sforzo di un principiante nel parlare di un’opera di questa risma.

Una particolarità che salta subito all’occhio è l’influenza dell’espressionismo tedesco. Qui Bava si dimostra un grande conoscitore di quella branchia del cinema e la usa al meglio creando contrasti e giochi tra luci e ombre straordinarie e, essendo stato un direttore della fotografia, sa bene come utilizzarle e quando. Ciò riesce a creare delle atmosfere incredibilmente suggestive e dei momenti angoscianti e pieni di suspense. In aiuto a ciò vengono anche le ambientazioni tipiche dei film gotici come chiese diroccate, fortezze enormi e vuote e le foreste. Tutto ciò dimostra un’enorme attenzione per i dettagli e nonostante il tutto sia stato ambientato in un piccolo set si rimane affascinati dal modo in cui sia stata creata la scenografia.
Bava riesce anche a realizzare degli effetti speciali che sono artigianali ma fanno il loro dovere. Un esempio è la scena in cui Asa si “rigenera” dopo che la sua tomba è stata aperta, scena che mi è rimasta particolarmente impressa e che considero molto suggestiva e inquietante.

Il nostro regista si dimostra anche molto capace con la macchina da presa scegliendo ottime inquadrature e utilizzando un montaggio e un ritmo perfetto.
A dimostrare quello che ho detto basti solo descrivere la scena in cui ad Asa viene messa sul volto la maschera. La lentezza di come gli viene appoggiata la maschera sul viso dove all’interno sono presenti dei grandi spuntoni, l’inquadratura del boia che carica il martello e l’inquadratura successiva dove il martello colpisce la maschera e gli spuntoni vanno in profondità nel viso di Asa ed esce quello spruzzo di sangue (oltre al grido disumano che lancia la Steele). Questa sequenza è resa perfettamente da tutto quello che ho citato prima e immagino le facce che fecero gli spettatori nelle sale cinematografiche quando si ritrovarono davanti a una scena così violenta per i tempi. Nonostante sia passato tantissimo tempo questa scena riesce ad impressionare anche oggi per il ritmo che le è stato dato, per le sue inquadrature e soprattutto per l’utilizzo magistrale delle luci. In quest’ultimo caso è un fattore vincente l’utilizzo del bianco e del nero che Bava riesce a piegare come vuole lui e, come detto in precedenza, a suggestionare ancor di più con giochi di luce e ombre. Riesce ad impressionare tantissimo anche il sangue che esce dalla maschera, scurissimo quasi a indicare la natura malvagia della strega. Se una scena del genere fosse stata realizzata a colori, avrebbe sì fatto impressione (perché Bava è Bava), ma mai come col bianco e nero.

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Bisogna anche ringraziare il regista per averci fatto scoprire Barbara Steele che in seguito lavorerà insieme a Fellini in e poi sarà protagonista di tanti film horror (soprattutto italiani) diventando un’icona di quel periodo. Nel film la Steele interpreta due ruoli: la strega Asa e la principessa Katia, una discendente della strega. Personalmente l’ho adorata più nel ruolo di Asa che in quello di Katia. Con Asa riusciva ad essere seducente e inquietante allo stesso tempo, caratteristica fondamentale per il suo personaggio (la scena in cui è appena tornata in vita e ha le cicatrici sul viso è un esempio perfetto di quello che intendo).

Rileggendo adesso quel che ho scritto ho notato che ho parlato molto più di Bava e di ciò che ha lasciato con questo film, più che del film stesso.
La Maschera del Demonio è una delle pellicole più importanti del cinema italiano e se siete fan del gotico e dell’horror non potete non recuperare questa opera d’arte.

Parlerò di altri film di Bava, anche di quelli “minori”, quindi, non so quando ci metterò, aspettatevi di tanto in tanto qualche mio articolo a riguardo.

[The Butcher]

Introduzione:
Siamo giunti alla penultima tappa del nostro viaggio insieme a Lain, l’anti eroina che si è fatta strada in un mondo dove ormai il confine tra la realtà e il wired è quasi totalmente scomparso, sfociando in situazioni che affondano le loro radici nelle teorie del complotto, nel pensiero scientifico e parascientifico; ci si ritrova in un oceano di citazioni, rimandi, suggestioni e omaggi. Tanto è stato detto e scritto per ogni singolo argomento che va a comporre la bibliografia immaginaria di SEL, arrivando a una fantascienza moderna, più spinta sul versante del cyberpunk, in cui si cade negli abissi della mente, degli inganni tecnologici e sociali, dove la distopia è insidiosa ma tangibile perché si espande a macchia d’olio come un’ombra tinta dalle tonalità del network. Un perfetto bilico tra illusioni dorate e orrore concreto. Questo è un viaggio che ci condurrà lontano, nell’inconscio collettivo (mi piace pensare alla Scatola Empatica ben descritta nel libro di Philip K. Dick “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”), mettendo in contatto parti delle componenti che ci rendono umani, così come farebbero i grandi teorici della rete d’informazione globale, non a caso citati.

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Knights of the Eastern Calculus
Considerando che da ora in poi se ne parlerà molto, è ora di gettare un po’ di luce su questa società segreta che domina il wired.
I Knights non esistono, è solo uno scherzo di uno studente americano. [cit]
Molti credono che sia solo un’ideale, una messainscena opera persino di un ragazzino americano, oppure semplice fantasia nata come una leggenda negli intricati corridoi del wired.
In realtà esistono e sono un gruppo di Hacker/Otaku eterogenei, passando da una madre casalinga, a un uomo in affari probabilmente donnaiolo e arrivando a un grasso Hikikomori (termine che indica degli individui che hanno scelto di vivere una vita da reclusi, fenomeno largamente diffuso in Giappone ma che ha preso piede anche in molte altre parti del mondo; è un decisione che spesso nasce dal mal riuscire a sopportare la vita frenetica che la società ci costringe a intraprendere – diventa quindi facile sentirsi al sicuro e superiori agli altri rinchiusi tra quattro mura con un terminale che si affaccia sul “mondo”) che vive nella propria spazzatura, mentre crede di essere migliore di tutti quei poveri utenti del network.
Loro, oltre a causare problemi nel wired consoni ai propri comodi mentre vendono e comprano merce illegale (software, hardware e molto altro), professano un credo ben specifico che mira a fare del mondo un’unica e sola realtà.
Lain è il fulcro del loro credo e anche la chiave di volta per il raggiungimento di questo obbiettivo.
(Ricordate che, usando il Kids, hanno incanalato il potere latente dei bambini per materializzare un’immagine divina di Lain nel cielo)
Parlando del simbolo che usano, esso è palesemente ispirato a quello della Massoneria, visto e non scontato che entrambi hanno, almeno in parte, la loro origine dall’ordine dei Templari (come si fa cenno anche nell’anime). Ritroviamo anche rimandi al Tempio di Salomone, che si pensa fosse la sede dei Templari, al Sacro Graal e all’Occhio della Provvidenza. Interessanti poi sono i quindici simboli in alto, con quello al centro che potrebbe rappresentare il Dio del Wired, crocifisso, metafora di Cristo. Gli altri potrebbero essere le persone menzionate nel layer 09, coloro che hanno contribuito alla nascita del Settimo Protocollo che domina e regola il wired.

Forse più banali, ma non per questo meno importanti, sono le similitudini tra il simbolo del Navi e quello dei Knights: questo potrebbe significare molte cose, come per esempio che i Laboratori Tachibana (di cui si parlerà più avanti) sono/sono stati sotto il controllo di questi hacker o che comunque entrambi gli enti sono venuti a contatto, anche implicitamente e tramite vie laterali, contribuendo allo sbocciare del moderno network e dei terminali che ne permettono l’utilizzo.
Una risposta concreta sarà impossibile averla ma andando avanti potremo parlarne più ampiamente, approfondendo il discorso sul Protocollo, i Laboratori Tachibana e Dio.

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Society
Chi è Lain?
Presto cominceremo ad avere diverse risposte ma anche altrettante domande.
Nel frattempo gettiamo luce sul significato del suo nome.
玲音 = rei in
La pronuncia corretta è quindi Reiin, ricordando che la R in giapponese assomiglia più a una L.
Una traduzione letterale può essere “the sound of jewels” in quanto
玲 = suono dei gioielli e 音 = suono, rumore. Inoltre ha un’assonanza con la parola inglese line. Di certo il tutto gira intorno alla linea elettrica, al rumore e su quanto lei sia preziosa, fulcro del credo di una vera e propria religione.

L’episodio inizia con l’ormai più che familiare sequenza di scene che mostrano le notturne e frenetiche strade di Tokyo.
A questa nostra società, cosa l’aspetta?
Le appendici del Navi di Lain fuoriescono persino dalle pareti della casa, ricordando una pustola virulenta. Lei parla in rete, discutendo di come a volte sente di non essere più se stessa, mentre la sorella si affaccia alla porta, emettendo strani suoni, dando l’impressione di star cercando di comunicare da un luogo molto lontano e quindi ciò che giunge a noi sono solo suoni confusi e disturbati (quasi solo versi gutturali). Da quando ha subito l’attacco dei Knights è ridotta a uno stato semi-vegetativo che persino Lain a mala pena nota.
Ultimamente la mia sorellina è molto cambiata.

La nostra attenzione viene spostata su un uomo dall’aspetto trasandato, che cammina per le affollate strade della città con in spalla un enorme zaino. All’interno vi è un Navi a cui lui è collegato tramite dei cavi, un visore e un microfono. Blatera di aver varcato il confine tra mondo reale e il wired, acquisendo il potere di poter far fluire la sua coscienza ovunque. Crede di essere degno di entrare a far parte dei Knights; ne è così ossessionato da essere riuscito a trovare la loro rete privata. È pronto, o anzi degno, di diventare un loro adepto?

Di seguito vengono mostrati alcuni dei Knights (forse i più importanti), tra cui un uomo in affari, una casalinga con un figlio e un Hikikomori con un forte senso di superiorità. Qui è lampate come siano un gruppo eterogeneo unito, oltre che da un forte credo, dal senso comune di essere degli umani dotati del favore del Dio del Wired.
Da notare la frase che la donna dice al figlio: “Non giocare ai videogame – e qui una persona potrebbe anche cadere nell’inganno di star ascoltando il tipico rimprovero che fa una madre al proprio figlio – ma perché invece non giochi nel network (?)”.

Il mondo reale non è affatto reale.
A scuola Alice mostra la sua preoccupazione a Lain – sembra essere l’unica persona, sia in classe che nell’ambiente familiare, a preoccuparsi per lei, manifestando interesse e curiosità per come si comporta e per la sua vita -, temendo di averla in qualche modo infastidita ma quest’ultima nega tutto. Mostrano affetto l’una per l’altra, dando vita a un’amicizia che sembra pura luce nello scenario buio che circonda Lain.

In tanto si parla di un attacco informatico, probabilmente opera dei Knights, ai danni del Dipartimento Informatico che getta il wired in totale confusione (le notizie potrebbero essere ricevute domani o persino in data di ieri).
Una cosa è certa, loro vogliono Lain, perché Lain è potente.

Tornando a casa da scuola, Lain viene prelevata dai MIB che la invitano a seguirli, promettendo spiegazioni.
Arrivano in un palazzo chiamato: “Centro ricerca Tachibana” e la fanno entrare in una stanza vuota inondata dal caldo colore del tramonto dove un uomo è impegnato, senza successo, a far funzionare un vecchio Navi. Lain lo aiuta, riuscendo poi ad accenderlo. Questo si collega immediatamente alla linea dei Knights.
Nel frattempo l’uomo con lo zaino che gira per le strade di Tokyo, chiedendo ai Knights di farne un membro devoto come voi, vede Lain.
Comincia a tempestarla di domande, chiedendo se fa parte dei Knights e se può farlo entrare ma quella, che è la Lain del Wired, lo insulta, per poi andarsene.
Assistendo da terminale a tutto ciò, la Lain del mondo reale è sconvolta perché è venuta a diretto contatto, per la prima volta, con l’altra se stessa che gira per il Wired.
L’uomo che le sta accanto spegne il Navi e comincia a parlarle, spiegando che la presenza di Lain nel Wired è un qualcosa di enormemente anomalo e fuori controllo, tanto da aver attirato l’attenzione dei Knights.
La ragazzina è sempre più sconvolta, rifiutandosi di ascoltare e dicendo di non capire.
Il colore della stanza ha cambiato tonalità, gettandosi sul freddo blu, mentre l’uomo comincia a fare domande a Lain e sulla sua famiglia, domande che normalmente dovrebbe saper rispondere; alla fine diventa chiaro che la famiglia con cui vive non è la sua vera famiglia e che lei non ha alcun ricordo della propria infanzia.
A questo punto entra in scena la Lain del Wired e l’uomo continua a parlarle dicendole che la barriera tra il mondo reale e il network sta man mano cadendo e che presto per connettersi non servirà nessuna periferica (device).
La Lain del Wired reagisce con interesse e poi se ne va accompagnata dall’avvertimento di uno dei MIB, che cioè anche lei sarà in pericolo se la barriera collassa.

L’episodio finisce facendoci vedere l’uomo con lo zaino riverso a terra, probabilmente morto, mentre sul suo visore è ben visibile il logo dei Knights.

Parlando di Famiglia e Suicidio, che giocano un importante ruolo in SEL;
1) Famiglia – Lain è sempre trascurata e non consolata dalla sua famiglia che sembra una recita pubblicitaria. Aggiungendo altri (pochi) esempi di famiglie nell’anime, ci avviamo a questa conclusione: l’idea di famiglia è fonte di sicurezza e stabilità e in SEL questa visione viene capovolta. Questo contribuisce all’idea di come la realtà sia inaffidabile e fragili le connessioni tra le persone.
2) Suicidio – semplicemente è un atto molto comune nel mondo di SEL ed è spesso inteso come un abbandonare le carni mortali per accedere a un livello superiore della realtà e cioè il wired.

Rumors
Da questo episodio in poi l’argomento sul concetto di identità assumerà un peso tale che non potremo più ignorare. Sappiamo ormai che Lain manifesta diverse personalità che assumono delle vere e proprie sembianze anche nel mondo reale tanto che è stato più volte possibile vederne due (o più) in posti differenti. Lei si chiede ripetutamente “Chi sono io?” per poi rispondersi “Io sono me stessa. Sono Lain”. Ma è ormai chiaro che di Lain – o meglio, di Lain intesa come identità singola – non ce n’è solo una e quindi la risposta alla domanda “Chi è Lain?” non è più così immediata, specialmente per la stessa protagonista, che reagirà sempre con più rabbia e shock man mano che sarà messa a faccia a faccia con la realtà.

Lain parla con Taro che in tanto è impegnato a giocare al PHANTOMa in cui lui è un PK (Player Killer – solitamente un giocatore che nei giochi online uccide gli altri in modi sleali e per guadagno personale). Lei cerca informazioni in riguardo al Dio del Wired ma secondo lui importa davvero a pochi se esista o meno un’entità simile.
Prima di andarsene Lain gli chiede cosa ci trova di così interessante nell’uccidere altri giocatori e lui non sa darle una risposta certa: “Nessuno sa cosa ci sia di divertente e perché”.
Subito dopo Lain si mette a ripensare al Laboratorio di Ricerca Tachibana e si disconnette dal gioco. Comincia a parlarne con diverse persone nel wired per racimolare informazioni ma a livello legale non sembra esserci nulla però girano delle voci: parlando del Protocollo che regola la distribuzione delle informazioni nel Wired, le viene detto che la versione attuale presenta delle stringhe del precedente (il settimo protocollo).
Dal punto di vista economico, dominare il protocollo equivale a dominare il Wired.
I Laboratori Tachibana si occupano in gran segreto di regolare la situazione.

Lo stato della situazione in casa di Lain ha ormai subito una brusca e inquietante virata; Mika è in condizioni pessime e i genitori sono seduti senza fare nulla, come in attesa di qualcosa. Il “gioco alla famiglia” sta giungendo al termine.
Lain parla con loro degli uomini in nero che l’hanno portata via, raccontandole cose “assurde” come il fatto che questa non è la sua vera famiglia. Che lei non ha una famiglia.
Sta chiaramente cercando supporto e smentite ma ciò che ottiene è un freddo silenzio, sotto lo sguardo penetrante di coloro che un tempo erano la sua mamma e il suo papà.

A scuola Lain viene fermata da Alice che ha un’espressione terribilmente seria dipinta sul volto. Le amiche l’accusano di aver sparso la voce in giro nel wired, di aver detto qualcosa che non avrebbe dovuto dire in riguardo ad Alice e che ora tutti lo sanno.
Lain, sconvolta, è sul punto di piangere, negando il tutto e Alice decide di crederle.

In classe Lain, usando il suo HandiNAVI, fa ricerche nel wired (la sua esclusione dall’ambiente che la circonda viene evidenziata dalla scelta dei colori).
Lì, la Lain del Wired, sente parlare centinaia di voci che insieme dicono di tutto, ma ciò che ben si distingue sono discorsi in riguardo a un giovane professore infatuato con una studentessa (Alice?), del bug nel settimo protocollo che ha gettato il wired nel caos e di un bambino/a che con un maglione a strisce verdi e rosse spia una ragazza nella sua camera (sempre Alice?).
E questo può spiegare le urla di una ragazza che negli episodi precedenti diceva nel wired di essere spiata.
Questo costante parlare (nel wired non c’è mai silenzio, ma sempre rumore) fa arrabbiare Lain che urla a loro di stare zitti ma una voce la interrompe: “Perché? Non ti diverte?”.
Si tratta del Dio del Wired, che la mette in crisi sulla propria identità, facendole presente che il suo corpo fisico è un mero ologramma. Lei è un’entità del Wired.

Quando si disconnette dal Wired la Lain del mondo reale si accorge che tutti in classe la stanno fissando, sussurrando parole come: “Lain è una spiona”.
Sconvolta, fugge da scuola, pensando all’unica persona che le è rimasta, cioè Alice.
Non ascoltare le voci.
Cosa ha fatto la Lain che non conosco?

Qui assistiamo a una scena che può essere interpretata in molti modi, ma non avendo io delle informazioni precise accennerò solo la mia idea: ricordando quanto è accaduto quando Lain ha rotto il dispositivo oculare del MIB, ferendolo anche, ciò può far pensare a come il suo potere nel wired, e di conseguenza nel mondo reale, stia crescendo esponenzialmente, permettendole di creare e manifestare illusioni o veri e propri atti di distruzione.

La sera ci ritroviamo in camera di Alice, mentre si masturba pensando al professore che ama ma poi si accorge di essere spiata da qualcuno che è seduto sul suo letto.
Si tratta di Lain che la guarda beffarda e ride di lei.
“Lain, chi sei in realtà?” domanda in lacrime Alice, sotto lo sguardo crudele di questa nuova Lain. (Il Doppelgänger inteso come gemello malvagio, anche detta Evil Lain)
Ormai Lain ha perso la sua unica speranza di essere amata da qualcuno.

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Lain è a casa, sconvolta da tutto quello che è accaduto e da ciò che ha appresso, sotto le coperte in camera sua. Il suo navi, i cavi elettrici, ovunque, tutto è scosso dallo scorrere di una possente forza elettrica e lei è terrorizzata. Ha inizio la sua crisi d’identità.
La sua ombra nel network accresce (pura energia digitale) con la sofferenza che la dilania mentre la Lain del Wired si ritrova a faccia a faccia con il Doppelgänger.
La Lain del Wired è arrabbiata e vuole che l’altra svanisca, tanto che tenta di strangolarla, apprendendo così che lei è vera, che lei ha una consistenza, che esiste sul serio. Che è viva.
Penso che finirò con il suicidarmi.
La verità è che sono tutte Lain in quanto lei esisteva già prima, come presenza onnipresente che pervade il wired.
Di conseguenza ogni informazione che Lain percepiva veniva automaticamente condivisa in quanto il Wired è fatto per questo e ogni cosa deve essere nota a tutti.
Lain è sempre accanto a ogni individuo che si connette al wired. Non esistono segreti.
Tramite questo lei apprende che ha il potere di modificare ed eliminare i ricordi delle persone (ma questo influisce anche sui fatti reali, arrivando a non modificare solo i ricordi ma anche quanto è accaduto nel mondo reale e virtuale).

A scuola, il giorno dopo, tutti hanno davvero dimenticato ogni cosa ma la Evil Lain prende il suo posto.

Lain è Lain, quindi IO SONO LAIN.

Tutto questo spiega la scena in cui Lain distrugge le copie di se stessa: ogni persona che si connette al wired genera una personalità di Lain collegata a quella suddetta persona che automaticamente distribuirà le informazioni apprese. Lain, essendo un’entità del wired, non ha una sola e unica identità.
Qui il concetto di Parmenide: l’essere è e non può non essere si trasforma in cenere in quanto per Lain non vale più, non avendo lei un’unica identità.
Tutte loro sono Lain.

[Gli altri due layer saranno discussi nella seconda parte dell’articolo (plugin_2)]

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[Shiki Ryougi 両儀 式]
PS: Immagini tratte dall’artbook “An Omnipresence in Wired”,
dal dvd e dagli episodi discussi.