Posts contrassegnato dai tag ‘recensione disco’

Coraggio.
Ci vuole molto coraggio quando si decide di mettere le mani su un lavoro altrui. Ancor di più se questo lavoro è una pietra miliare della musica italiana, concepita dal genio anarchico di De André. Il solo pensiero risulterebbe blasfemo. Quando nel lontano 2005 venne pubblicata la seconda opera solista di Morgan, le reazioni da parte del pubblico e della critica furono molto contrastanti. Chi da una parte lo accusava di troppa presunzione nel volersi misurare con un classico di quella portata, chi dall’altra lo difendeva, ritenendo l’operazione tutt’altro che mal riuscita. E’ stato un caso questo che ha fatto molto discutere in quel periodo. Un’operazione talmente rischiosa e delicata ma soprattutto mai tentata prima nel nostro paese: “coverizzare” un intero album, riproporlo in tutta la sua interezza. Uno dei primi remake nella storia della musica italiana che spinse molti a porsi una legittima domanda: era proprio necessaria un’operazione del genere? Probabilmente no, l’opera originale è perfetta così com’è. Però, però… ha un suo perché e mi sento di consigliarlo a tutti, anche a coloro che nutrono ancora dubbi a riguardo e si sono tenuti a debita distanza per paura di vedere (o meglio sentire) l’ennesimo scempio perpetrato ai danni di un capolavoro storico. Fortunatamente per noi, non è questo il caso.

Image and video hosting by TinyPic

L’idea del progetto nacque per volontà della moglie di Fabrizio, Dori Ghezzi, che dopo la morte del marito si è ritirata dalle scene per dedicarsi completamente alla gestione del patrimonio artistico del cantautore. Attraverso la “Fondazione Fabrizio De André Onlus” si occupa di promuovere diversi eventi con lo scopo di mantenere vivo il suo ricordo, rivolgendosi soprattutto ai più giovani. E proprio loro sono i destinatari di questa particolare operazione “remake” della celebre opera tratta dall’Antologia di Spoon River. Per fare questo però fu necessario trovare qualcuno che avesse a cuore il progetto e riuscisse a mantenere una chiave di lettura quanto più possibile fedele e rispettosa all’originale. Dopo una lunga ricerca la scelta cadde infine su Morgan, dopo che la stessa Dori aveva assistito ad una sua interpretazione dal vivo della canzone “Un ottico” rimanendone piacevolmente colpita.

“Cercavo un artista che fosse all’altezza per far rivivere quel lavoro dedicato a Spoon River. Conoscendo Morgan ho scoperto che è colto, preparato. Poi l’ ho sentito cantare alcuni di quei brani a Roma e mi sono convinta che sarebbe stato bello farne un disco nuovo. Gli ho lasciato carta bianca e il risultato mi ha entusiasmato.”

(Dori Ghezzi)

L’ex leader dei Bluvertigo, che aveva già pubblicato il suo primo album solista(vincitore della Targa Tenco 2003 come migliore opera prima), accettò subito la proposta della Ghezzi, mettendosi immediatamente a lavoro. Ripartendo dagli arrangiamenti di Nicola Piovani, riscrisse tutte le partiture e riarrangiò tutti i pezzi.

Image and video hosting by TinyPic

Pur essendo un’operazione quasi fedelmente rispettosa dell’originale, presenta alcune differenze che non stravolgono la natura del disco, ma al contrario, arricchiscono le atmosfere con l’aggiunta di diversi strumenti. Si parte con un breve incipit dove le note del “Suonatore Jones” aprono il concept anticipando quella che è la prima vera canzone. “Dormono sulla collina” (conosciuta anche come “La collina”) fa riferimento a tutte quelle anime strappate alla vita (chi per morte accidentale sul lavoro, chi per amore e chi perchè morto in guerra) e che ora riposano nel cimitero di Spoon River. Morgan non apporta grossi cambiamenti se non quello di aggiungere il pianoforte e il sintetizzatore. “Un matto” già presenta alcune sostanziali modifiche come l’aggiunta del clarinetto e l’effetto “bisbiglio” delle voci in sordina. Viene completamente riscritta la struttura iniziale del brano mentre sul finale viene inserita una vera esplosione dai toni free jazz con il clarinetto in primo piano. Protagonista di questa canzone è il matto Frank Drummer, ovvero da tutti identificato come “lo scemo del villaggio”, a causa della sua incapacità di esprimere i propri pensieri attraverso le parole. Nonostante i suoi numerosi tentativi di inserimento nella società (tra cui quello di imparare l’enciclopedia Treccani a memoria) finirà con l’essere deriso e isolato da tutti e per questo internato in un manicomio. La terza canzone è quella più famosa del disco e del repertorio del cantautore. “Un giudice” mette in mostra le vicende personali di Selah Lively, persona di bassa statura, vittima della derisione della gente. Anche qui, come nella canzone precedente subentra il tema dell’invidia: se nel caso del matto il protagonista rimaneva impotente agli atteggiamenti di coloro che lo circondavano, qui invece notiamo come il senso di invidia e frustrazione porti il protagonista a trasformarsi completamente, cominciando ad agire per vendetta. Completati gli studi di giurisprudenza e diventato giudice comincerà a punire tutti coloro che lo avevano preso in giro, mostrandosi più carogna di loro. Tuttavia sul finale dovrà inginocchiarsi dinanzi alla statura sconfinata di Dio, giudice onnipotente al di sopra di lui. Se nella versione di De Andrè il brano risultava essere più scarno, con protagonista la chitarra e pochissimi altri strumenti, nella versione di Morgan il pezzo acquista un sapore decisamente più rock grazie all’aggiunta della batteria e alla sostituzione dell’ocarina con il flauto a coulisse. Il tema del brano si ripete ogni volta con uno strumento diverso fino alla strofa finale dove convergeranno tutti insieme. Seguono le vicende tormentate del blasfemo Wendell Bloyd, che viene perseguitato e poi ucciso a forza di botte da due guardie bigotte per aver accusato Dio di aver ingannato l’uomo inventando la morte e le quattro stagioni. Una volta morto il blasfemo non accuserà più Dio ma chi usa la religione per esercitare il proprio potere sugli altri. Nel “blasfemo” di Morgan il tempo viene rallentato e vengono introdotte delle variazioni armoniche. Vengono inoltre apportate piccole modifiche al testo: il verso conclusivo viene ripetuto tre volte anziché due. Si arriva alla fine della prima parte dell’opera con l’ultimo brano portante il tema dell’invidia: “Un malato di cuore”, uno dei più commoventi ed emozionanti. Viene raccontata la delicata esistenza di Francis Turner, costretto a sfiorare la vita senza mai poterla vivere in pieno a causa del suo cuore malato. Provare anche solamente una forte emozione potrebbe costargli caro e per questo si trova limitato in ogni semplice azione del vivere quotidiano (dal bere a piccoli sorsi da una coppa al non poter correre insieme agli altri suoi coetanei). Questo accentua sempre di più il suo senso di solitudine ed invidia nei confronti degli altri. Tuttavia il suo personaggio, a differenza del matto, del giudice e del blasfemo, sarà l’unico a vincere l’invidia grazie all’amore di una donna che gli regalerà l’unica forte emozione della sua vita prima che il suo cuore smetta di battere. Anche qui il tempo subisce un forte rallentamento mentre l’accompagnamento vocale del soprano viene sostituito dal theremin. Nell’album originale alla fine del brano De André accenna brevemente “L’inverno” di Vivaldi con la chitarra, mentre nella versione di Morgan il tema viene riproposto per interno in una traccia separata.

Image and video hosting by TinyPic

Il secondo tempo dell’album si apre sulle note di “Un medico”, storia del dottor Siegfried Iseman, il quale spinto da una forte passione per la professione medica comincia a curare gratuitamente i poveri ammalati, fino al punto da ridursi in miseria perdendo oltre il lavoro anche l’amore di sua moglie e dei suoi figli. Pur di risollevare la propria vita si ritroverà costretto a vendere “pozioni miracolose” per poi finire in prigione, additato da tutti come il professore imbroglione e truffatore. Rispetto alla versione originale qui vengono aggiunti numerosi strumenti come il pianoforte, il mellotron, il clarinetto e il sintetizzatore. Inoltre viene accennato brevemente “L’arte della fuga” di Bach con il clavicembalo. Dalla passione per la medicina si passa a quella per un’altra nobile professione: quella del “chimico”. Si racconta di Trainer il farmacista, capace di comprendere le reazioni che tengono uniti elementi come l’idrogeno e l’ossigeno senza mai riuscire a capire come uomini e donne riescano a unirsi attraverso l’amore. Per tale motivo non si sposerà mai e non conoscerà mai tale sentimento. Il destino beffardo riserverà al chimico una morte tanto stupida quanto idiota (“egli morì in un esperimento sbagliato/proprio come gli idioti che muoion d’amore”). Anche qui il pezzo viene impreziosito dall’aggiunta di vari strumenti come il piano elettrico, il contrabbasso e la chitarra elettrica. C’è anche l’accompagnamento di archi che eseguono il Canone di Pachelbel, parte del tutto assente nell’album del 1972. Piccola curiosità: questo brano venne scelto dalla casa discografica per partecipare in gara al Festivalbar nel 1972. De André tuttavia si rifiutò di partecipare alla manifestazione. Eccoci giunti al brano più psichedelico dell’opera: “Un ottico”, qui diviso in cinque parti. L’unica poesia tratta dall’Antologia di Edgar Lee Masters a non trattare il tema della morte. Questo si può capire anche dal fatto che la storia viene raccontata usando il tempo presente anziché il passato come per tutte le altre canzoni. La storia vede protagonista un ottico di nome Dippold, il quale costruisce delle lenti speciali che possano aiutare la gente a vedere oltre la realtà. Per questa canzone Morgan ha utilizzato il pianoforte, il clarinetto e un megafono per conferire quel senso di sdoppiamento delle voci che è possibile ascoltare nella seconda parte, a partire dalla seconda strofa. Il tutto contribuisce ad accentuare il carattere psichedelico del brano che termine con una improvvisazione jazz sul finale. L’ultima storia di Spoon River ci racconta le gesta del “Suonatore Jones”, uomo che preferisce coltivare il proprio tempo suonando il flauto piuttosto che lavorare la terra. Morirà povero ma privo di rimpianti: la libertà che la musica gli offriva era di gran lunga superiore a qualsiasi tipo di ricchezza economica. Nell’antologia di Masters Jones non suona il flauto ma il violino. La versione di Morgan differisce da quella di De André proprio per la presenza del violino e di strumenti come il pianoforte, la batteria, il basso e il theremin. L’album si chiude sulle note finali del tema iniziale, il tutto a rafforzare il concetto di concept-album.

Image and video hosting by TinyPic

Questo esperimento operato da Morgan vide la luce nel 2005 grazie alla pubblicazione da parte della Columbia Records. Il risultato finale convinse non solo Dori Ghezzi ma anche un’altra persona che ha contribuito alla genesi di questo album cult: Fernanda Pivano, ovvero colei che ha tradotto le poesie di Masters che Fabrizio ha poi deciso di utilizzare per il disco. Il musicista di Monza ha eseguito diverse volte dal vivo l’intero album e ancora oggi nei suoi concerti non mancano i suoi omaggi al cantautore genovese.

La recensione termina qui. Se avete amato l’opera originale e volete immergervi di nuovo nel mondo di Spoon River vi invito a dare una chance a questo remake. Questo è tutto quello che avevo da dire su uno dei dischi che più di tutti hanno segnato la mia crescita musicale. Ancora oggi la ritengo la mia opera preferita di De André insieme a “Storia di un impiegato” e “Tutti morimmo a stento”. Altri dischi di cui mi piacerebbe tanto parlare. Noi intanto ci rivediamo alla prossima recensione!

[Mike]

Annunci

Finalmente, dopo un periodo di inattività dovuto al caldo torrido delle ultime settimane, sono riuscito a buttare giù nuovo materiale per le mie prossime “recensioni”. Dopo giorni passati nel completo ozio totale (qualsiasi tentativo di buttar giù un paio di righe era andato tragicamente fallito), approfitto di questa ventata di fresco per parlarvi di un disco che non pensavo potesse sorprendermi così tanto. L’album in questione è Spirit, quattordicesima fatica in studio dei Depeche Mode, uscito il 17 marzo 2017 per la Columbia Records.
Sì, lo so, avrei dovuto parlarne già qualche tempo fa ma ho voluto aspettare e prendermi tutto il tempo necessario per ascoltarlo bene ed evitare subito giudizi a caldo. Le prime impressioni a volte possono ingannare. Quante volte è capitato di farsi prendere dall’emozione del primo ascolto e urlare subito al capolavoro, salvo poi rendersi conto, man mano, dei diversi difetti presenti e rendersi conto che alla fine, il disco in questione, non era poi tutto questo grande gioiello. O anche semplicemente il contrario. Detto tra noi, sinceramente non nutrivo molte aspettative per questo loro nuovo lavoro. Gli ultimi “Sounds of the Universe” e “Delta Machine” mi avevano lasciato con molto amaro in bocca, fatta eccezione per poche canzoni veramente degne di nota. Le premesse per questo Spirit non erano certo le migliori ma devo dire, con mia grande sorpresa, che Dave Gahan e soci sono riusciti a farmi ricredere. Non credo di esagerare dicendo che era da diverso tempo che i Depeche non realizzavano un disco ben ispirato e tosto come questo. Non tra i migliori del gruppo di Basildon ma sicuramente un buon prodotto degno del loro nome.

Image and video hosting by TinyPic

Non è facile per una band di cinquantenni come loro, specie se con una lunga e notevole carriera alle spalle, continuare a rimanere sulla cresta dell’onda proponendo musica di alta qualità. Non si possono pretendere chissà quali rivoluzioni musicali perché, si sa, prima o poi la crisi di creatività è una cosa con cui ogni artista deve fare i conti. Del resto è anche una cosa naturale: dopo anni passati a scrivere un capolavoro dietro l’altro è abbastanza comprensibile che le idee calino, lasciando spazio alla ripetitività e alla formula del “già sentito”. E’ un po’ quello che è successo ai nostri cari Depeche negli ultimi anni a questa parte e fin qui non ho nulla da ridire. Il fatto è che anche nel ripetersi bisogna stare attenti, perché se lo si fa nel modo sbagliato, si rischia di cadere nel banale. Gli ultimi due loro lavori non sono bruttissimi ma neanche degni di nota. Sono dischi mediocri, che hanno sofferto non solo di mancanza di buone idee ma anche di un sound poco convincente, poco omogeneo e coerente. Nonostante li abbia riascoltati diverse volte ancora oggi il mio giudizio non è cambiato. Per carità, c’è qualche buon pezzo qua e là, ma sono solo casi sporadici, niente altro che piccole parentesi contenute in album che fanno acqua da tutte le parti.
Passa del tempo. Terminata l’ultima grande e impegnativa tournée in giro per il mondo, i nostri decidono di concedersi un periodo di pausa dalla band. Scelta che ho trovato più che doverosa. Così ognuno si dedica a progetti diversi: Dave Gahan parteciperà ad un progetto molto interessante collaborando con i Soulsavers. Da questa collaborazione nascerà “Angels & Ghosts”, un album molto particolare e interessante, tra i migliori usciti nel 2015. Martin Gore invece si cimenterà nella sua terza prova solista, composta di sedici tracce tutte strumentali. Questa pausa a mio parere ha fatto molto bene poiché ha permesso ai rispettivi musicisti di cimentarsi in progetti di diversa natura, così da allargare le proprie vedute e ritrovare la giusta ispirazione.
Passa qualche anno. I nostri di comune accordo si rincontrano e hanno così modo di confrontare le loro esperienze. Questa loro crescita musicale darà i suoi frutti con il quattordicesimo album di inediti, Spirit. La prima cosa che salta all’occhio (anzi all’orecchio) è la scelta di un nuovo produttore. Molto doverosa in quanto gli ultimi lavori del gruppo avevano risentito molto di una debole produzione. Viene scelto uno che ci sa fare, tale James Ford (molti di voi lo ricorderanno per aver già lavorato con gli Artick Monkeys e i Mumford & Sons). Il suo contributo è quel che ci voleva per la band, dato che porta una ventata di freschezza nel loro sound, senza però snaturarlo troppo. E questo è già un aspetto non da poco, sopratutto per un gruppo che ha bisogno di cambiare direzione. Anche stavolta Ford ha fatto bene il suo lavoro.

Image and video hosting by TinyPic

 

Per quanto riguarda l’art-work del disco i nostri si affidano ancora una volta alle cure dello storico Anton Corbjn (colui che da anni realizza tutte le copertine dei loro dischi e si occupa di tutti gli aspetti riguardanti la loro immagine). La grafica esterna è molto minimale: su uno sfondo color grigio vediamo sagome nere di bandiere in alto e altrettante sagome dello stesso colore raffiguranti gambe e piedi, sul fondo. Al centro una striscia rosso sangue con inciso il logo della band. L’album è stato reso disponibile sia in cd che in vinile e nel formato digitale, in due versioni: una standard e una deluxe. In quest’ultima oltre all’album vi è allegato un booklet di 28 pagine, contenenti immagini della band e i testi delle canzoni. Inoltre la deluxe edition differisce dalla standard per la presenza di tracce bonus in aggiunta: si tratta più che altro di vari re-mix delle tracce originali.

Il disco è stato anticipato dal singolo “Where’s the revolution?”, un antipasto dai toni molto politici nel quale il frontman canta tutta la sua delusione nei confronti di tutte quelle persone che hanno smesso di lottare e di protestare contro le ingiustizie e i nazionalismi dilaganti del nostro tempo. Un brano rivolto a tutta quella gente che si è arresa, che non scende più nelle piazze a protestare. Dove è finita la rivoluzione? Per il momento dobbiamo accontentarci di quella operata dai sintetizzatori in questo pezzo. A fare da apertura al disco c’è “Going Backwards”, uno dei pezzi forti del lotto e tra i meglio riusciti, con quella linea di basso a dare corposità al tutto. Un sound pesante e tosto, dalle tinte dark accompagna un testo che non le manda a dire: la nostra attuale società, nonostante il suo avanzare nel mondo tecnologico, sembra tornare indietro, all’età della pietra. Segue “The Worst Crime”, una deliziosa ballata dove a padroneggiare c’è la chitarra di Gore. Gahan si limita a regalarci ancora una bella performance vocale, immaginando un futuro molto distopico, dove le piazze si trasformano in gogne pubbliche. La prima parte scorre liscia, con alcuni momenti elettronici (la doppietta formata da “Scum” e “You Move”), per terminare con quello che forse è il punto più alto dell’opera: “Cover Me”. Nonostante tutti i brani portino la firma di Martin Gore, questo è stato scritto proprio da Gahan. Arrivati a questo punto possiamo trarre le prime considerazioni: in questa prima parte viene dato ampio spazio a sonorità più vicine al rock e al blues che all’elettronica vera e propria. Punto in comune con il precedente Delta Machine, sebbene questa volta il risultato sia nettamente superiore rispetto a quest’ultimo. La mano di Ford c’è e si sente. Ma ciò che stupisce finora di questo disco sono i toni fortemente politici delle canzoni. Martin Gore non ha mai dato cosi tanto spazio alla politica come in questo disco: da ogni angolo di ogni singolo testo traspare una critica dura alla nostra società. Addirittura un noto esponente della politica americana, Richard Spencer, si è congratulato con loro definendoli “la band portavoce della destra alternativa (alt-right)”. Il trio si è trovato molto in disaccordo su queste parole.

Image and video hosting by TinyPic

 

La seconda parte si apre con “Eternal”, dove alla voce questa volta troviamo Martin Gore. Come da tradizione anche in questo nuovo lavoro c’è spazio per le sue esecuzioni vocali. Il primo è questa ballata di breve durata, che si distacca parecchio dal sound duro e cupo della prima parte, quasi a fare da intervallo. Non è forse la performance migliore di Gore (già in passato aveva dato dimostrazione delle sue ottime doti canore) ma sa comunque intrattenere bene l’ascoltatore, traghettandolo verso quello che, secondo il sottoscritto, è il pezzo più bello dell’intero disco:”Poison Heart”. Anche qui è decisivo il lavoro operato da James Ford, in particolare per quanto riguarda le chitarre che ben s’ intrecciano con la voce di Gahan. Momento veramente superbo. In questa seconda parte torna a riemergere con “prepotenza” la natura elettronica del gruppo, grazie anche alle tastiere di Andy Fletcher, che hanno qui il loro bel da fare. Nonostante la forte connotazione politica del disco, c’è ancora spazio per i sentimentalismi di “So Much Love”. L’album termina con due ultimi pezzi: “Poorman” e “Fail”. Il primo non è altro che una invettiva verso la politica e i suoi luoghi comuni; il secondo invece evidenzia una forte sensazione di fallimento del genere umano. Quest’ultimo brano è cantato nuovamente da Gore.

Tirando le somme, Spirit rappresenta un ritorno in grande stile per la band. E’ un buon disco nel complesso, anche se non è esente da difetti. In certi momenti tende a prolungarsi un po’ troppo (qualche riempitivo sarebbe stato meglio toglierlo) ma a parte questo è un buon risultato, che non si vedeva da molto tempo nella loro carriera. In primis ne ha giovato la produzione (ottima la scelta di Ford) così come il sound, tosto e compatto dall’inizio alla fine. Buoni i testi, molto arrabbiati e carichi. E’ un disco che vale la pena comprare? Si. Dimostrazione che, se vogliono, i Depeche Mode sono ancora in grado di fare buoni dischi. Spero mantengano questa direzione. Bravi!

 

[Mike]

Un’idea che avevo in mente da tempo era quella di portare qui su questo blog alcuni articoli incentrati su alcuni dei maestri del cantautorato italiano. Non i grandi nomi conosciuti dal grande pubblico ma coloro che un po’ ingiustamente vengono catalogati come “artisti di serie B”. Molte di queste figure sono rimaste per anni trascurate (e ancora oggi continuano a esserlo) ma hanno portato enormi contributi alla musica italiana, essendo stati precursori di nuove tendenze musicali provenienti anche dall’oltreoceano e che esploderanno poi in pieni anni ottanta. Il primo cantautore di cui voglio parlarvi è Fausto Rossi, conosciuto anche con lo pseudonimo di Faust’O.

Image and video hosting by TinyPic

Osservando attentamente questa copertina qualcuno potrebbe cogliere nella posa dell’artista un palese riferimento al Bowie di Heroes. Quel contrasto tra bianco e nero così come quegli occhi penetranti che sembrano mirare dritto all’ascoltatore ricordano effettivamente la celebre posa futurista del Duca Bianco in quella che è per l’appunto la sua opera più celebre. Semplice casualità? Non credo proprio ma è necessario fare un passo indietro per capire come stanno realmente le cose. Il 1977 è stato un anno cruciale per la storia del rock e in particolar modo per la nascita di quel movimento romantico noto come new-wave e che trova le sue radici nei Kraftwerk di Trans Europe Express ma anche nei deliri schizofrenici di un talentuoso David Byrne pronto a conquistare il mondo con la sua avanguardia musicale firmata Talking Heads (il loro disco di debutto non poteva avere titolo più significativo). Il ’77 è stato un anno epocale anche per la rivoluzione futurista di Bowie e Eno che con “Low” e “Heroes” danno inizio alla sperimentale trilogia berlinese ricca di suoni elettronici e sempre più all’avanguardia. In tutto questo grande fermento culturale comincia a farsi conoscere Fausto Rossi. Originario di Pordenone ma trasferitosi in seguito a Milano, comincia a coltivare la passione per la musica già a cinque anni studiando pianoforte. Da ragazzo comincerà a sviluppare una certa predilezione per il punk e per la nascente corrente new wave. Ritornando al disco mostrato in copertina, quest’ultimo viene dato alle stampe nel 1978 con il nome di “Suicidio” ed è a tutti gli effetti la sua opera prima. Intriso di un certo glam decadente, il disco è un fior fior di capolavoro. Le tematiche affrontate nelle dieci canzoni sono delle più delicate: vengono raccontate storie di tormenti e di dannazione, fino al gesto più estremo che un essere vivente può compiere, il suicido appunto. Ascoltandolo si ha come la netta sensazione di essere precipitati in un incubo senza fine. L’introduzione iniziale è tra le più diaboliche: i primi suoni che si percepiscono sono quelli di un telefono che squilla, il pianto stridulo di un bambino e una risata malvagia e perversa in sottofondo. Poi improvvisamente un’esplosione di tastiere introduce una melodia accattivante, sorretta da una ritmica di basso pulsante ed ipnotica. Apertura perfetta degna del miglior film dell’orrore. Ecco che parte il secondo pezzo, quello che da il titolo al disco. Il solo testo è qualcosa di veramente dissacrante ma anche un vero e proprio atto d’accusa verso il genere umano: per l’autore il vero suicidio è quello di uscire di casa e confrontarsi con un mondo a volte pieno di cretini, per i quali non proveresti compassione neppure in punta di morte. Il brano che segue è un altro gioiello del suo estro creativo: si chiama “Godi” ed è perverso sia dal punto di vista lirico che strumentale. E’ un vero e proprio invito alla trasgressione e alla libertà e i versi da Fausto recitati sembrano provenire da qualche romanzo del poeta Bukowski. Il messaggio che questo brano vuole lasciare è quello di vivere la propria vita senza tanti pregiudizi e tabù. La perversione è l’unico rimedio per combattere il perbenismo e il bigottismo che ancora oggi pervadono il mondo. Dal punto di vista dei testi Fausto si rivela un vero maestro grazie anche alla sua abilità nel raccontare i difetti e i vizi dell’essere umano con pungente ironia e sarcasmo. Prendiamo per esempio un pezzo come “Piccolo Lord”: una storia apparentemente semplice e tranquilla ma che verso la metà subisce un drastico cambio di prospettiva. Protagonista è un bambino prodigio del pianoforte di nome Harry. Costui ogni volta si ritrova a esibirsi al piano a dei noiosi ricevimenti organizzati dalla madre con lo scopo di far colpo sulle sue amiche. Quest’ultime si dimostrano però per quello che realmente sono: delle vere arpie. I loro finti sorrisi nascondono in realtà malignità e molta invidia nei confronti del talentuoso Harry tanto da sperare che prima o poi il bambino possa commettere qualche errore. La dimostrazione che l’ipocrisia domina qualsiasi ambiente, anche il più raffinato. Si ha improvvisamente un ribaltamento della situazione: il bimbo prodigio smette di suonare Chopin e comincia a dare di matto suonando una musica incomprensibile e quasi “demoniaca”. Ciò che rimane impresso è però l’atteggiamento della madre che di fronte a tale pazzia resta indifferente. Invece che scomporsi invita le sue amiche a prendere dell’altro tè quasi come se non volesse accettare l’imbarazzante situazione. Rossi però ha anche il coraggio di andare oltre e toccare un tema molto delicato come quello dell’omosessualità. “C’è un posto caldo” narra la storia di un ragazzo che prende consapevolezza della propria omosessualità grazie all’incontro con un suo ex-compagno di scuola che ai tempi si era mostrato in alcuni strani atteggiamenti con un suo coetaneo. La scoperta è vissuta dal ragazzo con un grande senso di ansia e angoscia fino a quando il compagno non lo invita a stabilirsi da lui.

Image and video hosting by TinyPic

Dal punto di vista della scrittura questo disco è qualcosa di veramente superlativo ma anche sul piano musicale non è da meno. In questo album c’è di tutto: dalle ballate agli sfoghi di chitarra rock passando per brani dai toni più cupi (Benvenuti tra i rifiuti) a canzoni più allegre (Eccolo qua). Le sensazioni che trasmette sono difficile da inserire su carta. Deve essere ascoltato tutto d’un fiato. E’ un disco che va consumato. Non mi dilungo più di tanto anche perché come sapete parlare di musica non è cosa facile. Spero solo di avervi incuriosito di più riguardo a questo autore che purtroppo è stato ingiustamente lasciato nel dimenticatoio da troppo tempo. Mi auguro che le nuove generazioni possano riscoprire questi autori e i loro capolavori. Tornerò sicuramente a parlare di Fausto Rossi in futuro anche perché altre sue opere meritano di essere rispolverate. Spero che questa recensione vi sia piaciuta.

Un saluto caloroso dal vostro Mike!

 

[Mike]