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Da un po’ di tempo cercavo un thriller psicologico che riuscisse a sorprendermi e questa pellicola è riuscita pienamente nel suo intento.
Vi presento The Invitation, film del 2015, diretto da Karyn Kusama.

Trama:
Will viene improvvisamente invitato dalla sua ex-moglie a un raduno di vecchi amici per ricordare i bei tempi passati. Lui pero’ inizialmente è insicuro per via di un evento traumatico successo un po’ di tempo fa che ha portato la coppia a separarsi, ma alla fine decide di accettare l’invito. Quando arriva nella casa di Eden (la sua ex) troverà la sua vecchia compagna totalmente cambiata, come se non fosse successo nulla, e con un nuovo partner. Questi due spiegheranno che sono riusciti a superare il dolore grazie agli insegnamenti di una setta e cercheranno di far capire il loro punto di vista agli altri. Ma Will, oltre a non accettare per niente la cosa, sente che c’è qualcosa che non va in quella casa e negli insegnamenti di quella setta.

L’intera situazione in cui veniamo catapultati è dal punto di vista di Will e quindi il compito della regia, oltre quello di farci vedere quello che vede lui, è anche quello di farci provare le emozioni che ha il protagonista nei vari eventi che ci verranno mostrati e che lui dovrà affrontare. E in questo la regia riesce perfettamente. Will per gran parte della pellicola sarà inamovibile nelle sue convinzioni e vedrà con enorme sospetto il comportamento dei membri di questa setta. Per questo motivo rimarrà sempre all’erta e noterà dettagli che ai suoi amici sfuggiranno.
Saremo partecipi delle sue paure, delle sue debolezze e soprattutto delle sue incertezze specialmente quando vedrà cedere il muro che si è creato intorno.
Per quasi tutta la durata del film ci domanderemo se non abbia veramente ragione lui o se sarà solo una sua impressione causata dal suo stato emotivo e quindi il gruppo della seta sono solo delle persone che hanno cercato di affrontare il dolore in un determinato modo (e su questo argomento ci torneremo tra poco).

La pellicola sarà ambientata per la gran parte del tempo dentro la casa e nel suo giardino dove i nostri personaggi interagiranno per tutta la vicenda. Un altro pregio della regista è infatti quello di riuscire a gestire un gran numero di persone in uno spazio ristretto. Il gruppo di amici non sarà composto da personaggi anonimi che fanno da sfondo alla storia principale, ma delle persone caratterizzate veramente bene. Questa loro caratterizzazione viene sottolineata molto dai loro gesti, da ciò che dicono e dal modo in cui si relazionano l’uno con l’altro (cosa che purtroppo capita molto poco in film di questo tipo).
Ovviamente non saranno approfonditi come Will ma rendono la situazione più reale e interessante.

Non aspettatevi una pellicola movimentata, infatti il film si baserà principalmente sui dialoghi dei personaggi e sui loro comportamenti. Verranno aperte discussioni interessanti sia da coloro che credono in questa setta, sia da parte di chi invece non ci crede. E la questione che ci viene proposta, il centro dell’intera vicenda, sarà il dolore; non solo il dolore in se ma anche il modo in cui ogni persona tende a affrontare il dolore.
Ci vengono posti diversi interrogativi, come ad esempio: e se ci fosse un modo per farlo sparire? A che serve il dolore?
Sarà interessante vedere il modo in cui reagiscono tutti, soprattutto il protagonista che, nonostante tutto il tempo passato, sta ancora affrontando questo dolore e ci convive ormai ogni giorno.

Il vero scopo del film è proprio quello di mostrare come le persone potrebbero reagire a un evento doloroso e qui non solo ci riescono bene con Eden e la setta (che dicono di voler far sparire il dolore) ma anche con gli altri personaggi.
La proposta della setta è ovviamente allettante. Sarebbe bello se il dolore sparisse e non fossimo costretti a svegliarci ogni giorno con un malessere e una sofferenza che ci renda difficile andare avanti. Ma, come dice Will, non è possibile ed in certi casi può succedere che il dolore per le persone che abbiamo perso ci ricordi quanto li amassimo.

Nonostante tutto il dubbio rimane. Ha ragione Will e nella casa c’è qualcosa che non va o è tutto causato dalla sua paranoia? Questo quesito rimarrà in sospeso fino alla fine e in più occasioni vi farà cambiare opinione.

The Invitation lo consiglio vivamente e lo promuovo a pieni voti come un thriller che riesce a creare la giusta suspence attraverso dialoghi ben scritti e scene silenziose piene di significato, oltre che adatte a farci entrare perfettamente nei panni del protagonista e a farci provare i suoi stessi sentimenti.

Spero che il film sia di vostro gradimento.
Alla prossima!

 

[The Butcher]

Ormai penso che in molti saranno d’accordi nel dire che Sam Raimi è uno dei registi migliori in circolazione e anche uno che ha lasciato la sua impronta nella storia del cinema. Principalmente è ricordato per aver diretto i tre film su “La Casa” e altri solo per la trilogia su Spider-man, ma oggi non voglio parlare ne dell’uno ne dell’altro.
Questa volta voglio parlarvi di uno dei suoi lavori meno famosi ma che riesce comunque a essere un prodotto di enorme qualità e che dimostra il talento di questo regista.
Il film in questione è Soldi Sporchi (A simple plan), thriller del 1998 basato sul libro Un piano semplice di Scott B. Smith, che qui oltre ad essere il soggetto è anche lo sceneggiatore.

Trama:
Mentre Hank Mitchell accompagna al cimitero suo fratello Jacob e l’amico di quest’ultimo, Lou, per visitare la tomba del padre, i tre si imbattono in un aereo che si è schiantato nei boschi. Dentro l’aereo il gruppo trova una borsa contenente più di 4 milioni di dollari. Javob e Lou vorrebbero prendersi i soldi e usarli per i loro scopi, ma Hank non vuole avendo anche paura che quei soldi possano appartenere a qualcuno di losco che, molto probabilmente, li sta cercando.
Si decide così di tenere nascosto il malloppo a casa di Hank per un po’ di tempo per vedere se qualcuno li stia effettivamente cercando.
Un piano semplice, ma purtroppo le cose non andranno come previsto.

Tra le cose che più mi hanno affascinato di questa pellicola sono sicuramente la regia di Raimi e certe scene che mi sono rimaste incredibilmente imprese e per ultimo i personaggi e la loro evoluzione/involuzione.

Partiamo con la regia. Raimi sa come colpire lo spettatore e sa come tenerci sulle spine. Una delle scene che più mi hanno colpito del film è sicuramente quando i tre arrivano per la prima volta davanti all’aereo. L’aereo era ormai lì da un po’, coperto completamente dalla neve e l’unico segno di vita presente intorno quel luogo è un branco di corvi appollaiato sugli alberi. Ogni volta che uno di loro tornerà in quel luogo i corvi saranno lì presenti come se aspettassero il loro banchetto, come se sapessero che quello è un luogo di morte.
Loro sono sempre a osservare, anche quando i nostri protagonisti prendono i soldi e se ne vanno, come se quella scelta avesse decretato il loro destino.

La tensione è un elemento che la farà da padrone e ci terrà incollati allo schermo più volte. Ma non sarà una tensione che si baserà solamente su situazioni che potrebbero compromettere i personaggi principali, ma anche attraverso i dialoghi che avranno tra di loro o con persone esterne. Potrebbero essere scoperti in ogni momento e per loro sarebbe la fine.
Proveremo i loro stessi dubbi e le loro paure, specialmente quelle di Hank e Jacob che dovranno coprirsi entrambi le spalle. La situazione però degenera sempre di più portandoli a compiere azioni che non avrebbero mai dovuto fare e rendendo il tutto ancor più complesso.

I personaggi sono un altro punto forza di Soldi Sporchi grazie anche a una sceneggiatura scritta egregiamente. Ci sono soprattutto tre di essi che mi hanno colpito: Hank, Jacob e Sarah, la moglie di Hank.
Hank sarà uno di quelli che cambierà di più. Lui inizialmente non approverà la decisione di Jacob e Lou di prendere i soldi perché è qualcosa che va contro la legge, ma anche lui alla fine non potrà far altro che cedere al fascino dei soldi. Sarà anche colui che farà decisioni molto drastiche ma non voglio dilungarmi troppo su questo punto.
Jacob invece è colui con cui empatizzeremo di più. Inizialmente ci sembrerà solo uno sciocco che non sa gestire la sua vita, ma poi più in là si aprirà con il fratello rivelandogli i suoi sogni e cosa vorrebbe farci con quei soldi (tra l’altro Jacob è interpretato da un grandissimo Billy Bob Thornton).
La sorpresa più grande per me è stata Sarah, interpretata da Bridget Fonda. All’inizio sembrava la classica moglie americana che sta sempre a casa tutta sorridente e si preoccupa del marito facendo moralismi a tutto andare. Ma quello che si vede all’inizio è solo la facciata di chi è veramente. Quando il marito gli mostra tutti i soldi cambia completamente e rivela chi è veramente.
Inizierà a incoraggiare il marito a tenersi i soldi e a tradire suo fratello. Si dimostrerà una persona molto intelligente e furba. Una persona fredda e calcolatrice che penserà al proprio tornaconto infischiandosene degli altri.
Questi sono quei personaggi che a me hanno sempre affascinato e che catturano il mio interesse.

Tra l’altro il finale è perfettamente in linea col film e riesce a rendere questo lavoro una perla del cinema da non perdere. Oltremodo la colonna sonora è curata da Danny Elfman (famoso anche per la lunghissima collaborazione con Burton che dura fin dai tempi di Pee-wee’s Big Adventure), che riesce a rendere l’atmosfera fredda e inquietante.

Soldi Sporchi è un film che consiglio di vedere soprattutto a chi cerca sceneggiature scritte in modo intelligente e a chi vuole vedere un po’ di vero cinema.

Alla prossima!

[The Butcher]

Ci sono così tante cose di cui vorrei parlare ma così poco tempo per farlo. Tra queste cose c’è la volontà di discutere o recensire su alcuni film che a mio avviso sono stati snobbati o distrutti in modo ingiusto dalla critica o/e dal pubblico.
Tra queste pellicole ce n’è una del regista spagnolo Alejandro Amenábar che, dopo essere stato per ben sei anni lontano dalla macchina da presa, torna a dirigere un nuovo film: Regression, film horror-thriller del 2015 con protagonisti Ethan Hawke ed Emma Watson.

Trama:
Siamo nel Minnesota degli anni ’90 e qui il detective Bruce Kenner (Ethan Hawke) sta investigando su un caso molto particolare. John Gray è appena venuto a costituirsi alla polizia dicendo di aver abusato sessualmente di sua figlia Angela (Emma Watson), però sembra molto confuso e dice di non ricordare l’avvenimento. Per questo motivo viene chiamato il dottor Kenneth Raines il quale utilizza una particolare tecnica sperimentale che consiste nel far “regredire” la mente del soggetto in modo da portare a galla alcuni ricordi dimenticati. Durante la sessione John inizia a ricordare alcune cose che potrebbero aver a che fare con una setta satanica. La questione si fa molto pesante e spinosa e Bruce decide di andare fino in fondo.

Come ho detto all’inizio vorrei parlare di film sottovalutati e Regression è uno di questi. Snobbato dalla critica e per nulla apprezzato dal pubblico; la prima impressione che molti sembrano aver avuto era quella di una pellicola basata sul paranormale con argomento centrale quello delle sette sataniche. Quest’ultimo ha un certo peso nell’evoluzione della trama ma non è l’unico tema trattato e verso la fine verrà quasi accantonato.
Altro fattore che potrebbe aver spiazzato un po’ di persone è il fatto che assomigli molto di più a un thriller che a un horror. Questo perché più che essere un film di paura è un film sulla paura. E che cosa significa ciò?
Ora vi spiego.
Amenábar voleva da tempo fare un lungometraggio sulla diffusione delle sette durante gli anni ’80-’90. In quel periodo infatti negli Stati Uniti ci fu un’esplosione di paura per via di queste e molte volte persone credettero che nella loro cittadina ci fosse una setta che faceva sacrifici di bambini, ecc…
Il regista ha cercato di rappresentare quest’ondata di terrore nel film soprattutto quando si diffonde la voce che Angela sia stata vittima di riti satanici. La notizia si sparge molto rapidamente e le persone guardano atterrite tutto ciò che viene detto a riguardo.

Nella seconda parte del film questa cosa sarà molto approfondita specialmente nel momento in cui anche il nostro protagonista si farà influenzare da tutte queste notizie.
Sarà molto interessante vedere un uomo che prima di allora utilizzava il suo raziocinio, cadere vittima della paura di qualcosa che non riesce a comprendere bene e a farsi prendere da insicurezze e ansie. C’è una scena nel film che mi è rimasta molto impressa (di cui non dirò tanto) in cui vediamo attraverso gli occhi di Bruce ciò che immagina mentre ascolta una registrazione su un rito satanico. E qui grazie alla colonna sonora e a dei movimenti veloci e precisi della telecamera veniamo anche noi trascinati in questo incubo a occhi aperti. Probabilmente una delle migliori sequenze del film, ma non sarà l’unica presente.

E qui arriviamo al terzo atto e al motivo per cui alcuni sono rimasti delusi dal film. Il mistero riguardo l’intera faccenda si risolve in un modo molto logico e non soprannaturale. Sarà per questo che non è piaciuto, perché non ha risposto alle “aspettative”, anche se credo che l’unico problema effettivo del film si possa ritrovare nella sceneggiatura.
Non perché è scritto male, i personaggi sono creati benissimo (specialmente quello di Bruce Kenner) anche se non hanno una crescita o evoluzione psicologica. Anche la storia segue un filo logico perfetto fino a un certo punto ovvero quando un certo personaggio rivela l’indizio più importante di tutti per mettere insieme i pezzi del puzzle. Sono rimasto molto perplesso di questa cosa e cercherò di spiegarvela senza fare spoiler. Lui si era invischiato in una brutta faccenda e rivelare quel determinato dato fin dall’inizio lo avrebbe sicuramente aiutato a uscirne in parte e invece ha deciso di tenerselo nascosto fino alla fine. Un comportamento del genere non è per niente realistico e questa è una delle più grandi pecche, anzi la più grande pecca di questo film.

Per il resto la pellicola funziona alla perfezione. Dal lato tecnico ha una regia ben fatta e curata (Amenábar sa il fatto suo), con una fotografia molto realistica, fredda (anche se non troppo) e in parte oscura e decadente quasi a voler sottolineare l’attuale situazione della cittadina in cui avvengono gli eventi. La colonna sonora invece non è invadente (in molti horror o thriller capita che le musiche ci siano quando non devono) e sa quando metterti in tensione.

Per quanto riguarda invece l’intento del regista, posso dire che è riuscito in pieno. I temi trattati erano quelli delle sette sataniche e della paura, ma viene anche trattato in maniera migliore quello del male. Il male intenso come il male nelle persone. Ed è questa una delle cose che ho adorato di più nel film e che forse in molti non hanno neanche compresso.

Queste erano le mie opinioni riguardo Regression. Ripeto, secondo me l’hanno sottovalutato anche troppo, i difetti ne ha (quella forzatura nella sceneggiatura non mi è tanto piaciuta), ma ha anche moltissimi pregi. Se avete l’opportunità cercate di recuperarlo e ditemi cosa pensate.

Detto questo chiudo e ci rivediamo in una nuova recensione (o forse farò qualcosa di un po’ più diverso? Sarebbe anche ora).
Alla prossima!

 

[The Butcher]