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Raramente mi trovate a parlare di film. Non è il mio campo, non ho competenze in merito e preferisco discutere di altro, nonostante ami andare al cinema e gustarmi una bella pellicola.
Se sto scrivendo un articolo su un film, come in questo caso, è perché mi ha colpito particolarmente, anche a un livello più intimo del solito.
Il diretto interessato è The Imitation Game, film del 2014, diretto da Morten Tyldum, con protagonista il talentuoso attore inglese Benedict Cumberbatch, nei panni di Alan Turing, matematico e crittoanalista che ha contribuito, in modo a dir poco notevole, agli eventi che nella Seconda Guerra Mondiale hanno portato alla vittoria degli Alleati.

“A volte sono le persone che nessuno immagina possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare.” [cit.]

Trama:
Ci troviamo nel Regno Unito ed è il 1939. Il matematico e crittoanalista Alan Turing decide di mettersi al servizio del suo paese.
L’obbiettivo è decrittare i codici segreti nazisti, codificati tramite la macchina Enigma, portando la guerra a una rapida conclusione, a favore degli Alleati.
Alan si presenta subito come una persona eccentrica, schiva e poco incline al lavoro di gruppo. Questo suo modo di essere creerà non pochi attriti con i colleghi che costituiscono il team per la decriptazione di Enigma.
Nel film assisteremo a ben altri due filoni temporali della vita del protagonista; uno ambientato nella sua infanzia e un altro dopo la guerra, negli anni cinquanta.

Fatti storici:
Evitando di fare anticipazioni spiacevoli a chi ancora deve vedere il film, posso dire che il genio di Alan porterà all’innovazione della macchina Bomba (antenato del nostro computer), chiamata nel film come il suo amico d’infanzia.
Studiando un calcolatore automatico usato nel controspionaggio polacco, Turing e il suo team lo adattarono e innovarono per la decifrazione di Enigma. Il contributo geniale del matematico consistette nella sua idea della macchina di Turing, cioè una macchina logica universale e programmabile per mezzo di un algoritmo. Non è quindi sbagliato considerare Alan uno dei padri del computer e delle scienze informatiche.

Cosa ha di speciale Alan?
Nel film vengono accentuati i suoi tratti autistici che nella realtà aveva ma forse erano meno evidenti. Ci sono vari motivi per ritenere il vero Alan Turing una persona con sindrome di Asperger. Nella pellicola hanno voluto focalizzare parte della narrativa su questo aspetto del protagonista per sottolineare come spesso, persone che sembrano inaffidabili, degne solo di sospetto e astio, possono arrivare a fare cose grandiose perché sanno guardare dove l’occhio di una persona normale non si soffermerebbe nemmeno.
Bello anche come matura il suo rapporto con gli altri del gruppo e viceversa. Entrambi le parti inizieranno a comprendersi, buttando uno sguardo verso il mondo dell’altro.
Una versione romanzata dei fatti reali che però sa cosa vuole comunicare e come farlo.
Sinceramente questo è uno di quei pochi film che riesce ogni volta a commuovermi fino alle lacrime. Strano ma vero, nonostante la mia sensibilità, io piango difficilmente per commozione.
Ma cos’è che il film vuole comunicare?
In parte omaggiare la vita di una persona che realmente ha fatto qualcosa di straordinario, per poi venir ucciso (sì, la parola è corretta) da una visione corrotta del suo orientamento sessuale.
Alan era omosessuale e questo in Inghilterra era punibile con la castrazione chimica o vari anni di carcere.
Lui scelse la castrazione chimica, che oltre a provocargli spasmi alle mani e impossibilità di lavorare (oltre che una carriera totalmente rovinata), cosa presente anche nel film, gli fece sviluppare il seno.
Alla fine decise di togliersi la vita il 7 giugno 1954, ingerendo del cianuro.
Quindi possiamo ben capire come fosse difficile la vita all’epoca per una persona diversa, sotto molti aspetti. La tolleranza verso il prossimo era assente e lo strano/anormale veniva visto come una minaccia.
Nonostante Alan avesse contribuito grandiosamente alla fine della guerra, viene ucciso dal paese per cui ha lottato.

(Qui sotto il vero Alan Turing)

Le scuse, ovviamente inutili, verranno fatte molti anni dopo, cioè nel 2009

« Per quelli fra noi che sono nati dopo il 1945, in un’Europa unita, democratica e in pace, è difficile immaginare che il nostro continente fu un tempo teatro del momento più buio dell’umanità. È difficile credere che in tempi ancora alla portata della memoria di chi è ancora vivo oggi, la gente potesse essere così consumata dall’odio – dall’antisemitismo, dall’omofobia, dalla xenofobia e da altri pregiudizi assassini – da far sì che le camere a gas e i crematori diventassero parte del paesaggio europeo tanto quanto le gallerie d’arte e le università e le sale da concerto che avevano contraddistinto la civiltà europea per secoli. […] Così, per conto del governo britannico, e di tutti coloro che vivono liberi grazie al lavoro di Alan, sono orgoglioso di dire: ci dispiace, avresti meritato di meglio. » [Gordon Brown]

Evitando spoiler a chi volesse godersi il film, posso quindi dire che esso racconta una sua visione dei fatti molto legata ai sentimenti, senza però dimenticarsi del lavoro di Turing alla macchina. (Cosa che non accade nel film dedicato a Stephen Hawking, La teoria del tutto, dove si sono soffermati troppo sui lati sentimentali, lasciando lo spettatore all’oscuro della maggior parte dei lavori dello scienziato – guarda caso è uscito lo stesso anno e i due attori protagonisti hanno “gareggiato” agli oscar per il premio “Miglior Attore Protagonista”, che alla fine si è aggiudicato il comunque bravissimo Eddie Redmayne).
E la dolcezza presente in certi momenti della pellicola è pungente e vera, arriva nel profondo delle persone. E’ ovvio il come si è voluto fare di tutto per far guardare allo spettatore il mondo con gli occhi di un individuo “diverso” dalla massa e sofferente perché incompreso, vittima della cattiveria altrui, a volte dettata dalla semplice paura verso cose che non si riescono a capire.
La cosa che mi rammarica è che tutto questo esiste ancora. Molte persone preferiscono avere paura di ciò che non capiscono invece di provare a conoscere un mondo diverso dal loro.
Il film per me riesce in pieno nel tuo intento, dando vita a qualcosa di memorabile, che riguarderò spesso, perché, oltre a farmi piangere, mi ricorda che a volte persone in cui nessuno crede possono essere capaci di cambiare il mondo.

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[Shiki]

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Benvenuti a tutti in un’altra recensione del sottoscritto!
Questa volta ero indeciso tra due film, ma alla fine ho scelto questo qui:
Storia di una ladra di libri (in inglese The Book Thief e mi chiedo perché gli abbiano dato quel titolo così lungo e fastidioso in italiano), tratto dal romanzo di Markus Zusac “La bambina che salvava i libri” (in inglese sempre The Book Thief. E diamogli un titolo decente!), è un film del 2013 (da noi uscito solo il 27 marzo di quest’anno) diretto da Brian Percival con Geoffrey Rush, Emily Watson e Sophie Nélisse.

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Il film è ambientato nella Germania nazista di Hitler e ha come protagonista la giovane Liesel, una ragazzina che viene adottata da Hans e Rosa Hubermann. Insieme a lei doveva esserci anche il fratellino più piccolo che però muore poco prima. Nella nuova scuola Liesel viene presa in giro perché non sa né leggere né scrivere, ma riesce a farsi un amico, Rudy Steiner, un ragazzo che s’innamora di lei.
Nonostante ciò, Liesel è incuriosita dai libri e grazie all’aiuto di Hans imparerà ben presto a leggere. La situazione però diventerà molto difficile con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e con l’arrivo di Max, un ebreo che Hans decide di proteggere in quanto il padre del primo lo aveva salvato durante la Prima Guerra Mondiale.

Il film si rivela essere molto interessante in diversi punti anche se in certe parti poteva essere reso meglio.
Intanto partiamo con i temi della pellicola; come potete immaginare si parlerà della persecuzione degli ebrei, delle leggi marziali e della guerra. Questi argomenti nel film non ci vengono mostrati in modo brutale, facendoci vedere gli orrori di quel periodo (come per esempio ha fatto Schindler’s List), ma sono narrati in modo da essere accessibili per tutti, cioè in modo da essere visti e compresi anche dai più piccoli.
Però non sono solo questi i temi principali del lungometraggio, ce n’è un altro che nel film si dimostra essere quello centrale, ovvero l’importanza della cultura. La cultura che ci permette di vedere le cose con maggior consapevolezza e ci fa capire veramente chi siamo, il tutto rappresentato durante il periodo oscuro del nazismo, dove l’ignoranza sembrava regnare sovrana.
Particolare molto interessante del film è il fatto che in certi punti il narratore principale sia niente poco di meno che la Morte. Di essa ho trovato soprattutto profondo e ottimo il monologo che fa alla fine.

La pellicola però, come ho detto prima, ha dei difetti. Il problema principale lo si può ritrovare verso la fine del film che avrebbe dovuto rappresentare la parte più drammatica della storia (e un po’ drammatica lo è), ma non riesce a colpire nel profondo lo spettatore. Altro piccolo difetto (forse in certi casi sono un po’ perfezionista ma certe cose è meglio farle notare): sono i libri che legge Liesel. Ok che il film è una produzione americana, ma il film è ambientato in Germania e quindi mi sarebbe piaciuto molto vederli scritti in tedesco a non in inglese.

Gli attori però sono tutti quanti grandiosi, a partire dalla piccola Sophie Nélisse che interpreta Liesel, fino a Hans e Rosa interpretati entrambi da un grandioso Geoffrey Rush e da una fantastica Emily Watson.

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Parlando del lato tecnico, il film è molto curato, soprattutto la fotografia e la colonna sonora. La fotografia di Florian Ballhaus si dimostra essere precisa e in certi punti riesce a fare delle inquadrature molto artistiche.
La colonna sonora invece è stata curata da uno dei più bravi e leggendari compositori del cinema, ossia John Williams (non so quali dei suoi film citare, ho l’imbarazzo della scelta). Riguardo quest’ultima devo dire che, come tutte le colonne sonore realizzate da Williams, è di grande qualità e la nomination agli Oscar se l’è meritata tutta (anche se devo dire che se lo sarebbe meritato così come se la meritava anche quelle de Lo Hobbit: La desolazione di Smaug).

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Concludo dicendo che, anche se non è un capolavoro, il film risulta essere molto piacevole (e dura 130 minuti) e riuscirà di sicuro a farvi apprezzare i molti personaggi presenti nella pellicola.

Dopo questo auguro a tutti una buona seratane ci vediamo alla prossima e favolosa recensione!

[The Butcher]