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In occasione dell’anniversario della nascita di Hans Asperger, ricorre la giornata mondiale della Sindrome di Asperger.
Non mi metterò a scrivere un poema, raccontando la storia e descrivendo le caratteristiche di una persona asperger, soffermandomi sulla differenza marcata che esiste tra maschi e femmine e i loro punti in comune.
Non voglio nemmeno parlare ulteriormente di me; l’ho fatto abbastanza tramite articoli, racconti e discussioni.
Alcuni link per chi è curioso:

Tanto meno voglio fare discorsi assurdi sul come affibbiarsi un’etichetta al giorno oggi venga ritenuto così cool.
La mancanza di personalità e di conoscenza sul proprio essere può portare a perdersi in un oceano fatto di informazioni più o meno vere e nicchie accanite come sette religiose in cui ogni parola viene pesata e marchiata a fuoco sulla tua pelle. E questo vale per così tante cose che ora non ho nemmeno la forza di elencare. Autismo, gender, fandom, ansia, depressione, ecc… tutto questo è troppo immenso, dispersivo e inutile. Non aiuta. Non serve. Non mi serve.
Cosa mi serve? Cosa mi aiuta?
Uscire dalla pellicola invalicabile in cui sono rinchiusa: plastica pesante, densa e soffocante.
Questo post è inutile ma volevo scrivere qualcosa prima di cadere nel buio per mesi (tranne rare eccezioni).

[Shiki Ryougi 両儀 式]
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Non dirò cosa in questa storia è puramente ispirato a fatti reali oppure frutto della fantasia. Metterò in scena una descrizione dettagliata di sprazzi di vita di un’adolescente che adesso è cresciuta. La fantasia nasce sempre da qualcosa che ha colpito la nostra anima; ogni evento che ci travolge dona la possibilità di far nascere una storia. Questa io ce l’ho dentro da quasi dieci anni. È uscita, frammento dopo frammento, tramite molte vie ma sento che la diga sta cedendo; quei pochi torrenti si trasformeranno in un fiume in piena. Siete avvisati. Sarà una vostra scelta lasciarvi trascinare.

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W H Y ?

 

Cos’è un Trauma?
Io tempo fa non lo sapevo.
Da anni il Nero mordeva, graffiava, scavava e apriva una voragine tinta dal contaminato e viscido sangue delle mie viscere.
Ti risucchia, ti annienta; sussurra parole che non puoi sentire ma che arrivano nelle profondità della mente. Non sai che è lì con te, che si nutre di te, fino a quando non ti rompe in due.
E non riesci a dargli voce nonostante senti di star per morire. Non sei consapevole di cosa hai dentro e in tanto il mondo continua a girare mentre vieni fatto a pezzi dall’interno.
È questo il Trauma.
Essere stuprati.
Essere picchiati a sangue dai propri genitori.
Subire qualcosa di eclatante per le persone è degno di essere chiamato Trauma.
Il resto non conta perché si può superare, te ne puoi liberare perché è come portarsi appresso dei massi inutili che rallentano solo il tuo cammino; è semplice, buttali via, mettili da parte. Smetti di fare la vittima.
Ma chi può giudicare cosa è davvero la sofferenza?
Oh, ma certo, tanta gente soffre e poi si rialza; la vita è fatta per questo. Inesorabilmente camminiamo in un’esistenza che ci annega nelle lacrime fin dalla nascita. Ma allora a cosa servono quei massi che ci teniamo nello zaino?
Essi ci rendono noi stessi. Ci hanno accompagnato, plagiando il nostro Io interiore. Buttarli significa buttare una parte di noi. Allora li teniamo stretti perché sono ciò di cui abbiamo davvero bisogno. Fanno male, pesano e rallentano ma li amiamo comunque.
E questo cos’è se non masochismo?
Io penso che ogni singolo frammento di ciò che siamo è anche quanta sofferenza abbiamo accumulato.
Tenersi lo zaino pesante non è fare la vittima. Buttarlo via non significa essere forti.
Nessuno ha ragione ma attenzione a ciò che si sceglie perché poi non sarà possibile tornare indietro.
Io scelsi di tenermi ogni singolo masso; contarli, pesarli, catalogarli e riponendoli con cura dentro di me. Ero cresciuta senza conoscere assolutamente nulla ma allo stesso tempo, già a sei anni, ero molto più saggia di chiunque altro.
Non si tratta di vanto, intelligenza e dote. Ero piccola, ingenua, solitaria, esplosiva ed estroversa. Volevo solo avere il mio posto nel mondo ma c’erano parole dette e sussurrate, atteggiamenti e sguardi, che per una bambina erano coltelli affilati. E da quel momento il seme del Mio Trauma è sbocciato, mettendo solide radici. Il tempo gli ha solo fornito l’acqua, la terra e il sole per crescere.
Ha valore essere bravi a scuola. Non conta nulla se non ce la fai perché le parole non ti ubbidiscono.
Ha valore essere socievoli. Non conta se ti senti un alieno in un pianeta in cui nemmeno conosci la lingua per comunicare.
Ha valore essere amici solo per comodo. Non conta quanto ami qualcuno dato che ogni sentimento viene annullato dalla frase: “Tu per me non sei mai stata niente”.
Ai miei occhi aveva valore osservare il mondo e capirlo per riuscire poi a farne parte. Dovevo apprendere tutto e il più velocemente possibile sennò sarei stata sommersa dalla vita.
Ma ogni azione era comandata dal puro istinto. Osservavo e agivo. Non avevo altro modo. Di conseguenza, ovviamente, sbagliavo.
Dopo succedono cose quando non sai come funziona il mondo.  Le parole abuso sessuale suscitano scalpore. Sono un tabù; se le pronunci senza il giusto peso che le altre persone gli attribuiscono allora non puoi venir ascoltato. Sei una che fa la vittima. E le persone, purtroppo, misurano diversamente ogni singola parola.
Abbandono, anche questa è una brutta parola.
Se hai i genitori, una famiglia che può mantenerti e la possibilità di giocare e andare a scuola, allora non puoi dire di essere abbandonato. Non conta quanto tu non riesca a comunicare. Non importa se ti crolla il mondo addosso ma nessuno se ne accorge perché non conosci le parole per chiedere aiuto. E io aiuto l’ho chiesto, alla fine, ma chi ha davvero ascoltato un’adolescente strana, svogliata, vestita tutta di nero come una Emo pronta al suicidio?
Oh, quanto vi piace parlare di gente che si taglia, che si ammazza o si comporta moralmente – secondo la vostra di morale – male. Ma voi parlate e parlate ma capite anche solo una singola parola che andate a sputare tramite le bocche storte dal sorriso o dallo scalpore? Non badate alla sofferenza, vi fermate al vostro vuoto e asettico punto di vista dandovi il privilegio di giudicare cosa è degno di essere chiamato Trauma e cosa invece è banalizzabile con frasi: “Quando ti deciderai ad agire? Abbiamo sofferto tutti.” oppure “Nella vita sei sempre una vittima”.
Quest’ultima è la mia preferita perché può nascondere così tanti significati ma risulta vuota e insensata pronunciata dalla tua bocca. Cosa potevi saperne di un’adolescente che a mala pena capiva se stessa? Io non parlavo, non capivo, non riuscivo a dare voce alla mia anima che nel frattempo urlava così tanto da sanguinare. Ma tu ti permisi di dire che ero una che era sempre vittima.
E sì, hai detto le parole giuste, attribuendo però un significato totalmente fuorviante.
C’era una montagna sopra di me e tu hai aggiunto l’ultimo granello che ha finito con lo schiacciarmi.
Fino a quel momento ero sempre stata una vittima e nemmeno io ne ero consapevole.
Poi si arriva troppo tardi. Sotto gli occhi di tutti scoppia la tragedia ma poi diventate talmente ipocriti da non ammettere che qualcosa che non andava c’era eccome.
Alzate le mani e pronunciate parole dolci e tristi. Povera ragazza, era così giovane, dite, quando quella vita siete stati voi a toglierla.
Il suicidio è considerato un peccato perché ti strappi da solo un dono di Dio.
Per molti altri è un atto di codardia. Oh, questo è vero ma nel momento in cui vivere non conta più nulla perché è stata la vita stessa a dilaniarti la carne ripetutamente, allora non dite che diventa pur lecito essere codardi?
La vita non premia gli eroi.
Nessuno è eroe.
Ma allora perché sono ancora qui?
Perché.
Il racconto parlava del Trauma, un vortice Nero che scava e ti spezza in due, ma allora perché sono ancora qui? Cosa mi ha salvata?
Che bella parola. Salvata.
Beh, sapete, l’idea del suicidio, a livello cosciente, non mi ha nemmeno mai sfiorata. E non dico questo per sentirmi superiore o per pararmi il culo da chi pensa che sono una pronta a farlo da un momento all’altro.
Se lo pensate, di me non avete capito niente. Come al solito, siete fuori strada, miei cari.
Orgoglio. Pregio e difetto, esso mi ha sempre guidata. Ogni difficoltà, ostacolo e buca, li ho oltrepassati, dopo essermi strappata la pelle, grazie a quell’istinto naturale che mi diceva: “Non arrenderti”.
E poi, come nelle favole, è arrivato l’Amore.
Nel momento in cui credevo che la pazzia avesse preso il sopravvento, perché non sapevo dare altra spiegazione a quanto mi capitava, la rabbia era tale da farmi desiderare di vedermi tingere le braccia e le gambe di rosso. Mi nascondevo in bagno perché a scuola era troppo difficile sopportare di essere invisibile e allo stesso tempo al centro di tutto.
Le lacrime scendevano senza che io volessi e voi voltavate lo sguardo; dopo quasi dieci anni ho realizzato che un fatidico giorno di maggio stavo per farmi molto male, nascosta ma sotto la vostra responsabilità.
La semi-coscienza che mi restava ha placato quella rabbia che ancora mi soffoca.
Orgoglio e Amore hanno calpestato quella deplorevole parola che è il Trauma.
Ecco perché.
Ma dopotutto questo è solo un racconto.

 

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[Shiki Ryougi 両儀 式]

Devo assolutamente finire di scrivere altri articoli, a cui tengo molto, ma penso che sia importante parlare prima di quanto ho vissuto sabato 18 febbraio (2017), al convegno La scoperta delle Aspergirls, durante la giornata mondiale sulla Sindrome di Asperger.
L’evento si è tenuto a Roma, al Salesianum: centro congressi, organizzato dalle persone di Spazio Asperger, con la partecipazione di Rudy Simone, importante autrice americana di molti libri sulla sindrome, specialmente nelle donne.
Non mi soffermerò a raccontare di come è andata la giornata, di cosa si è parlato e delle persone che c’erano. Non parlerò nemmeno del viaggio che io e mia madre abbiamo fatto, della grande fatica e stanchezza che ho provato, dell’ansia, ecc, ecc.
Anzi, sinceramente sto andando a piede libero, per sfogare ciò che quel giorno ho capito. Ho preso coscienza di talmente tante cose tutte insieme che quasi non riuscivo a trattenermi dal piangere. Ma in fondo mi consolo del fatto che molte altre persone, sia tra il pubblico che non, hanno davvero pianto come fontane.
Da quando ho avuto la diagnosi ho capito tantissime cose che prima erano un complicato mistero, ma queste consapevolezza è arrivata per gradi, negli anni.
Prima mi è stato detto che ero DSA, precisamente dislessica e discalculica grave, ed ero un miracolo, un caso più unico che raro. Sono stata invitata a un convegno, mi hanno fatto i complimenti e mi hanno detto che ho un intelligenza sopra alla media, e tutto questo perché? Perché per anni ho lottato da sola, senza che nessuno capisse e mi aiutasse nelle mie “disabilità”. Ho anzi trovato delle strategie, in maniera del tutto inconsapevole, per andare avanti nella scuola, facendo solo la figura della capra ignorante che non studia, non si impegna, che può fare di più.
Oh, certo che potevo fare di più! Se solo avessi saputo prima perché ogni cosa era così faticosa.
Ma questo non è bastato. La diagnosi di DSA non spiegava perché i suoni erano troppo rumorosi per me e il tocco sulla mia pelle così insopportabile. Non mi dava risposte sul mio ragionare e perdermi nei dettagli, tanto da trovarmi stanca morta senza aver combinato nulla di concreto. Non mi diceva che ero autistica.
Poi è arrivata la diagnosi di Sindrome di Asperger e TUTTO ha avuto un senso, finalmente.
E’ inutile raccontarvi della mia infanzia, ma finalmente sia io che la mia famiglia avevamo la spiegazione a tutto: ecco perché non parlavo, ecco perché avevo le crisi, ecco perché sembravo sorda, ecco perché facevo sempre gli stessi giochi, ecco perché ero così ingenua ma allo stesso tempo precoce e intelligente, ecco perché ero immatura ma loquace, ecco perché ero così ripetitiva, ecco perché non capivo come comportarmi con gli altri.
Ora sono adulta però e son arrivata fino a questa età senza sapere assolutamente nulla: per me era tutto normale perché era il mio normale modo di essere e non sapevo che il mondo era diverso agli occhi degli altri. Ho creduto di essere pazza per molto tempo perché a un certo punto alcune cose le noti ma se non capisci il motivo è ovvio arrivare a pensare alle cose più orribili.
Stress post traumatico e depressione cronica, son queste le comorbilità che mi porto dietro. Principalmente la prima a causa del trauma che è stato per me crescere in un mondo che non capivo, dove ero sbagliata e il perché era semplicemente dettato dalle frasi: è pigra, è maleducata, è antipatica, è strana, è un disastro.
Ma se ero ormai consapevole di tutte queste cose dopo la diagnosi, cos’è che mi ha “sconvolto” al convegno?
L’introspezione che ho subito.
Perché è stato come sentire tante persone parlare di me, della mia vita e del mio possibile futuro. E questo, sappiatelo, vi stravolge.

Ma tali condizioni erano solo espressioni di un autismo che sarebbe stato evidente a chiunque l’avesse osservato più da vicino. […]
E’ tutto secondario rispetto all’Asperger. Divento depressa e ansiosa perché la vita è difficile: NON IL CONTRARIO.

Questo avrei potuto scriverlo io, parola per parola, ma effettivamente l’ha fatto un’altra ragazza Asperger di nome Maya, che ora ha 24 anni.
Strano, no?
L’aspettativa di vita di una ragazza con sindrome di Asperger è bassa e questo perché è più facile che subisca abusi e/o si suicidi a causa della forte depressione.
Rinchiudersi in casa, con le proprie routine e ossessioni diventa una cosa davvero allettante ma invece, dalla stessa Rudy Simone, ci è stato detto che dobbiamo uscire. A lei credo, ha visto sua sorella morire, viaggia per parlare di autismo e ha conosciuto la Temple Grandin, donna che ammiro tremendamente.
Ma uscire è metaforico e questo lo capisco persino io che tendo a prendere tutto con il significato letterale: uscire dal guscio, mettersi in gioco, trasformare i propri interessi speciali in un futuro.
E io ci sto provando sempre di più ultimamente; sopratutto dopo che ho avuto la risposta ai perché ho anche trovato uno scopo. Prima erano semplici interessi ossessivi utili solo a comprendere questo mondo in cui una persona come me, anche se lievemente autistica, è un alieno per la società. E diventa ovvio capire che in realtà servivano solo a sfogare l’ansia.
Al convegno e nei libri è stato detto che la paura è un sentimento comune a tutte le persone con autismo, che sia grave o lieve.
La depressione è una conseguenza più subdola, invece.
Una ragazzina di quindici anni, asperger, ha tentato il suicidio perché secondo lei non ha fatto nulla di davvero importante nella vita. Sembra sciocco, ma io penso la stessa cosa quasi ogni giorno e ho 25 anni.
Non riusciamo a vedere l’insieme e ragioniamo strettamente in dettagli. L’essere vivi, in salute, in un buona famiglia, dopo aver affrontato difficoltà e aver raggiunto successi non basta perché non è nulla di davvero importante. Spiegarlo a chi non ragiona come me risulta davvero troppo difficile ma pensate semplicemente a dettagli della vostra vita e non all’insieme: allora di certo crederete che niente in quei dettagli è davvero importante e degno di nota.
Una cosa importante che ho compreso questo 18 febbraio è che non bisogna nascondersi e restare a lamentarsi in un angolo. Era un dubbio che mi attanagliava da molto tempo: alcune mi dicevano di non dirlo, altre che bisognava farsi vedere e altre ancora non sapevano che rispondere.
Adesso io penso che, se si vuole davvero cambiare le cose e allentare i laccio dell’ignoranza che stringe in una morsa l’Italia, bisogna parlarne. Prima avevo qualche dubbio ma ora non più.
Si è parlato di come il mondo della scuola e degli insegnanti sia totalmente incapace di individuare i bambini/ragazzi asperger e gifted, sopratutto le femmine. E questo perché le donne sanno essere dei camaleonti: osservano e imitano per cercare di sembrare normali e lo fanno inconsapevolmente. Indossano una maschera, fin troppo stretta, che più che ingannare il prossimo inganna loro stesse.
E anche gli psichiatri non si salvano, perché non vogliono aggiornarsi e rimangano ai trattamenti di venti e/o trenta anni fa, effettuando diagnosi sbagliate di psicosi e schizofrenia persino, e assegnando farmaci inutili e deleteri. Non tutti ovviamente, ma l’Italia purtroppo è vecchia, fatta di vecchi e vive su regole vecchie.
Un’altra cosa importante è stato sentire parlare di “cattiva reputazione”. Gli autistici possono farsi una cattiva reputazione semplicemente perché sono spesso ingenui e non hanno la “Teoria della mente” che permette alle persone di comprendere le intenzioni altrui attraverso il linguaggio del corpo, il tono della voce e un’infinità di altri segnali che una come me non vede o comunque fa fatica a captare. Specificatamente noi donne/ragazze/bambine asperger possiamo passare dall’essere completamente assenti per qualcuno al troppo costanti, quindi pressanti e ossessive. Ma questo semplicemente perché vogliamo avere tutto sotto controllo, capire bene ogni dettaglio e quindi non sbagliare, senza capire invece che proprio così commettiamo l’errore. Quindi o tutto o niente; con questo ragionamento dicotomico noi viviamo la nostra vita e i rapporti con il prossimo e quindi, io nel personale, son arrivata a sentirmele dire di tutti i colori, dal “sei egoista” al “sei troppo presente”. Ma chi davvero tiene a me è rimasto e quindi anche se ancora combatto contro questo mio modo di vedere il mondo (bianco o nero) io me ne frego altamente di chi pensa che nel mio comportamento e nelle mie attenzioni ci siano secondi fini non discussi, tentativi strani e malizie. Questo è parte del mondo non autistico e quindi non mi appartiene. Nemmeno riesco a comprendere come si possano vedere tanto male in semplici attenzioni o mancanza di esse.
Di certo sono egocentrica e questo è un tratto comune. Lo so, non posso cambiarlo e lo accetto. Ma non egoista, opportunista, un parassita o semplicemente debole. Se ero debole e vittima mi sarei già ammazzata e non lo dico tanto per dire.
Riconosco la mia forza e la mia personalità, sicura di chi sono, nei miei pensieri e ideali. Prima ero semplicemente cieca.
Quindi ho vissuto una totale introspezione della mia vita autistica. Della mia vita nella sua interezza e tutto nel giro di una giornata.
Questo sconvolgerebbe chiunque.

[Shiki Ryougi 両儀 式]