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Bentornati amici musicomani.
Prima di procedere con la recensione di oggi volevo spendere alcune parole su un interessante progetto musicale, che mi è stato gentilmente segnalato da Frank Lavorino della Blob Agency, che ringrazio per il materiale inviatomi.
Ho intenzione di riservare uno spazio iniziale, anche per i prossimi articoli, dedicati ai gruppi italiani emergenti o underground degni di particolare interesse.
Oggi tocca ai Twenty Four Hours, gruppo italiano di rock progressivo, contaminato dalla psichedelia. La band ha da poco rilasciato un videoclip promozionale come anticipazione di “Close-Lamb-White-Walls”, prossimo doppio album di inediti la cui uscita è prevista per il mese di Ottobre 2018. Si tratta di un brano molto suggestivo incentrato sulla figura del compianto “Adrian Borland”, leader dei Sound, band pilastro del movimento post-punk britannico degli anni Ottanta. La canzone presenta un testo criptico, ricco di citazioni di brani che hanno fatto la storia del rock (da Kill ‘Em All dei Metallica passando per Learning To Fly dei Pink Floyd post-Roger Waters). Il brano si apre sul tappeto sonoro del Mellotron (strumento cardine del progressive), alternando momenti di pura dolcezza ad altri più dinamici. Il culmine del pezzo lo si trova nella parte centrale dove il richiamo alle atmosfere dei Cure è molto forte. Il brano è stato mixato e masterizzato attraverso l’uso di apparecchiature completamente analogiche, sotto la guida degli ingegneri del suono Andrea Valfrè e Marco Lincetto, cercando di creare un suono più fedele e naturale possibile. Come ha affermato il cantante e tastierista Paolo Lippe, “Adrian” rappresenta la forma più moderna di progressive, che non può prescindere dal punk e dalla new wave. Un pezzo che scava nelle sofferenze interiori provate dalla figura di Borland, anima tormentata che ha deciso di porre fine alla sua esistenza nella maniera più atroce possibile. In conclusione se siete amanti del progressive e della psichedelia, i Twenty Four Hours fanno sicuramente per voi. Approfittate di questo loro nuovo singolo per andarvi a spulciare la loro discografia a dovere (tra l’altro alcuni dei loro lavori sono stati ristampati anche in vinile). In attesa naturalmente di acquistare il nuovo album.

Detto questo passiamo alla recensione di oggi.

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Da una parte abbiamo lui, David Byrne, maestro dell’avanguardia musicale. Protagonista di una delle parentesi più belle della new wave insieme alla sua creatura più nota, i mitici Talking Heads. Artista poliedrico e geniale, dal carattere non facile, che non si concede a tutti. Se guardiamo alla sua carriera post- Talking Heads, possiamo notare come sia caratterizzata da collaborazioni di un certo peso: Brian Eno, Fatboy Slim, Ryuichi Sakamoto tanto per citarne alcuni. Persino il regista italiano Paolo Sorrentino l’ha più volte ringraziato e  citato come fonte d’ispirazione per i suoi film, tanto da volerlo per il suo “This Must Be The Place” (vero e proprio omaggio alla band statunitense), nel quale appare in un breve cameo interpretando il suo cavallo di battaglia che da il titolo al film, in una versione completamente inedita. Sempre del film curerà anche la colonna sonora. Sorrentino tornerà a ringraziare l’operato di Byrne e dei Talking Heads durante la consegna del Premio Oscar per il film “La Grande Bellezza”.

Dall’altra parte invece abbiamo St. Vincent, all’anagrafe Annie Clark, giovane musicista dal grande talento ed altrettanto poliedrica (chitarra, basso, pianoforte e organo). Il suo stile è stato definito in bilico tra pop e cabaret jazz, con arrangiamenti molto particolari che vedono l’impiego di diversi strumenti (flauti, violini, ottoni e clarinetti). La consacrazione vera e propria per lei arriverà con gli album “Actors” (2009) e “St. Vincent” (2014). Per questo suo variegato stile è stata molto spesso accostata ad altre artiste donne come Bjork e Kate Bush. Il 2017 è stato un anno particolarmente intenso per lei, che l’ha vista dividersi tra diversi impegni: dalla nomina di ambasciatrice ufficiale per il Record Store Day, passando dietro la macchina da presa per girare il suo primo cortometraggio horror, fino a far uscire il suo ultimo album di inediti, “Masseduction”. Album più elettronico rispetto ai precedenti, pur mantenendo lo stesso stile a cui ci ha sempre abituati. Proprio in questi giorni è stato rilasciato il suo ultimo singolo dal titolo “Slow disco”, con annesso videoclip.

Ora immaginate per un momento che questi due artisti si unissero insieme per una collaborazione. Cosa potrebbe uscirne fuori? Ve lo dico io: Love This Giant.

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David Byrne non è uno di quei giganti che una volta invecchiati continuano a riciclare i loro fasti passati in memoria di ciò che è stato. Al contrario è sempre in cerca di nuove strade, di nuovi stimoli. Nuovi obiettivi da perseguire. E per fare ciò ha bisogno di qualcuno che gli regga bene il gioco. E’ il lontano 2012 (davvero suona cosi lontano?)  e dopo la collaborazione con Fatboy Slim, ora Byrne ha una nuovo pupilla. Si tratta di Annie Clark, in arte St Vincent, nuova stella nascente del pop. I due si conoscono durante un concerto di beneficenza e proprio in quella occasione decidono di collaborare per un futuro progetto. In realtà David ha avuto modo di studiare bene le doti della ragazza ancora prima di conoscerla di persona. Aveva assistito a qualche sua performance e ne era rimasto conquistato subito. Cosi i due cominciano a lavorare separatamente alle canzoni, pur mantenendosi in contatto tramite e-mail. Il primo risultato che esce fuori è il singolo “Who”, nel quale viene sdoganata la natura del nuovo album: un’impronta decisamente funk con una sezione fiati molto energica e dinamica. Si parla degli incontri fortuiti che si possono fare percorrendo la metropolitana di New York e il videoclip realizzato mostra in maniera divertente la realtà caotica di queste strade  con tanto di danze e coreografie in pieno stile “Byrne”. In questo lavoro naturalmente le doti della Vincent sono valorizzate in tutto e per tutto: basti ascoltare “Weekend in the dust”, pezzo che rimanda alla Bjork del primo periodo (quella di “Debut” e “Post” per intenderci) o all’uso straniante che fa della voce nei primi secondi di “Ice Age”. Pur affiancando un maestro con anni di esperienza alle spalle, il suo contributo alla stesura dei pezzi  è tutt’altro che marginale: firma come co-autrice tutti i testi e a lei si deve la geniale idea di inserire un ensemble di ottoni (tromboni, corni e flicorni). L’idea è talmente intrigante e curiosa che viene subito appoggiata dallo stesso David. Ed è cosi che nascono pezzi come “Dinner for Two” per sassofono, trombone e corno francese; il coinvolgente gospel di “I’m An Ape”, fino ad arrivare al pop sincopato di “Lazarus” altro episodio a due voci dei più riusciti. Per il resto delle canzoni i due giocano a passarsi il pallone, alternandosi tra scenari funky e altri gustosamente pop. David Byrne si concede come al suo solito momenti di pura sperimentazione, arricchendo questa curiosa esperienza con un po’ di world music (The One Who Broke Your Heart), per poi chiudere in bellezza con la ballata romantico- futurista “Outside of Space and Time”.

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Love This Giant è la conferma di un duo vincente: sebbene entrambi provengano da esperienze musicali completamente diverse, sono accomunati dal gusto per la ricerca e la sperimentazione più totale. Questo è un disco nel quale è praticamente impossibile stare fermi, dove balli dall’inizio alla fine. Alla sua uscito il disco ha riscontrato il favore della critica e del pubblico, tanto da spingere i due ad intraprendere un tour nel 2013 che ha toccato l’Australia, gli Stati Uniti e diversi paesi d’Europa, tra cui l’Italia. E se non vi bastasse sempre nel 2013 i due hanno rilasciato un EP dal titolo “Brass Tactics” contenente cinque tracce (due remix e due registrazioni dal vivo). Mi auspico fortemente che questi due tornino a lavorare di nuovo insieme in futuro. Me lo auguro proprio.

 

[Mike]

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Uno dei ritorni molto attesi di questo 2018 è stato sicuramente quello di Motta.
Anche io, come molti altri, sono stato piacevolmente conquistato dalla sua opera di esordio, tanto da nutrire moltissime aspettative per il suo successore. A distanza di due anni da “La Fine dei Vent’anni”, disco rivelazione del 2016 che inaugura l’avventura solista dell’artista pisano, si torna finalmente a parlare di lui con un lavoro molto diverso dal primo, molto più intimo e introspettivo. La domanda a questo punto è lecita: Motta alla sua seconda prova è riuscito a riconfermare il suo talento e a non deludere le aspettative? Sarà stato in grado di stupirci di nuovo? Secondo me si.
E vi spiego anche perché.

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Nato a Pisa ma di famiglia livornese, Francesco Motta esordisce nel mondo della musica con il gruppo Criminal Jokers, band dalle sonorità punk- new wave fondata nel 2006 e nella quale ricopre i ruoli di paroliere, cantante e batterista. Il gruppo pubblica due album molto interessanti: il primo nel 2010 cantato in lingua inglese e che vede la produzione di Andrea Appino degli Zen Circus (“This Was Supposed to Be the Future”) e il successivo “Bestie” che vedrà la luce solo due anni più tardi. Nel frattempo Motta si fa le ossa come polistrumentista accompagnando in tour diversi artisti tra cui gli stessi Zen Circus, Il Pan del Diavolo e la cantante Nada. Solo nel 2016 pubblicherà il suo primo album da solista, quello che lo lancerà al successo vero e proprio. “La Fine dei Vent’anni” vede la partecipazione di un altro talento tutto italiano, Riccardo Sinigallia che collabora nella stesura dei testi come coautore. L’album è un successo di pubblico e riceve numerosi riconoscimenti da riviste prestigiose e nello stesso anno si aggiudicherà diversi premi tra cui la Targa Tenco come “migliore opera prima”.

Dopo due anni, giungiamo a questo “Vivere o Morire”, anticipato il 28 gennaio dal primo singolo “Ed è un po’ come essere felici”, ottimo punto di congiunzione con il precedente album. Un Motta arrabbiato, che ci urla nelle orecchie. Il suggestivo videoclip che accompagna l’uscita del singolo è stato realizzato in collaborazione con la performer Silvia Calderoni . Già dai primi ascolti di questa canzone il mio parere non poteva che essere positivo: suono pulito e la voce di Motta che domina uno scenario quasi dark, dove le sonorità elettroniche salgono fino a culminare in un’esplosione accentuata dal tono di voce del cantante, che da calma e appiattita si trasforma in un grido di allarme, come un mare in preda alla tempesta.  Il disco tuttavia prosegue in tutt’altra direzione, mostrandoci il lato più intimo e acustico del nostro artista pisano. Egli infatti descrive queste sua nuova opera come la rappresentazione autentica del suo stato d’animo attuale. E’ un album che fondamentalmente parla d’amore. Già il secondo singolo rilasciato qualche mese dopo, “La nostra ultima canzone”, si presenta più spensierato e leggero rispetto ai toni più cupi e arrabbiati della traccia d’apertura. Il pezzo sicuramente  dalla natura più radiofonica. Alla produzione non troviamo più Riccardo Sinigallia, sostituito dal buon Taketo Gohara, il cui modus operandi abbiamo già apprezzato nelle collaborazioni precedenti con Capossela, Mauro Pagani o Brunori Sas. Si nota infatti una certa cura nei dettagli, in particolare nel suono più pulito .

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I testi sono il cuore pulsante di tutto e anche qui il nostro Francesco conferma le sue abilità di scrittura nella descrizione di un amore mai banale, fatto di gioie quotidiane ma anche di spiacevoli tormenti. In particolare nella canzone “La prima volta”, egli mette a nudo il suo stato d’animo attuale che lo vede coinvolto in un nuovo rapporto (chiaro il riferimento alla sua relazione con l’attrice Carolina Crescentini, la quale partecipa ai cori del brano). Ci sono anche momenti più brevi ma non per questi meno intensi come l’emotiva “Chissà dove sarai” con un trionfo di violini da far accapponare la pelle. Il pezzo più forte è tenuto alla fine: “Mi parli di te” è uno splendido valzer basato sul rapporto padre-figlio, dalla natura molto autobiografica. Ballatona tutta chitarra ed archi. A dare più sostanza al tutto ci pensano il ritmo sud americano di “E poi ci pensi un po’” e l’incalzante “Per amore e basta”. Il ritratto più fedele del Motta adulto di adesso è la stessa title-track a darcelo: il cantante pisano mette in gioco sé stesso, pur riconoscendo i propri limiti.

L’album è stato reso disponibile per l’acquisto dal 6 aprile 2018 nelle classiche versioni cd e formato digitale. In vinile sono uscite due versioni: una standard contenente il tipico disco nero e una versione deluxe. Quest’ultima, oltre a presentare il vinile con copertina apribile, si differenzia per la presenza del vinile colorato, di un poster e di una t-shirt.

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Vivere o Morire è un nuovo capitolo della vita di Motta. Un album che riflette il se stesso odierno, il suo rapporto con l’universo femminile e la sua evoluzione non solo umana ma anche artistica. Coloro che speravano in un “La fine dei vent’anni Volume 2” devono aspettarsi ben altro dall’ascolto di questi 9 inediti. Non c’è spazio per il rock energico dell’esordio ( o per lo meno il suo spazio è stato ampiamente ridimensionato) per dare spazio ad una sfera più intimistica e romantica. Tutto scorre fluido e senza particolari intoppi. Non per questo tali elementi rendono questo lavoro inferiore al precedente. Piuttosto aprono nuovi orizzonti per quella che è probabilmente una delle figure più interessanti del nuovo “cantautorato” italiano. Per tornare alla domanda iniziale Motta ha superato molto bene la sua seconda prova riconfermando il suo talento di musicista. Se dovessi dare un voto direi che un 8 pieno se lo merita eccome.

Sabato 21 aprile si è tenuta l’undicesima edizione del Record Store Day, un appuntamento fisso ormai per tutti gli appassionati della musica e del vinile. Oltre all’acquisto del nuovo album di Motta è stato possibile portare a casa alcune delle chicche messe a disposizione proprio per l’evento. Versioni limitate di alcuni 33 e 45 giri contenenti inediti, demo o versioni alternative di brani celebri. In particolare ho gradito molto le scelte di quest’anno sia in campo internazionale che italiano. Io sono riuscito a giudicarmi la limited edition di Moondance di Van Morrison (sono state rilasciate in tutto solo 10.000 copie), album qui riproposto in una versione totalmente inedita e spettacolare e l’ultimo disco di Bjork. Aspettatevi presto una recensione su quest’ultima.
A presto musicomani!

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[Mike]

Lorenzo Urciullo, in arte Colapesce, è stata per il sottoscritto una delle scoperte più folgoranti dell’anno appena trascorso. Mi è bastato ascoltare il suo ultimo lavoro discografico per innamorarmi della sua musica e delle sue liriche. Prima di allora non avevo ascoltato nulla di lui, sebbene il suo nome era rimbalzato più volte ai miei occhi leggendo le varie riviste di musica indie. Per un motivo o per un altro non mi ero mai preso la briga di andarmelo ad approfondire, fino a quando un giorno voglioso di ascoltare qualcosa di nuovo, mi imbattei nel suo Infedele. Fu amore a primo ascolto.

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Questo disco mi ha accompagnato per tutta la fine del 2017 ed è entrato nella mia personale classifica dei migliori ascolti dell’anno. Sicuramente è stata una delle uscite più interessanti del mercato italiano, come non se ne vedevano da un pezzo. Urciullo è un ragazzo dal grande talento ed in questo album sfodera il meglio di sè, distaccandosi completamente dalle sonorità dei dischi precedenti per intraprendere un nuovo percorso sonoro. Un lavoro che fin dalle prime note osa di più e si permette di spostare l’asticella un po’ più in la.

Il primo aspetto che catalizzò la mia attenzione ancora prima di ascoltare le canzoni, fu per l’appunto la curatissima copertina del disco, ad opera di Alfredo Maddaluno. Una foto su sfondo rosa mostra un giovane Colapesce nell’atto di prendere la prima comunione. Come lui stesso ha detto, questo scatto “appartiene a tutti e a lui solo”. La prima volta che rimirai questa fotografia si palesò nella mia mente un’altra copertina iconica: il Battiato adolescente in giacca e cravatta di Fisiognomica. Semplice coincidenza? Probabilmente no, dato che l’influenza del maestro siculo si fa sentire anche a livello compositivo. Pantalica, la canzone che apre il disco, ne è un perfetto esempio. Si parte da un beat costante e ripetitivo fino a sfociare in una vertigine di sperimentazione sonora dai toni quasi prog, dove a emergere è un’emozionante intervento di sax ad opera di Gaetano Santoro. La voce di Urciullo non può non ricordare quella del cantautore catanese. Già questa prima traccia mette ben in chiaro le carte in tavola: veniamo a conoscenza di un lato dell’artista inedito, mai mostrato prima. Non si fa del semplice pop, ma piuttosto un pop costruito su diversi livelli di lettura.

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Se il primo momento del disco disorienta l’ascoltatore più fanatico, conducendolo verso lidi remoti e a lui inesplorati, stessa cosa non si può dire delle due canzoni successive. Non potevano mancare i momenti più danzerecci e ballabili e per questo giungiamo ai due singoloni di punta. Totale, in origine scritta e pensata per Luca Carboni, nonostante rappresenti un passo indietro rispetto alla traccia iniziale, risulta godibile nel suo insieme e perfettamente orecchiabile. Ci sono tutti gli ingredienti per farne un ottimo pezzo da radio: ritmo vivace, ritornello che ti rimane impresso e varie sfumature di colore. Il pezzo, scritto in collaborazione con il collega siciliano Dimartino, esce accompagnato da un simpatico videoclip. La stessa leggerezza la ritroviamo anche nel secondo singolo dell’album, la vivace Ti attraverso. Anche questa godibile ma che non aggiunge niente all’opera.

Il lato A si chiude con quello che è, molto probabilmente, il vero gioiello di tutto il quadro. Vasco da Gama non è altro che un viaggio esotico dal sapor portoghese. Impossibile da descrivere. Va rigorosamente ascoltato. Procedendo con l’ascolto, si arriva al momento più intimistico, quello di Decadenza e panna, ballata in pieno stile De Gregori, con soltanto una chitarra e la voce delicata di Urciullo a cullarci. Breve ma intensa. Segue Maometto a Milano, dove il nostro Colapesce mescola politica e religione a ritmo di discoteca (“Siete tutti felici/siete tutti risolti”).  A chiudere ci pensano l’esemplare Compleanno, che fonde l’eurodance con la musica brasiliana (i rimandi al Battisti di Anima latina sono assai espliciti) e il conclusivo Sospeso, che come dice il titolo, non chiude definitivamente il disco ma, lascia l’ascoltatore “in sospensione”. Un finale che non soddisfa completamente e lascia un po’ con l’amaro in bocca.

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Nelle intenzioni del suo autore il disco in realtà doveva contenere circa una ventina di canzoni (doveva uscire come doppio) ma la casa discografica non era d’accordo. Molti dei pezzi originariamente composti vennero scartati e si decise per mantenerne soltanto otto. Sicuramente uno dei punti forti di Infedele sta nel lavoro di produzione svolto in maniera impeccabile dal talentuoso Jacopo Incani (alias Iosonouncane, autore del meraviglioso Die del 2015). La sua mano si sente, specialmente nel brano Compleanno. Inutile dire che il suo lavoro di produzione ha giovato molto al progetto e mi auguro fortemente che entrambi possano presto tornare a collaborare insieme. Vi esorto quindi, se non lo avete ancora fatto, a recuperare anche i due lavori solisti di quest’ultimo se non li conoscete.

Prima di lasciarvi volevo parlarvi di un progetto musicale molto importante che è approdato su Youtube negli ultimi mesi. Il canale si chiama Vinilicamente ed è dedicato al mondo del vinile e della musica in generale. Vengono trattate diverse rubriche (recensioni di dischi e libri, interviste agli appassionati del vinile ecc…) ed è gestita da tre ragazzi di Livorno, con grande passione, semplicità e molta competenza. Se volete, andate a dare un’occhiata anche alla loro pagina Facebook. Merita davvero!

Questo è tutto. In fondo trovate la classifica dei dieci migliori ascolti del 2017 secondo il sottoscritto. Alla prossima!

TOP 10 ALBUM 2017 di Mike

1. Paolo Benvegnù – H3+
2. Edda – Graziosa Utopia
3. Kamasi Washington – Harmony of Difference
4. Protomartyr – Relatives in Descent
5. Ulver – The Assassination of Julius Caesar
6. Ariel Pink – Dedicated to Bobby Jameson
7. Lcd Soundsystem – American Dream
8. Kendrick Lamar – Damn
9. Colapesce – Infedele
10 . Steven Wilson – To the Bone

 

[Mike]