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Ultimamente sto vedendo alcune produzioni italiane interessanti. Certo non sono tante, ma almeno ci sono e ciò significa che qualche produttore ha deciso finalmente di fare il proprio lavoro e di rischiare un pochino.
Monolith di Ivan Silvestrini è un film che aspettavo da molto tempo in quanto, nonostante gli attori e le ambientazioni siano americane, la pellicola è un prodotto italiano.
Oltre a Sky Cinema e a Lock & Valentine il film è anche prodotto dalla Sergio Bonelli Editore (la casa di Dylan Dog, per intenderci), mentre la distribuzione è stata affidata a Vision Distribution.

Una cosa interessante è che Monolith è tratto dall’omonima graphic novel di Roberto Recchioni (famoso fumettista e colui che adesso cura Dylan Dog). Non l’ho ancora letta, ma dopo aver visto questo film penso che lo farò con piacere.

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Trama:
Resistente e ipertecnologica, Monolith è l’auto più sicura che esista al mondo. E’ su quest’auto che troviamo Sandra, insieme al figlioletto David, mentre si dirige dai genitori del marito. La donna però, dopo qualche videochiamata, sospetta del tradimento da parte dell’uomo e decide così di cambiare direzione e di controllare cosa stia facendo veramente. Mentre si trovano su una strada nel deserto, Sandra investe un cervo e quando scende dall’auto David la chiude fuori per sbaglio. In mezzo al deserto, senza alcun aiuto (il cellulare è rimasto nell’auto), Sandra dovrà trovare un modo per aprire l’auto e salvare suo figlio.

Di certo molti di voi avranno notato qualche somiglianza con alcuni fatti d’attualità in cui dei bambini vengono chiusi in macchina sotto il sole. Questi tragici eventi sono stati una fonte di ispirazione per Monolith anche se in questo caso la situazione è un po’ diversa.

Un’altra tematica molto interessante e che è sottintesa (anche se non troppo) è la sicurezza.
In questi tempi ci sono molte persone che cercano sicurezza e per questo motivo chiedono un maggior controllo. Monolith è la rappresentazione perfetta della sicurezza in tutte le sue sfumature; resistentissima, comoda, quasi totalmente automatica e con un’intelligenza artificiale molto avanzata. Ma con una tale sicurezza, dove si necessita per forza di una tecnologica di cui non possiamo fare a meno, alla fine succede che perdiamo il controllo della situazione e di noi stessi, limitandoci nella libertà delle nostre azioni.
Ed è quello che succede a Sandra quando la macchina non le da più retta.

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Il film comunque si concentra molto sulla protagonista e sul rapporto che ha con il figlio e delle difficoltà che sta affrontando nella sua vita. E questa è una cosa che ho davvero gradito di Monolith. La pellicola non si concentra sulla macchina, non parla della macchina, ma di una donna che non è ancora pronta per essere madre.

Nella prima mezz’ora avremo un’ottima presentazione di Sandra. Ci verrà mostrata come una persona che tiene molto a suo figlio ma è molto goffa e insicura nei suoi confronti. Una scena che dimostra gli sbagli che fa con David è quando gli compra delle biglie. Lui ha più o meno due anni e a quell’età i bambini tendono a mettersi le cose in bocca e infatti stava per farlo con una biglia. Questo è un piccolo esempio. Lei non riesce ancora ad accudirlo e a essere una madre per lui e questa cosa viene anche sottolineata da David che non la chiama “Mamma” ma solo “Sandra”. E questa cosa la fa soffrire parecchio.

Oltre ciò neanche la sua vita va nel verso giusto. Ha dovuto lasciare la carriera per la famiglia e suo marito la tradisce con un’altra donna. Dire che è stressata è dir poco.
Il quadro che otteniamo alla fine è quello di una donna normale (ci tengo a sottolineare la parola normale) che, in una giornata nera, si ritrova a dover affrontare una situazione terribile.

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La regia di Ivan Silvestrini non è per niente male e ho apprezzato molto delle inquadrature fatte nel deserto. Infatti ci da una bellissima panoramica di queste zone desertiche americane che sono davvero immense e sembrano sottolineare la solitudine della protagonista.
Una cosa che non ho tanto apprezzato è la scelta di far parlare Sandra quando è da sola. Solo in certi punti però, perché in altri casi faceva discorsi per incoraggiarsi. Però ci sono stati dei momenti, soprattutto quando si incammina nel deserto a piedi, in cui il silenzio avrebbe avuto un effetto migliore. A volte bisogna far parlare solo le immagini per descrivere uno stato d’animo o una situazione.

Per il resto Monolith mi è piaciuto. Non è un capolavoro, ha i suoi difetti, ma come thriller funziona davvero bene e riesce a intrattenere.
Vi consiglio di guardarlo e di supportarlo. Almeno così potremmo avere più film italiani interessanti.

[The Butcher]

Mi rendo conto che quando questa recensione uscirà il film sarà ormai sparito dalle nostre sale (visto che purtroppo sarà presente solo tre giorni, a meno che non lo rimettano se incasserà bene). Non so quando verrà pubblicato ma immagino molto in là.

Sono qui per parlarvi di un film che attendevo con trepidazione da un bel po’ visto che io adoro i kaiju ed ero incuriosito dal regista, Hideaki Anno, conosciuto da tutti per essere il creatore di Neon Genesis Evangelion.
Quindi come potevo non parlare di Shin Godzilla, pellicola basata sull’omonimo kaiju uscita nelle sale giapponesi il 29 luglio 2016 mentre da noi è arrivato sui grandi schermi grazie alla Dynit il 3, 4 e 5 luglio di quest’anno.

Prima di parlare della trama vorrei specificare che Hideaki Anno non è l’unico regista del film, infatti accanto alla macchina da presa c’è anche Shinji Higuchi, famoso per aver curato gli effetti speciali della trilogia Hisei di Gamera. Questa non è la prima volta che collabora con Anno, ha per l’appunto sceneggiato insieme a quest’ultimo Neon Genesis Evangelion: The End of Evangelion e ha lavorato allo storyboard sia di questo film che della trilogia animata di Rebuild of Evangelion.

Trama:
Durante una tranquilla giornata la guardia costiera giapponese investiga su uno yatch trovato senza nessuno a bordo nella Baia di Tokyo. Mentre cercano indizi su cosa sian successo qualcosa emerge dalla baia e subito dopo L’Aqua-Line Baia di Tokyo viene inondato. A seguito di questi eventi i politici si riuniscono per dare una spiegazione logica a quanto successo e per capire come muoversi.
Inizialmente si pensa a un’anomala attività vulcanica ma Rando Yaguchi è di un’altra opinione; crede che quei danni siano stati causati da una creatura vivente sconosciuta.
All’inizio viene ignorato da tutti i politici ma quando la creatura comincerà a muoversi verso la terraferma dovranno ricredersi e cercare di fermare la sua avanzata.

La saga di Godzilla è veramente lunga e con questo film arriva alla trentunesima pellicola dedicata al mostro gigante. L’ultimo lungometraggio del Godzilla giapponese risale a ben tredici anni fa con Godzilla: Final Wars di Ryūhei Kitamura. In un certo senso ne sentivo la mancanza nonostante il film americano diretto da Gareth Edwards non mi fosse dispiaciuto (e un giorno farò un articolo a riguardo).

Nonostante molti conoscano Godzilla come un mostro per un pubblico di ragazzi, inizialmente era stato pensato per gli adulti. La pellicola del 1954 di Ishirō Honda era un film maturo, un vero atto di denuncia contro la bomba atomica e la guerra nucleare. In quell’opera Godzilla era per l’appunto la metafora di queste tematiche: lui faceva parte di una specie di dinosauri sopravvissuti all’estinzione vivendo nei fondali marini. Quando vennero fatti degli esperimenti nucleari, il dinosauro assorbì le radiazioni e divenne estremamente grande e potente.
Le tematiche e lo spirito di quel film verranno riprese appieno nel lavoro di Anno e Higuchi.

Come si è visto nel trailer, la creatura sarà imponente e terrificante. Sembra infatti qualcosa di non naturale, qualcosa di abominevole da come si può notare dall’aspetto crudele, dalla coda incredibilmente lunga e dalle zampe anteriori poste in modo innaturale (quasi doloroso). Ho adorato parecchio il design della creatura e il fatto che fosse un animatronics (solo in pochissime parti verrà utilizzata la CGI). Alcuni potranno lamentarsi dicendo che è troppo finto, che è un pupazzo, ma io rispondo col dire che in Giappone non ci sono gli stessi mezzi tecnologici dell’America e che preferisco un pupazzo piuttosto che un abominio fatto con una pessima computer grafica.
D’altronde Anno e Higuchi sono riusciti a dirigere benissimo le scene del mostro con molte inquadrature che sottolineano l’imponenza di Godzilla e mostrando momenti di distruzione e panico causate dal suo passaggio.

Non dovete però farvi un’idea sbagliata del film. Se volete vedervi una pellicola in cui i mostri combattono tra di loro e distruggono la città , allora Shin Godzilla non fa per voi.
La storia non si concentra sul mostro, non è Godzilla il protagonista, ma gli umani che tentano di fermarlo. L’attenzione infatti è rivolta verso i vari politici che tentano di trovare una soluzione.
Vedremo molte scene in cui si riuniranno per discutere e decidere e avremo così anche uno sguardo sul modo in cui funziona la politica giapponese. Non temete però, perché queste scene saranno interessanti e per nulla tediose grazie a delle inquadrature ben studiate e a movimenti di macchina ben fatti. E qui il montaggio aiuta parecchio perché sarà veloce dove deve esserlo e lento nelle parti importanti senza infastidire lo spettatore.

Oltre ciò la nostra attenzione sarà rivolta su Yaguchi e sul suo piano per fermare la creatura. Riunirà a sé alcuni scienziati e persone intelligenti per contrastare Godzilla. Soltanto che costoro non saranno i classici super-scienziati che si aspetta la società giapponese ma saranno personaggi fuori dagli standard, saranno appunto coloro che il Giappone rinnega come falliti (come ad esempio nerd, “maleducati” ecc…).

Ed è qui che il film mostra il meglio di sé perché non sarà presente solo la tematica della bomba atomica, ma verranno mostrati i pregi e i difetti della terra del Sol Levante.
Nei pregi si può notare la capacità dei giapponesi di fare lavoro di squadra per poter salvare il proprio paese mentre nei difetti si nota subito come gli anziani guardino a volte male i giovani.
Nella cultura giapponese i giovani devono mostrare riconoscenza e rispetto verso i più vecchi e non devono contrastarli per nessuna ragione o dimostrarsi presuntuosi.
Ci sono ben due scene in cui questo viene sottolineata questa cosa: la prima quando Yaguchi dice all’inizio che il caos alla Baia è stato causato da una creatura vivente e viene rimproverato perché andava contro quello detto dai più anziani e la stessa cosa succede a una giovane biologa che, andando contro quello che dicevano loro, affermava che la creatura sarebbe riuscita a camminare sulla terra ferma senza che il suo peso la schiacciasse.
Anche questo è un argomento importante per il Giappone perché comportamenti di questo tipo possono destabilizzare giovani ambiziosi che vogliono provare a farsi una carriera (anche in Italia c’è un problema grave riguardo all’argomento in quanto certe volte i giovani sono visti come scansafatiche o ruba-lavoro dai più grandi).

Una delle cose migliori di Shin Godzilla è il messaggio finale che da, ovvero che tramite la ragione umana si può trovare la soluzione a qualsiasi problema evitando così l’uso delle armi e della violenza. Inoltre saranno i giovani e i reietti a salvare il Paese, cosa che ho apprezzato tantissimo.
Da sottolineare anche come l’America si è vista in modo negativo, come una nazione invasiva che pretende cose che le possano andare a favore a discapito del Giappone.

Qui si conclude la recensione su Shin Godzilla. Come ho detto in precedenza, vedetelo con la consapevolezza di non trovare un film con mostri giganti ignoranti ma qualcosa di più profondo e maturo.
Vi ringrazio per l’attenzione!

[The Butcher]

Questo film dimostra ancora una volta una cosa molto semplice ma che in tantissimi tendono a sottovalutare ovvero che, anche se una trama o una tematica non è originale, con una sceneggiatura scritta bene e una regia curata si possono creare piccole perle.

La pellicola di cui sto parlando è del 2013, scritta e diretta da Zack Hilditch, ed è These Final Hours.

Trama:
Un meteorite si è appena schiantato nel Nord Atlantico e la conseguente tempesta di fuoco creatasi raggiungerà l’Australia Occidentale in dodici ore. James, spaventato a morte da questa cosa, abbandona l’amante incinta per andare a un rave party e dimenticarsi della fine del mondo. Durante il tragitto però salva la vita di Rose, una bambina che era stata rapita da due uomini che volevano abusare di lei. Rose racconta di essersi separata dal padre e chiede a James di portarla a Roleystone, da sua zia, dato che quella era la loro destinazione.

La tematica della fine del mondo ormai è stata utilizzata in parecchi contesti e a volte in modi molto superficiali (o troppo buonisti). In questo caso invece c’è stato una grande cura per questo argomento, iniziando da come è stato caratterizzato il protagonista.
James è spaventato dalla fine imminente, non vuole morire e soprattutto non vuole soffrire quando accadrà e per questo decide di scappare, di fuggire da tutto quanto anche dalle persone che ama per poter dimenticare, anche se per un breve tempo, ciò che sta per succedere.
L’incontro con Rose rovinerà i suoi piani. Grazie a lei James sarà coinvolto in degli eventi che lo faranno riflettere e lo aiuteranno a ritrovare se stesso e la strada che aveva smarrito.

Anche i vari personaggi secondari saranno ben strutturati e, nonostante alcuni di essi compaiano per poco tempo, riusciremo a capire benissimo la loro personalità e il loro stato d’animo grazie a degli ottimi dialoghi o ai loro modi di comportarsi e reagire.

Saranno interessanti anche le situazioni che capiteranno al nostro protagonista. Durante queste dodici ore assisteremo a scene drammatiche e crudeli. Basti pensare un attimo al fatto che James salvi Rose da due uomini che volevano violentarla. E questa non sarà l’unica scena, ci saranno momenti in cui la follia e la crudeltà umana sfoceranno nella violenza, in cui le persone inizieranno perfino a giocare con le loro vite come se nulla fosse o altri che, per non soffrire quando arriverà il momento, la faranno finita insieme a coloro che amano.

Il regista riesce ad approcciarsi a questa fine del mondo in modo realistico senza essere troppo buonista (cosa che molto stranamente capita spesso nel film apocalittici) e mostrandoci persone spaventate, furiose, crudeli, rassegnate, persone che nella realtà potrebbero reagire davvero in questi modi.

Il breve rapporto che ci sarà tra James e Rose verrà sviluppato in modo molto maturo. Ovviamente all’inizio James vedrà Rose solo come un peso in più e infatti cercherà di liberarsene perché il suo obiettivo e quello di fregarsene di tutto e tutti e divertirsi così tanto da dimenticarsi completamente della fine. Sembra quasi non importargli più di niente ma il solo fatto di aver salvato Rose e di non aver guardato altrove dimostra che c’è ancora qualcosa di cui gli importa, qualcosa per cui vale la pena andare avanti nonostante la fine sia imminente e questo lui lo capirà pian piano.

La sceneggiatura è molto solida e costruita bene ma anche la regia si da il suo da fare regalandoci sequenze meravigliose come quella presente verso la fine (non vi racconto cosa succede perché è spoiler); il modo in cui è stata girata, la musica azzeccata e la bravura degli attori hanno creato un momento bellissimo e pieno di emozioni che è riuscito a commuovermi.

Sono sicuro che alcuni potrebbero avere dei dubbi su questo film visto che la fine del mondo è un argomento utilizzato troppe volte ma io ve lo consiglio caldamente. These Final Hours che si concentra sui personaggi; parla di loro e non dell’apocalisse. Una pellicola che riesce a dimostrare un’incredibile umanità (e io ho il debole per film del genere).

Spero che la recensione vi sia piaciuta. Al prossimo articolo!

[The Butcher]